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La Montecatini di Mariella Poli

Una mostra - attraverso molteplici mezzi espressivi, primo la fotografia - sullo stabilimento Montecatini di Mori.

E' passato abbastanza tempo dalla chiusura dello stabilimento Montecatini di Mori, avvenuta nel 1983, perché il suo relitto possa essere guardato come oggetto della memoria. Parliamo di una fonderia, un posto dove si produceva alluminio puro lavorando in prossimità dei forni a temperature ambientali pazzesche. Mariella Poli, artista visiva nata a Rovereto ma da anni trasferitasi a San Francisco, ha voluto affrontare questo luogo abbandonato e suoi possibili significati.

Ha fotografato le cose, ma anche le persone. Le cose: sale più vaste di un vecchio cinematografo; i pavimenti attraversati da fori circolari più grandi di una stanza dove una volta stavano i forni; i sotterranei; gli archivi; la zona direzionale con certi decori da stazione ferroviaria inizi ‘900; e poi oggetti abbandonati sotto strati di polvere da gente in fuga: scarponi, boccette, registri, un bidè (Duchamp?)...

Le persone: i superstiti, è il caso di dire, di oggi, operai fornaioli che portano in faccia la lunga resistenza alla fatica, e la fierezza quasi di avercela fatta contro condizioni di lavoro oggi improponibili (nei nostri paesi), accanto alle facce meno scavate di lavoratori meno esposti a quelle torture.

Il percorso è però ben più di una mostra fotografica. Mentre ascoltiamo il racconto di quella vita dalla voce registrata dei protagonisti (e la cosa già prende alla gola), alcuni video proiettano il flusso ininterrotto dell’acqua che scorre nei canali della vecchia fabbrica: mescolato al flusso della memoria, a rendere forse, per contrasto, l’assillo di quella vampa permanente.

Da ultimo, anche qualche oggetto ritrovato, a mo’ di scultura: porzioni impolverate degli archivi della fabbrica, malinconici faldoni di pratiche in cui si sublimava quell’enorme investimento di energia, e quella consumazione di forze. Il lavoro di Mariella Poli non è, e non voleva essere un’operazione di storiografia (su una realtà industriale che ha traumaticamente segnato anche la storia sindacale di questa terra, se pensiamo all’occupazione della fabbrica del 1958). E’ apprezzabile il fatto che non abbia tuttavia voluto fermarsi a un’operazione asettica e estetizzante di archeologia industriale, ma abbia innervato il discorso che le testimonianze e l’apporto di diversi mezzi espressivi, riuscendo in tal modo a dilatare il senso del proprio intervento oltre il contesto specifico, a parlarci del sacrificio umano estorto dall’industria pesante, della desolazione, della capacità di sopravviverle.

A Rovereto, Archivio del ‘900 fino al 4 novembre

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