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Forse sarà rottura: ma che peccato!

La giunta di centro-sinistra sembra al capolinea. Ma, ricordiamolo, è una sconfitta. Lettera aperta al direttore.

Caro Direttore, c’è troppa baldanza quando spingi per la rottura. Troppa baldanza nell’accusare la sinistra di non avere "né il coraggio né la forza" di rompere con Dellai (Il tramonto di Dellai). Quasi che a stringerci in un’alleanza, innaturale e ingannevole, sia stato lui, il politicante di turno. E che oggi, imboccato, dal cattivo, il viale del tramonto, la strada sia cosparsa di fiori per chi intende riformare la società. Darle forma, cioè, e maggiore giustizia, in un Trentino stretto in un mondo globalizzato.

Ecco ancora - dirai - le due linee (o tre, o quattro…) che convivono dentro QT, e che ogni tanto, non saranno complotti, ma non rinunciano a duellare, cioè a dissentire, impunemente, dal direttore.

Guarda, gli sfregi all’ambiente (in val di Fassa, in val Rendena), la concezione dell’economia (l’autostrada Val d’Astico, l’aeroporto, la gestione delle cave di porfido), l’accusa d’integralismo all’imam della comunità islamica, sono fatti gravi che fanno dire anche a me che sì, forse è bene che la collaborazione si chiuda.

Senza baldanza però, perché è il segno di una sconfitta. Sconfitta del Trentino più vivo e più aperto. Della sinistra, debole e variegata. Nostra anche, di Questotrentino, che alle loro espressioni, flebilmente, ha cercato di dare voce. Noi ci siamo detti, che accostare "pezzi" di società, tradizionalmente lontani, era finalmente possibile e utile. Pezzi di mondo del lavoro e dell’impresa, della cultura e dell’ambiente, dell’associazionismo e del volontariato. Del mondo laico e di quello cattolico. Della sinistra e dell’area più moderata.

La sinistra questo ha detto a se stessa, se ho capito bene, e poi ai cittadini, tutti, di questa provincia. Ha persino promesso di garantire stabilità di governo, al vertice della Provincia, per l’intera legislatura, come fosse già in vigore una legge maggioritaria. Per questi obiettivi anch’io ho invitato delle persone a segnare sulla scheda non solo i simboli della sinistra, ma anche la Margherita, piuttosto che astenersi, o votare le cento sigle del centro o dell’autonomia: ero convinto di poter percorrere insieme, su lati diversi, un pezzo di strada.

Conoscevo, seppure confusamente, la diversità degli interessi e degli ideali. Oggi vedo Silvano Grisenti, il potente assessore agli "affari", che si fa fotografare, orgoglioso, sul giornalino dell’Aci, a bordo della sua potente Mercedes, dispiaciuto soltanto di essere obbligato, di solito, a viaggiare sull’auto blu della Provincia. Io uso l’auto, una Punto, per spostarmi, di tanto in tanto, da un posto all’altro, e mai la sceglierei come compagna in una fotografia. Sono modi diversi, di vivere e di pensare: un tempo, quello dell’assessore, lo avrei considerato inconciliabile, politicamente, con il mio. Oggi non più. Per dire quanto siamo cambiati, quanto ci hanno cambiati. Ma io vorrei, per stargli vicino, che lui non vedesse, almeno, nel cemento e nell’asfalto i simboli della civiltà.

Lo sapevamo che ci sarebbero state tensioni, che pressioni forti si sarebbero esercitate, è ovvio, su chi ha il potere di governare, decidere, dislocare risorse, ma pensavamo che l’alleanza, alle più spropositate avrebbe saputo dire di no. Invece vediamo, persino, impallinare gli uccelli, e sentiamo parlare di altre dighe e autostrade mentre l’ambiente si sbriciola sotto le piogge autunnali.

Se il progetto politico dovesse fallire, sarà tutta colpa di un uomo cattivo, rappresentante, o prigioniero, degli interessi più loschi? In qualche tuo articolo, di Dellai, ormai, appaiono più simpatici e ragionevoli gli esponenti della destra trentina. Addirittura, sull’ultimo numero, sembri rammaricarti che questo centro-destra, con le sue trovate incredibili (sui libri di storia, sul cimitero islamico…) si mostri "impegnatissimo a farsi del male da solo", (vedi Destra/sinistra: una brutta competizione) e rischi così di perdere quelle elezioni che lo scalcagnato centro-sinistra gli sta offrendo su un piatto d’argento.

Io non conosco personalmente Dellai. Gli ho stretto la mano una volta, fuggevolmente, tanti anni fa, a una festa de l’Unità. L’ho sentito parlare in alcune occasioni e, devo dire, con interesse. Tu stesso del resto, avversario senza macchia e senza paura, riconosci che "a chiacchiere" su innovazioni e riforme non ha rivali, salvo poi praticare "la tradizionale politica dei potentati e delle clientele".

Sai in quale occasione Lorenzo Dellai l’ho sentito sideralmente lontano da me, ma anche, ritengo, da quella parte di società che cerca, brancolando, di cercare la strada? In un’intervista a un quotidiano si diceva orgoglioso di aver fatto cadere finalmente un tabù, perché aveva costretto la sinistra a discutere, almeno, dell’autostrada della Val d’Astico. Mentre io cerco, faticosamente, di convincere i cittadini, giovani soprattutto, magari già schierati, per altre ragioni, a sinistra, che quell’autostrada non è utile allo sviluppo economico, che non è di un aeroporto, o di altri impianti sciistici che in Trentino abbiamo bisogno, e che gli ingorghi del traffico non si risolvono moltiplicando i parcheggi e le bretelle, il presidente si dichiara orgoglioso di aver fatto cadere un tabù. Quello che a lui appare "progresso" economico, a me sembra tentativo di "corruzione".

