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Nuovi feudalesimi

Come la Giunta Provinciale vuole ridurre il cittadino a cliente.

"Troppe sono le decisioni pubbliche determinate da gruppi di pressione e di potere, da cordate locali che stravolgono il senso più profondo della democrazia."

Alluvioni in Trentino: il disastro del 1966.

Inizia così il primo capitolo del documento di "Costruire Comunità", sollecitazione a ritrovare il gusto della democrazia come partecipazione di molti, non come decisione di pochi. In effetti, è questa una stortura intollerabile che mese dopo mese, con episodi sempre più gravi, porta ad una gestione degenerata dell’autonomia provinciale e di quelle comunali, trasformandole in terreni per rinnovate clientele, in un nuovo feudalesimo che distrugge il collante più profondo di una comunità.

Esempi? Tanti, alcuni capaci di alterare in modo irreversibile l’equilibrio sociale e culturale, prima ancora che ambientale delle nostre valli e dei nostri paesi.

L’estate scorsa, prossimi a decisioni definitive per quanto riguarda la Val Jumela e più in generale per i criteri di sviluppo sottesi alla variante al Piano urbanistico provinciale, una ricerca dell’Università di Trento, commissionata dal giornale Alto Adige e da Italia Nostra, dava conto dell’avversione della maggioranza dei cittadini fassani alla realizzazione di altri impianti, che avrebbero contribuito a trasformare una delle valli più ricche di storia, cultura autoctona, segni ambientali di fortissima capacità evocativa in un succedersi di "non luoghi", ultima propaggine di una megalopoli tentacolare che sovrappone, snaturandoli, modelli urbani a mondi alpini. Un’indicazione importante su cui un governo lungimirante, coerente con il suo programma, avrebbe potuto assumere una decisione in sintonia con il volere di porzioni maggioritarie di cittadini.

Come si sa, non andò così, prevalsero gli interessi di pochi, le pressioni e i ricatti dentro il mondo della politica, che non vuol progettare il futuro, ma solo sbarcare il lunario dell’oggi a scapito di quelli che verranno.

Venne l’approvazione della variante al Piano urbanistico, in una sagra di piccole e grandi rivendicazioni localistiche promosse da interessi spiccioli, che ormai si sono annidati dentro i consigli comunali, negli stessi comitati di gestione dei parchi naturali, nelle più prossime stanze contigue alle sedi decisionali delle cosa pubblica.

Vale qualcosa che la SAT, forte di un radicamento territoriale importante in tutto il Trentino e che la Società di Scienze Naturali, per loro costume interno schive da ogni intervento che possa significare interferenza nel dibattito politico, scendano in campo con vigore a denunciare irrimediabili conseguenze di scelte d’uso del territorio capaci di amputare la nostra terra di segni rilevanti di biodiversità naturali e di segni antichissimi della nostra storia?

No, non serve a nulla, perché a testa bassa si continua a rifiutare le sollecitazioni di chi rappresenta interessi generali, per subire le pressioni di chi rivendica, minaccia, protesta, ricatta, in nome di scelte vantaggiose per singole corporazioni, gruppi, quando non esplicitamente di chi urla e protesta o dei suoi più diretti congiunti.

L’autunno, come si sa, porta le piogge, e questa volta il territorio scricchiola. Il Trentino abbandonato (nelle sue valli più periferiche) e il Trentino sovraccaricato (nelle periferie urbane) per qualche giorno sembra non farcela, evocando stagioni drammatiche della nostra storia.

Dovrebbe essere il momento del ripensamento, della misura, del proposito di recuperare equilibri spesso irresponsabilmente perduti. Cede, infatti, ancora una volta, anche il territorio nella zona del porfido, minacciando questa volta non solo beni ambientali, il lago o il torrente, ma un intero paese: Lases.

La protezione civile fa in maniera egregia il suo mestiere, ma la prevenzione civile, che pure per qualche giorno è invocata come necessità di ricalibrare parametri e misure di compatibilità ambientale, di coordinamento fra tutti i comparti della pubblica amministrazione provinciale e locale, non decolla. Eppure per qualche settimana la consapevolezza popolare che il Trentino debba cambiare registro rispetto ai suoi moduli di sviluppo pare diffusa. Si recuperano le lezioni del passato e si parla di futuro.

Risultato? Il risultato è che, passati inverno e autunno, al primo sbocciare di primavera non si è trovato di meglio che rispondere ai duri moniti di qualche mese prima svuotando la legge sulla valutazione d’impatto ambientale, sottraendo, con questo, forme rilevanti di partecipazione e di controllo sociale all’operato della pubblica amministrazione e delle sue decisioni. Almeno su quelle capaci di condizionare il futuro di tutti.

Perché lo si è fatto? Per rispondere alle pressioni dell’ Europa e della Suprema Corte - è stato l’incipit iniziale della scelta. Ma poi si è detto papale papale il vero: lo si è fatto per eliminare l’insofferenza di pochi per una legge fatta per tutelare tutti.

Vale qualcosa che ci sia, in una qualsiasi giornata di marzo, la voglia di tante persone di ritrovarsi al Museo di Scienze per ascoltare - invitati dall’Osservatorio sull’Ambiente - uno dei più illustri geografi italiani, il professor Eugenio Turri, dar conto degli ingorghi della megalopoli padana avanzanti per le valli trentine, dopo che sono state sfasciate (o abbandonate) quelle piemontesi o lombarde?

E’ solo roba da anime belle l’immagine, documentata, del Trentino in cui si dilatano veloci tanti anonimi "non luoghi" che c’impediscono di dare un qualsiasi senso specifico al nostro futuro e perciò capaci di generare altri spaesamenti, altre perdite di "comunità"?

Per quello che vediamo e sentiamo sembra proprio si pensi che sì, non siano questi i luoghi in cui può albergare la politica. Eppure è in gioco una partita cruciale, che coinvolge solo in misura marginale il mondo ambientalista.

Feltrinelli ha ristampato in questi giorni "La secessione leggera" di Paolo Rumiz, con un’introduzione attualizzata rispetto alla prima edizione del 1987.

Scrive Rumiz a proposito del "capannone" padano che i sostenitori dello sviluppo omologante e i Cacciari in visita pastorale vorrebbero indicarci come nostro unico ineluttabile destino: "Basta guardare dentro il "capannone" padano, per capirlo: una secessione è già avvenuta, da tempo. Nel mondo minore, quello dello sviluppo molecolare, c’è una parte di gente che ormai ragiona, sogna, protesta, in modo diverso dal resto del Paese. In leggerezza, inavvertitamente, un uomo nuovo è cresciuto nell’Etnos italiano, e la secessione sta prima di tutto nella sua testa: è un distacco mentale dalla politica, dallo Stato, dalla Res Publica, persino da quel supremo bene comune che si chiama territorio."

Berlusconi lo ha capito da tempo. Non il centro sinistra trentino, che continua a pensare alle "insofferenze" di pochi, piuttosto che al pronunciamento di molti (vedi V.I.A. libera).

Ma forse il novantesimo minuto non è ancora suonato, e in ogni caso qui ci sono ancora tanti che dimostrano di non voler rinunciare alla propria funzione di cittadini, continuando a pensare, criticare ed agire.