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QT n. 3, 5 febbraio 2000 Servizi

Peacelink: informazione libera per la pace

Come agisce il mercato globale sull’ informazione? Esiste ancora la censura, e che forme assume?

Idati parlano chiaro: il flusso di informazioni cui attingono tutti i mass media (stampa, radio e telegiornali, ecc.) proviene da una fonte molto ristretta: un oligopolio di agenzie di stampa internazionali, 300 società (144 nordamericane, 80 europee, 49 giapponesi e 27 appartenenti al resto del mondo) che hanno in pugno il mercato dell’informazione. Quattro tra queste agenzie, controllano l’80% del flusso d’informazioni, incluso quello che riguarda il cosiddetto "sud del mondo".

Nel 1991 nasce a Taranto "PeaceLink" una associazione di volontariato dell’informazione (raggiungibile in rete all’indirizzo www.peacelink.it,) che si propone di creare un ambiente in cui trovano spazio fonti alternative, voci comuni di chi solitamente non ha voce. Non si tratta di una agenzia di stampa, ma di un luogo virtuale di aggregazione delle informazioni, un contenitore di libero scambio, un punto di contatto tra associazioni di volontariato, insegnanti, educatori, missionari, operatori sociali.

La proposta è quella di far nascere dal mondo del volontariato una rete di contro-informazione sociale sempre più compatta, coordinata e interattiva, un network nel quale ogni gruppo o associazione possa diventare partecipe in maniera attiva scrivendo e pubblicando ciò che gli sta a cuore. La novità del mezzo telematico, la rapidità e l’economicità dello strumento, garantisce un facile accesso a chiunque voglia offrire il proprio contributo per approfondire ed arricchire grandi aree tematiche quali la pace, la non violenza e l’obiezione di coscienza, i diritti umani, la liberazione dei popoli oppressi, la valorizzazione delle minoranze ed il razzismo, la questione del Terzo Mondo, il pianeta donna, il rispetto dell’ambiente, la libertà di espressione e le ultime notizie dal mondo: in modo che ciascuno, anziché semplice fruitore passivo (condizione in cui si trova la stragrande maggioranza dei cittadini), possa contribuire ad una rivoluzione del metodo di informazione, "dal trasmettere al comunicare", per usare le parole del nonviolento Danilo Dolci.

La rete è gestita e riempita di contenuti unicamente attraverso il lavoro di volontari, che offrono servizi e attrezzature di cui si accollano totalmente le spese, per un progetto di gestione distribuita del potere offerto dalle nuove tecnologie dell’informazione. Una risposta al sistema in cui ci troviamo integrati, che vede svilupparsi una vera dittatura del mercato dell’informazione, dove il valore commerciale ed etico delle notizie è stabilito da una manciata di multinazionali. La vendibilità, non i contenuti, è il metro su cui si misura la diffusione ed il bacino d’utenza; quindi, quasi per selezione naturale, le fonti alternative, la piccola editoria, l’autoproduzione subiscono un attacco dal quale faticano a difendersi. Attacco o, in altri termini, censura, un’Inquisizione la cui scala di valori è invariabilmente il valore di mercato.

I volontari di Peacelink vogliono dare coraggio al pluralismo dell’informazione di fronte alla necessità di rendere più compatti gli sforzi per non dover piegare la testa di fronte ai colossi che gestiscono in forma monopolistica il mercato internazionale delle notizie. Ne parliamo con Carlo Gubitosa, segretario di Peacelink.

Il volontariato è una garanzia per l’informazione? Intendo dire: l’informazione gestita da un’associazione di volontariato senza scopo di lucro, non monetizzata, slegata dalla logica e dai filtri delle grandi agenzie, riesce a prescindere dal sensazionalismo cui sono soggetti i mass media?

"Non si tratta tanto di distinguere tra informazione volontaria o retribuita, ma tra informazione diretta e indiretta. Spesso i volontari e le ONG che operano a contatto con le popolazioni più oppresse dalla guerra e dalla miseria devono affidare le loro testimonianze a giornalisti o ad agenzie di stampa che costituiscono un inevitabile filtro. Grazie alla telematica, gli operatori di solidarietà che agiscono direttamente sul campo possono dire la loro senza aspettare che si accendano i riflettori dei mass-media tradizionali".

Se il volontariato significa da un lato non accettare l’inevitabilità delle leggi del mercato, dall’altro ci si chiede: è l’unica risposta dinanzi alla lenta agonia delle pubblicazioni autogestite e della piccola editoria?

"Ci sono tante risposte alla lenta morte del pluralismo editoriale: una di esse è dare alla gente la consapevolezza che con un normale computer domestico e con una spesa tipografica relativamente modesta chiunque è in grado di stampare libri, riviste, bollettini di controinformazione. Se nella dimensione nazionale e mondiale il business dell’informazione concede spazi molto piccoli, a livello locale è ancora possibile produrre bollettini, libri, pagine Internet, opuscoli e riviste artigianali per affrontare i problemi concreti del proprio quartiere, della propria città o della propria regione. Paradossalmente i meccanismi di disumanizzazione che caratterizzano il mercato globale possono essere sconfitti dai circuiti dell’informazione locale".

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