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“Ero un moderato. Grazie a Dellai ora sono un estremista”

La testimonianza di un esponente ambientalista: i lavori del Comitato Faunistico, la mortificazione dei tecnici, l'inaudita partigianeria del Presidente.

La domanda me l’ero posta fin dall’inizio: perché mai Dellai, eletto da poco Presidente della Provincia e quindi con un bel calendario di impegni, aveva deciso di tenersi la delega alla caccia, assumendo di conseguenza la presidenza del Comitato Faunistico Provinciale? Il dubbio mi era sembrato legittimo perché l’argomento “Protezione della fauna selvatica ed esercizio della caccia”, di cui il Comitato si occupa, ai miei occhi non giustificava tale impegno dal Presidente della Pat.

Una cesena.

Una risposta apparentemente plausibile io, ingenuo ambientalista di fresca nomina nel Comitato, me l’ero data e le dichiarazioni iniziali del neo-presidente sembravano suffragarla. Il Comitato di cui stiamo parlando è un organo tecnico consultivo, che regola appunto la protezione della fauna e l’esercizio della caccia. Solo che l’ampia rappresentanza prevista dalla legge (22 componenti) non garantisce affatto che le scelte siano fatte nell’ottica della tutela della fauna per il semplice motivo che alla fine il vero elemento discriminante, quello cioè che indirizza l’atteggiamento di ogni membro del Comitato, è la sua propensione a svolgere attività venatoria. Ora si dà il caso che storicamente, da sempre, all’interno del Comitato i “cacciatori”, pur esigua minoranza nella società, godano di una schiacciante e quasi vergognosa maggioranza rispetto ai “non-cacciatori”. Quindi io, ingenuo ambientalista, pensavo che il Presidente si fosse assunto questo incarico, per svolgere un ruolo di mediatore, cercando di condurre i giochi in modo da non penalizzare troppo una parte e, soprattutto, salvaguardando gli interessi generali.

Perché è proprio qui che un Presidente super-partes può dare un bel contributo. Ho presieduto per anni un Comitato di normalizzazione a livello europeo e conosco bene le dinamiche che si scatenano tra le varie forze presenti e che portano dei tecnici, peraltro bravissimi, a sostenere le tesi più ardite, in questo caso per difendere gli interessi delle industrie del loro paese. Non importa che il campo operativo sia diverso: i meccanismi sono gli stessi, e la mia esperienza mi ha convinto che è proprio l’operato del Presidente a poter garantire che il risultato finale tuteli i superiori interessi della Comunità.

Ora, dopo due anni di lavoro nel Comitato faunistico, posso ben dire che Dellai si è comportato in modo così smaccatamente di parte da togliere ogni dubbio sul fatto che per lui la “tutela della fauna” e la “tutela dei cacciatori” siano due frasi intercambiabili: nella sua testa, se si tutelano i cacciatori la fauna è automaticamente tutelata. Non solo: il suo comportamento è stato improntato alla massima “o vi adeguate al capo o siete perdenti”. Altro che mediazione!

La sua presenza è stata assidua tutte le volte - e solo quelle - in cui si dovevano discutere argomenti considerati vitali dalla lobby dei cacciatori: in quei casi, pur con tutti gli altri impegni, non ha perso una seduta, magari andandosene poi appena superato lo scoglio: calendario venatorio, prescrizioni tecniche sugli abbattimenti, programmi di prelievi dei tetraonidi, caccia all’allodola, cattura degli uccelli da richiamo; per quest’ultimo caso Dellai ha superato ogni record mostrando una costanza davvero encomiabile e partecipando a ben tre riunioni consecutive pur di portare a casa il risultato. E ogni qualvolta ha presieduto il Comitato, i rappresentanti delle associazioni ambientaliste lo hanno sentito come un avversario. Considerato il contesto politico che lo ha portato alla Presidenza della Provincia (per molti di noi l’Ulivo è ormai solo un’altra speranza infranta, ma due anni fa eravamo mossi da ben altri pensieri) e l’atteggiamento di fiducia con cui avevamo accolto il nuovo ciclo, mi sembra di poter dire che peggio di così non poteva fare.

Quello su cui vorrei però concentrarmi ora non è la delusione che ha colpito i rappresentanti di quella che resta comunque una minoranza, anche perché sarebbe facile sostenere che, accontentando noi ambientalisti, avrebbe ora contro i cacciatori, ma piuttosto sui danni che un Presidente che si comporta in tal modo produce a vari livelli. Li illustrerò in ordine crescente di gravità.

1. Il gruppo che, pur presentando quelle che considera valide motivazioni tecniche, si vede regolarmente bocciato, a volte dalla brutalità dei numeri, altre volte dalle possibilità di manovra del Presidente, altre infine proprio dalle posizioni che egli assume, perde la voglia di collaborare, di dare un contributo che sarebbe comunque utile. Alla lunga il rischio è che anche i moderati passino alle posizioni più estreme: se con la discussione mi accorgo che non porto mai a casa niente e che mi stanno prendendo in giro, è meglio che cerchi altre strade. Gli attivisti di Greenpeace non mi sono mai stati così simpatici: e pensare che ero entrato in Comitato con l’idea di svolgere un ruolo di mediazione con le associazioni venatorie e con la consapevolezza che nel passato gli scontri tra le opposte fazioni erano giunti ad essere di tipo fisico: con quale beneficio per i risultati in tema di protezione della fauna è facile immaginare. Ora invece sono un estremista.

2. All’interno del Comitato operano dei bravi tecnici. Molti di questi sono dipendenti provinciali. Altri, essendo la Provincia impegnata attraverso i suoi servizi in progetti di carattere faunistico, ricevono da questa incarichi professionali. Non invidio né gli uni né gli altri quando Dellai, pensando solo agli interessi dei cacciatori, li costringe ad assumere posizioni ambigue su temi per i quali è evidente che il loro pensiero sarebbe ben diverso. Per non parlare di quei casi in cui vengono dati alla struttura operativa indirizzi che neppure i cacciatori osano definire come “volti alla tutela della fauna”. Chi scoraggia o demotiva, per perseguire i suoi obiettivi, i dipendenti e collaboratori, non è un buon capo. Se questo avviene all’interno di una struttura pubblica, si può ben parlare di un danno agli interessi della comunità.

3. Infine l’aspetto più grave. L’antica prassi di accontentare un gruppetto infischiandosene di tutti. La caccia di voti puntando sugli interessi particolari e sulla scarsa memoria della pubblica opinione. E’ il peggior stile doroteo, un grave danno alla stessa democrazia.

Sono conscio che tutto questo agli occhi di molti può apparire eccessivo. E’ vero, ci sono problemi più importanti e più gravi sui quali bisognerebbe forse concentrarsi, anche se per un ambientalista il disprezzo per la tutela della fauna selvatica è un fatto gravissimo. Mi permetto però di ricordare, a chi avesse questo genere di dubbi, che non abbiamo elementi per stabilire che questo tipo di comportamento, di parte e dannoso, venga applicato solo all’interno del Comitato faunistico. E’ invece presumibile che esso rappresenti lo stile del Presidente e come tale va evidenziato. Ci saranno altre elezioni nel nostro futuro.