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Il tramonto di Dellai

Il vuoto attorno al Presidente della Giunta. Storia, limiti e tramonto di un progetto di potere tutto personale.

"Ma voi, come vedete Dellai?" - chiedeva, alla cena elettorale di Arco, a noi giornalisti trentini, l’inviata di Repubblica. "Guardalo: lo vediamo così come ti appare adesso" - rispondeva il cronista di uno dei nostri quotidiani: Lorenzo già Magnifico, con lo sguardo assente, sedeva stanco, depresso, al tavolo di un Rutelli pimpante.

A destra il presidente Lorenzo Dellai con a fianco Claudio Molinari, suo assessore al'Istruzione, ma soprattutto suo antagonista all'interno della stessa Margherita, ufficialmente candidato a fargli le scarpe.

Erano i giorni in cui il progetto dellaiano stava visibilmente sciogliendosi: un suo uomo della Margherita, Molinari, assessore all’Istruzione, annunciava pubblicamente la fine della giunta Dellai dopo le elezioni di aprile, e si proponeva per sostituirlo. E tutti a discutere della proposta: se fosse opportuna, se ora non si dovesse pensare invece all’esito delle elezioni, se il successore dovrà essere proprio Molinari, e quale dovrà essere la nuova maggioranza...

Proprio allora arrivava Rutelli, che per due giorni dirottava l’attenzione sui problemi nazionali, su quanto è bello l’Ulivo e quanto brutto è il centro-destra. E Dellai poteva respirare; ma i suoi guai erano solo rimandati.

Come si è arrivati a questo punto? Come mai il leader indiscusso, acclamato solo due anni or sono da media osannanti e da alleati genuflessi, è ora ridotto in un angolo, con lo stesso suo partito che discute su come e quando rimuoverlo?

Partiamo dal progetto di Dellai, e dalla sua creatura, la Margherita. Un progetto che si identifica nella persona del suo ideatore attraverso una verticalizzazione assoluta: tutto fa capo al leader, e ai suoi due luogotenenti: Mauro Betta nel campo politico, Silvano Grisenti nel mondo degli affari.

Nel mondo della politica e delle istituzioni il meccanismo consiste nell’installare a capo delle varie organizzazioni un fedele: e poi di avere un rapporto diretto ed esclusivo con lui. Così il Dellai presidente della PAT ha un rapporto diretto col presidente margheritino del comprensorio, o col presidente dell’associazione di categoria, o col segretario del partito alleato. Un rapporto tra due persone, tra due vertici; un rapporto fortemente squilibrato fra sovrano e vassallo, mentre tutti gli altri sono tagliati fuori. Il che consente, nell’immediato, di non incontrare ostacoli. Ma non crea consenso sul lungo periodo, e mina i presupposti del governo.

Infatti quando il rappresentante di un’associazione (pompieri o contadini che siano) deve il posto non agli associati, ma al gran capo di piazza Dante, fatalmente sarà questi il referente, non gli associati; i quali però non scompaiono per incanto, ma esistono ancora, con tutti i loro problemi.

Mauro Betta, braccio destro di Dellai sul versante politico.

Il caso più clamoroso si è visto nelle associazioni politiche: Dellai ha piazzato suoi uomini come segretari di partito: Mauro Betta al Partito Popolare e Giuseppe Zorzi ai Democratici; questi hanno ovviamente bloccato qualsiasi autonomo sviluppo di queste forze, decretandone l’appassimento (E vinse Dellai, anche troppo). Ma i popolari non si sono estinti, e a quel punto è proprio dal frastagliato mondo degli ex-DC che viene l’opposizione più rancorosa, più personale, contro il presidente.

Pensare che l’arte di governare consista nell’elaborazione di organigrammi di fedelissimi, si è rivelato, sul medio periodo, un boomerang.

Analogo discorso per i rapporti con il mondo economico, rapporto anch’esso consistito nella ricerca di relazioni privilegiate.

Nella scheda Gli amici del mattone spieghiamo i rapporti privilegiati che Dellai, prima da sindaco, ora da presidente, ha intrattenuto e intrattiene con alcuni esponenti del partito del mattone.

Ma forse ancora più indicativo è il settore dell’informatica; nel quale personaggio di tutto rilievo è Diego Schelfi, dellaiano di ferro e padre-padrone di Delta Informatica. Bene, in questo vitale settore il governo provinciale ha lungamente pasticciato, attraverso dismissioni, partecipazioni incrociate, ecc. (Dellai, i suoi disegni, quelli che cercano di fermarlo) Per ora si è arrivati a una finta privatizzazione di Informatica Trentina e alla grottesca costituzione di una società para-pubblica - Infostrutture (proconsole l’onnipresente Duiella) - a parole destinata a cablare il Trentino, ma in pratica immobile, incapace di qualsiasi operatività. E’ facile prevedere come il tutto sia destinato a finire nell’orbita delle società di Schelfi, con gran dispendio di pubblici denari e nessun vantaggio per la competitività del sistema Trentino.

Come si vede, siamo sempre nel campo degli interessi privati. Sull’economia complessiva solo chiacchiere. In questo contesto anche il favore degli operatori economici, che pur era stato forte verso il Dellai del ’98, è crollato.

Sul versante più strettamente politico la storia di Dellai s’intreccia con quella della sinistra trentina. Nei primi anni ’90 il giovane sindaco era stato geniale: aveva capito che, di fronte allo sfacelo della DC, l’unica salvezza consisteva nell’agganciare la sola forza politica sopravvissuta allo sconquasso di Tangentopoli. Di qui l’alleanza, sempre più organica, con la sinistra, tale da anticipare in sede locale l’Ulivo di Prodi.