Ma perché, mi domando, oltre a volere l’autostrada (e la maggioranza delle forze politiche, in Consiglio, sarebbe d’accordo), la vuole proprio con il consenso della sinistra? Anche fare argine, in certe occasioni, è un risultato apprezzabile. Il no all’autostrada, (e il rafforzamento della ferrovia), a noi sembrava acquisito da anni: e invece dobbiamo ripeterlo, e dovranno ripeterlo anche quelli che verranno dopo di noi. Non pensavamo acquisito per sempre che i libri di storia li devono scrivere gli storici, che la scuola pubblica è centrale nel sistema dell’istruzione, che i musulmani hanno diritto alla moschea, e gli ebrei alla sinagoga?

Noi sappiamo che c’è una mentalità da cambiare, anche dalla nostra parte. Walter Micheli ripete spesso che pressioni per un uso scriteriato delle risorse vengono anche dalla sinistra, non solo in Val Rendena.

Non ci sarà baldanza in me, quando si arriverà alla rottura. Sarà l’interruzione di un processo, sociale, culturale, politico (lento e contraddittorio) che pensavo potesse dare dei risultati. Ci sarà tristezza più che baldanza. Dellai fu "geniale", riconosci, nei primi anni ’90: "aveva capito che, di fronte allo sfacelo della DC, l’unica salvezza consisteva nell’agganciare la sola forza politica [la sinistra] sopravvissuta allo sconquasso di Tangentopoli."

Io non credo nella politica come pura "manovra" di un singolo, né quando ci vedi genialità, né quando ci vedi affarismo. Ci devono essere forze reali, nella società, che ci credono, per rendere possibili le s-composizioni e le ri-composizioni. Le manovre e gli intrighi per salvare il manovratore durano poco.

Per questo non stiamo parlando del semplice tramonto di un leader, ma di una crisi, di una delusione più gravi.

Dopo la "débacle" della val Jumela, Michele Guarda ("Si è dato al Trentino un segnale devastante, con la sinistra che sta a guardare. Noi non ci stiamo"), a proposito di un altro impianto al centro delle polemiche, commenta: "Se il Roen non è passato, è soltanto perché non hanno gridato abbastanza." E invece, io penso, le cose non stanno così. In val di Non, piano piano, i sostenitori di un turismo più leggero e più colto, hanno parlato, hanno allargato i consensi. A Cavareno, a Malosco, ad Amblar, a Don, nelle elezioni comunali addirittura hanno vinto. Né si può dire che sia stata la sinistra a vincere: il sostenitore più accanito degli impianti sciistici era il sindaco di Sarnonico, che si dichiara schierato a sinistra. Se la Giunta provinciale ha potuto (o dovuto) dire di no, non è stato perché il "Progetto Roen" fosse più folle di altri, ma perché in Val di Non, su questo tema, è gradualmente prevalsa una politica buona.

Sergio Dellanna, nell’accusare Dellai, e i DS suoi succubi, di non aver corrisposto alle istanze del territorio nell’approvare gli impianti in val Jumela, si appella ai sondaggi, che danno contraria quella popolazione. Ma la politica è altra cosa rispetto a "grida e sondaggi": va ricordato anche a chi, in nome di scelte apprezzabili, si è battuto e ha pagato.

Come vedi, caro Ettore, il ragionamento va ben al di là di Dellai. Quando lui afferma, in faccia a Rutelli "Non ci divideremo", vorrei tanto che avesse ragione. Pulsano nella società italiana, e trentina, spinte preoccupanti e regressive: vorrei stare insieme per arginarle, almeno. Non per promettere a Giacomo Bezzi, leader del Patt, un posto in Parlamento con i voti dell’Ulivo. Di uno di quei voti rimango io il titolare, lo sappiano.

* * *

L’intervento di Silvano Bert mi fa tornare alla mente un piccolo ma significativo episodio: l’incontro con una cugina di un’altra città, alla vigilia delle elezioni del ‘96. "Per cosa voti?" - mi chiese. "Per l’Ulivo" - risposi. "Bene. La pensiamo alla stessa maniera" - mi disse con un bel sorriso, che significava "finalmente". E non c’era solo affetto: c’era soddisfazione, speranza, fiducia: per due culture, la sua - cattolica - e la mia - di sinistra - che "finalmente" s’incontravano.

Cosa, di tante speranze, oggi ci resta? Ha ragione Bert: dei fallimenti non possiamo essere contenti. Sarebbe folle, prima ancora che ingeneroso. E invece dobbiamo interrogarci sui perché. Pur con tutte le sue responsabilità, non basta Dellai a Trento, non basta D’Alema a Roma, per spiegare il rapido rinsecchirsi di un’esperienza. Soprattutto da noi (l’esperienza nazionale è più articolata): perché la cultura della sinistra si è dimostrata incapace di tradurre i programmi riformatori in spinta propulsiva dell’alleanza? Perché la parte democristiana, che pur ha saputo - nel male ma anche nel bene - guidare il paese per 45 anni, continua ora a ripercorrere antiche strade non più percorribili?

Credo che queste domande si dovrà, con pacatezza, iniziare a porsele. Per guardare in avanti, invece di attardarsi a negare le evidenze, a difendere l’indifendibile; o limitarsi a denunciare.

Ettore Paris

PS: Su un punto non sono d’accordo con Bert: quando lamenta il mio rammarico per una destra impresentabile, che si fa male da sola. QT non è giornale per la sola sinistra, vuole essere momento di informazione e riflessione per l’insieme della comunità. E non è bene per nessuno quando una parte di essa esprime una rappresentanza impresentabile, nostalgica del ventennio o ispiratrice di odi etnici.