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Val Jumela: un cinico pragmatismo senza cultura

Uno stillicidio di illeciti politici, una delegittimazione continua degli organismi tecnici: i motivi per cui l’azione di Dellai sulla Jumela è da considerarsi eversiva nei confronti degli assessori e della struttura provinciale.

Gino Tomasi, uomo di grande equilibrio e di misurate parole, ha interpretato il sentimento di molti quando, all’indomani della decisione della giunta provinciale di dare il via libera ai collegamenti funiviari in val Jumela, ha dichiarato di vergognarsi di essere trentino.

Uno sdegno motivato dalla cocente delusione per l’indifferenza culturale rispetto alla politica dell’ambiente, per il rifiuto di limiti d’uso di un territorio stressato, per il disinvolto spregio di leggi, regole e pareri espressi da una diligente struttura pubblica, per il cinismo con cui, dopo aver tergiversato per mesi, si è approdati ad una decisione che ha spaccato la giunta e aperto una falla che sarà difficile arginare.

Per parte nostra aggiungiamo anche il senso di tradimento avvertito da tanti che in questa coalizione avevano sperato e per essa operato, convinti che avrebbe riscattato il penoso quinquennio precedente.

Un piano urbanistico ormai vecchio nelle sue previsioni di oltre quindici anni (tredici ne sono passati dalla sua approvazione nel 1987 e la legge tra l’altro prevede la sua generale revisione ogni dieci anni, termine ormai ampiamente scaduto), prevedeva dopo aver salvaguardato l’intonsa area dei Monzoni, un’area sciabile di "progetto" capace di collegare gli impianti di Pozza di Fassa con quella di Canazei.

Su questo c’è stata la prima manipolazione delle leggi. La val Jumela è indicata nel piano urbanistico: quindi si può fare, anzi si deve fare. Dimenticando quello che il Pup in proposito scrive e prescrive. Vale a dire: "Uno degli obiettivi del piano è quello di riequilibrare e razionalizzare le spinte urbanistiche sollecitate soprattutto dal settore turistico. Le sue previsioni devono perciò essere inserite in una rete di controlli e procedure che saranno fissate nelle leggi attuative. Sarà perciò necessario fare riferimento alla legge sui parchi naturali, a quella per la valutazione d’impatto ambientale e alla legge urbanistica, coronamento dell’opera di programmazione territoriale".

Leggi che furono approvate a tambur battente nel corso del 1988, per garantire che non tutto quello che era contenuto nel piano, avesse automatica attuazione. C’era infatti bisogno di valutare - al di là delle previsioni urbanistiche - quali conseguenze e costi potevano provocare nuove infrastrutture nell’ecosistema alpino.

E’ da ricordare inoltre che per Fassa, come per tutto il resto del Trentino, il piano urbanistico provinciale è inoltre lo strumento attuativo della legge Galasso, fatta per tutelare monti, acque, foreste, in pratica gli elementi più delicati del nostro territorio. Per la qual cosa, a norma di legge e non di semplice sensibilità ambientalista, le valutazioni d’ordine paesaggistico assumono un aspetto decisivo. In particolare in un’area sciabile da progettare e a tutt’oggi integra come la Val Jumela. Un’area, tra l’altro, indicata ad altissimo rischio valanghe dalle carte che sono supporto della pianificazione provinciale e locale.

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Le ragioni di un siffatto comportamento sono evidentemente molte, nessuna commendevole. C’è il patto, tutto interno alla Margherita, tra Dellai e i ladini. Un patto sciagurato che fa della seria questione ladina il grimaldello ricattatorio per un’azione lobbistica, che con la ladinità non ha evidentemente nulla a che spartire.

C’è la volontà di dare un segnale, molto atteso, e più o meno esplicitamente promesso, da una ragnatela d’interessi di valle, che ha sostituito storia, valori, tradizioni, futuro, con la sola rivendicazione dei soldi e degli affari.