Ma in questo processo, Dellai commetteva un madornale errore: non capiva che la sinistra era sopravissuta non per caso, ma perché rappresentava l’unica, pur confusa, istanza riformatrice di una società che doveva riattrezzarsi nei confronti dell’Europa e della globalizzazione. Quindi, con la sinistra trentina, Dellai pensava di cavarsela attuando il solito schema: rapporto personale privilegiato con singoli esponenti, per il resto chiacchiere su innovazione e riforme, in realtà tradizionalissima politica dei potentati e delle clientele (che poi è l’unica che conosce).

Per una serie di circostanze lo schema, all’inizio, funzionava. Artista della parola, supportato dal mondo economico, osannato dalla stampa, veniva visto dalla debole sinistra trentina (soprattutto quella ex-comunista) come il messia che l’avrebbe traghettata dal purgatorio dell’eterna opposizione ai paradisi del governo. Su questo sentimento di fondo Dellai poteva tessere la sua serie di rapporti personali: con il segretario diessino Albergoni, con il suo successore al Comune di Trento Pacher, con il leader di Solidarietà, e vicepresidente della Giunta provinciale Pinter. Rapporti, al solito, squilibrati: non da alleato ad alleato, ma da capo a subalterno.

Ma tutte le pur vistose debolezze della sinistra, di cultura e personali, non potevano bastare. La realtà, ossia i concreti contenuti degli atti di governo, non poteva non entrare in conflitto con le parole. E la politica fatta di clientele e di potentati non poteva non confliggere con la conclamata volontà riformatrice.

E a questo punto bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: la sinistra, nonostante le tante debolezze di troppi vertici, nel suo insieme non stava più al gioco. E così si è arrivati al conflitto sulla Jumela, alle rotture con il mondo ambientalista, a un disagio prima, a un malessere poi, infine a una sotterranea ostilità nel corpo stesso della sinistra organizzata. E a quel punto si rivelava tutta la fragilità della stessa idea di comprimere la politica entro pochi, esclusivi, rapporti personali: Albergoni veniva defenestrato da segretario DS, Pinter entrava in crisi in Solidarietà, Pacher iniziava a rendersi conto di non poter fare contemporaneamente il sindaco e lo yes-man di piazza Dante.

Si arrivava ad un’anomalia istituzionale. La sinistra, anche per una serie di piccoli tornaconti individuali, non aveva né il coraggio né la forza di rompere con Dellai. Si inventava così mille pretesti per restare al governo ("gli altri farebbero peggio", "ci sono le elezioni", "all’opposizione che faremmo?"); ma non poteva nemmeno subire facendo finta di niente. Ed ecco quindi l’attuale situazione di impasse, con una parte della coalizione che rimane in maggioranza, ma vergognandosene; e dilaziona, mette i pali fra le ruote, pubblicamente prende le distanze da un’azione di governo che non condivide.

Per Dellai i conti cominciavano a non tornare: era l’imbocco del viale del tramonto. Ovviamente cercò subito l’ipotesi alternativa, il ribaltone: scaricare una sinistra con cui "non si può governare", e riavvicinarsi al Centro, gli ex-DC di Valduga, il PATT, magari Foza Italia. Due mesi or sono, al parlamentino della Margherita, a un Beppe Zorzi che apriva con una relazione tutta imperniata sulla parola "centro-sinistra", rispondeva sostituendola con "centro riformatore".

Ma il tempo degli equilibrismi è agli sgoccioli. Gli ex-DC non gli perdonano di aver sostituito al partito un potere tutto personale. Il PATT non dimentica di essere stato preso a schiaffi. E nella stessa Margherita non c’è nulla che tenga insieme le varie persone, se non la buona fortuna, finché c’è; sono tutti assessori senza partito, con pochi voti propri, che la linea della loro formazione la apprendono dalle interviste del capo ai giornali; e sempre dalla stessa fonte spesso gli tocca apprendere le linee del proprio stesso assessorato: Claudio Molinari assessore all’istruzione, il più volitivo, con uno scatto di condivisibile orgoglio gli ha riconsegnato le deleghe per l’Università: "Io conto zero, di fatto è lui l’assessore, ed è giusto che lo sia anche di diritto". Queste persone nutrono ormai scarsi sentimenti di riconoscenza verso un ombroso capo da cui si sentono soprattutto usati.

Risultato: quando si è prospettato un cambio di maggioranza (fuori la sinistra dentro il centro), il responso è stato unanime: si deve cambiare anche il presidente.

Questo era il Dellai dei giorni di Rutelli. Non è stato dunque il candidato premier a miracolare il centro-sinistra: è stato lo stesso Dellai a rendersi conto di essere ormai legato, mani e piedi, a una sinistra malmostosa. Che non lo ama più, che diffida apertamente, che fatica a convincersi del senso di un’alleanza che a tanti appare innaturale.

E così Dellai per un po’ ha fatto il bravo, e nel discorso sul bilancio ha parlato tanto di Europa, di solidarietà sociale, niente di autostrade e aeroporti.

Ma quanto può durare?

Già il giorno dopo, al Comune di Trento, il capogruppo margheritino Giorgio Casagranda, si è lanciato in un affondo per silurare i cosiddetti "tre saggi", i consulenti del PRG al di sopra di ogni sospetto (vedi E anche a Trento arrivò il giorno della Jumela), e imbarcare al loro posto qualche "esperto" più sensibile al partito del mattone…

Così le contraddizioni in cui si trova Lorenzo Dellai rimangono tutte aperte. Il Trentino ha bisogno di andare avanti, e il presidente si regge su un vetusto sistema di potere personale che ha le sue inderogabili esigenze.

A noi sembra la classica mission impossible.