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Perseverare diabolicum

Ancora su Alessandro Dalla Torre, uno sconvolgente comunicatore.

Nell’ultimo numero prima della pausa estiva, questa rubrica si era accomiatata con alcune note sulla singolare scrittura adottata dal margheritino Alessandro Dalla Torre in un suo intervento sull’Adige. Ci è inevitabile, alla ripresa della pubblicazioni, ritornare sul giovane seguace di Dellai, autore, sull’Alto Adige del 17 agosto, di un lungo articolo in cui quel suo stile rococò-politichese si ripropone ancor più aggressivo.

Il Nostro si propone di contestare l’opinione abbastanza diffusa secondo la quale i cosiddetti portaborse degli uomini politici siano dei ciabattoni senz’arte né parte e dunque si chiede: costoro debbono avere una loro specifica professionalità? E così si risponde: "Nell’ambito delle competenze multiple attraverso le quali si traduce ormai il mosaico delle istituzioni e delle politiche pubbliche la risposta, almeno sul piano teorico, non può che essere affermativa".

Datosi questo inizio, in cui per dire un semplice "sì" vengono impiegate una trentina di parole, è inevitabile che per trattare in modo esauriente un tema pur così circoscritto, l’autore necessiti di 270 righe di giornale e ottomila battute di scrittura.

Ma questo stile non ha solo la caratteristica di percorrere, come via di collegamento fra due punti, lo zig-zag anziché la retta; la sua originalità consiste piuttosto nel tradurre anche le parole e i concettuzzi più comuni in un lessico aspro, accidentato, perversamente immaginifico, comprensibile - per carità! - ma terribilmente ansiogeno. Da qui nascono espressioni come "un set differenziato di mezzi di informazione", "circuito della rappresentanza e del consenso", "per quanto attiene alla sfera di pertinenza", "un deficit di comunicazione", "traguardare questi profili professionali", "Terzo stato digitale", "l’interazione con le articolazioni della dimensione amministrativa e burocratica", eccetera.

I politici, in questo vocabolario da Arcadia post-moderna, diventano "decisori pubblici", o, a piacere, "attori politici ed istituzionali" e invece di un banale "inoltre" ecco un ampolloso "solo in via incidentale, e comunque ad integrazione dell’economia di questo mio contributo...".

Ai due ingredienti sopra ricordati, aggiungete una sintassi non proprio lineare, ed avrete squarci di prosa come il seguente: "Le dinamiche che presiedono i molteplici circuiti della rappresentanza, sempre più ispirati dal principio maggioritario e dalla selezione diretta degli esecutivi, e la progressiva erosione della partecipazione a scapito dell’espansione di una forte domanda di informazione - per rendere esplicito il segno di questo cambiamento con un esempio - hanno accentuato l’attenzione dei decisori pubblici nei confronti delle strategie ora della comunicazione politica ora della comunicazione istituzionale oppure di servizio". Una sinfonia in cui si sposano i voli retorici del peggior D’Annunzio e le formulette burocratiche di un modulo dell’Inps.

Non sappiamo se, nel suo percorso di impegno civile, il giovane Dalla Torre sia più vicino alla figura del portaborse o a quella dell’"attore politico". Nel primo caso, visto come si esprime, egli rischierebbe insieme al suo datore di lavoro quella "sorta di colpevole emarginazione sociale e culturale" - per usare le sue parole - riservata a chi non capisce la necessità di una comunicazione efficace. Nell’altro caso, le situazione sarebbe meno grave e Dalla Torre, anzi, si configurerebbe come dimostrazione vivente della propria tesi: certi uomini politici, in mancanza di collaboratori che traducano i loro interventi in italiano corrente, non hanno futuro.