C’è soprattutto un cinico pragmatismo senza cultura per cui è sempre bene incassare un consenso immediato anziché cimentarsi nella difficile funzione pedagogica che è propria di un governo che non vuole vivere alla giornata.

E’ stata l’Epifania della Margherita: la rivelazione di quello che vuole essere, piuttosto che di quello che noi abbiamo tentato di voler vedere. Confermata dal fatto che non c’è stata a tutt’oggi al suo interno una, dicasi una, voce di dissenso per l’operazione compiuta. Alla fine il problema rimane proprio questo vuoto di cultura politica, un vuoto che supera la pur importantissima questione ambientale.

Se ci sarà una forte pressione popolare, lo scempio in Val Jumela potrà essere ancora evitato. C’è la convinzione fondata della palese illegittimità degli atti compiuti che rende plausibile un giudizio severo della magistratura amministrativa. Si potranno (come ci si è impegnati a fare) stendere piani di compatibilità turistiche- ambientali, e trovare in essi un fraseggio e un lessico che accontenti tutti.

Senza peraltro dimenticare che su questi temi un ottimo documento c’è già, ed è il quarto Rapporto sullo stato dell’ambiente in Trentino, presentato pochi mesi fa dal presidente della giunta Dellai e dall’assessore all’ambiente Berasi. Un eccellente lavoro d’analisi e di proposte per giungere nella nostra provincia ad uno sviluppo sostenibile anche nel settore turistico. In quel prezioso e impegnativo vademecum, citando l’ultimo documento dell’associazione mondiale per il turismo si scrive: "Non è pensabile risolvere gli inconvenienti del turismo affidandosi unicamente alle forze di mercato. Di conseguenza si richiede l’intervento attivo dei governi nazionali, regionali e locali, affinché si facciano promotori di politiche, piani e tecniche di gestione che garantiscano il mantenimento della qualità ambientale".

Se non si seguono le indicazioni della VIA, non c’è nemmeno ragione di seguire le indicazioni del Rapporto sull’ambiente. Più facile imboccare la bislacca strada di dire prima sì ai nuovi impianti fassani e impegnarsi poi su improbabili piani per le azioni future, sperando che nel frattempo tutto sia assorbito e dimenticato nei rituali tritatutto della politica.

Quello che non potrà essere dimenticato e cancellato è un atto d’arroganza (la capacità di decidere è altra cosa e si pratica in altra forma) voluto per imporre una cultura dello sviluppo basata sull’usura dei beni ambientali, sul limone spremuto fino alla fine, su una cultura che nega al Trentino un futuro diverso che non sia quello della lenta consunzione

La sinistra tutta ha imparato che quando gioca alle baruffe chiozzotte, fa male a se stessa e mette a repentaglio il credito della sua politica. Se riesce invece a far politica affrontando i problemi, seppure in questo caso quasi fuori tempo massimo, dà un profilo comprensibile alla sua azione, e si mette in sintonia con mondi vitali della società.

E’ importante che su una questione vitale come quella dello sviluppo sostenibile la sinistra, unita nel merito anche se sgangherata nell’azione, abbia dato alla fine battaglia e un segno di vitalità. Questa storia non può però chiudersi con l’usuale: "La battaglia l’abbiamo fatta. L’abbiamo persa. Andiamo avanti."

C’è bisogno di una chiara stella polare, fatta di contenuti, di tensione, d’unità, di culture politiche condivise, probabilmente anche di rischio. La sinistra è in giunta per realizzare un programma non per l’esercizio di un potere subordinato o per una semplice funzione di testimonianza. Adesso che altri hanno messo provocatoriamente in tavola le loro carte è bene che a sua volta la sinistra qualche carta decida di giocarla. Per conservare almeno un briciolo di quella speranza che ci aveva portato a scrivere, su questo giornale, subito dopo le elezioni del novembre 98: "C’è qualcosa di nuovo oggi in Trentino".