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E le donne afgane?

I pericoli di una perdurante repressione dei diritti delle donne afgane, e la mobilitazione internazionale.

Nel momento in cui andiamo in stampa, sembrerebbe essersi trovato un accordo per la nascita di un governo di transizione dell’Afghanistan, nel quale sarebbero rappresentate anche alcune donne. Si tratta di un esito tutt’altro che scontato, per raggiungere il quale sono senz’altro state utili, se non determinanti, le pressioni esercitate nelle scorse settimane dall’opinione pubblica internazionale per chiedere il riconoscimento dei diritti delle donne di quel Paese.

Se l’immagine delle donne afgane impacchettate nel burqa è infatti diventata, dall’undici settembre, il simbolo dell’oppressione dei diritti umani perpetrata dal regime dei Taliban, in Afghanistan la sottomissione della donna, di cui il burqa è soltanto l’aspetto esteriore, non è un’invenzione delle menti perverse, sessuofobiche e misogine, dei barbuti studenti coranici di Kandahar.

Prima dell’avvento al potere dei Taliban nel 1996, indossare il burqa (che letteralmente significa, la qual cosa è emblematica, "sudario") è stato facoltativo solo a partire dal 1959. Prima di allora, a parte una breve parentesi all’inizio del secolo (durante il regno di Amanullah, il "Re delle riforme", che si impegnò nella modernizzazione anche culturale di quel Paese, ma che proprio per questo fu destituito da una insurrezione dei mullah), il burqa è quasi sempre stato obbligatorio, al pari di come è stato nei cinque terribili anni di dominio dei Taliban.

La pratica di nascondere interamente il corpo femminile - volto, mani e piedi compresi - fa insomma parte da secoli della tradizione afgana e, a ben vedere, non è poi così dissimile da alcune usanze largamente diffuse in altre parti del mondo, finanche nel civile e democratico occidente.

Ed il burqa è stato, per l’appunto, solo l’aspetto esteriore, senz’altro il più lampante, della condizione femminile in Afghanistan. I reportage ci hanno raccontato di donne comprate e vendute come bestiame per i matrimoni organizzati dalle famiglie, del divieto di lavorare, del divieto di uscire di casa se non accompagnate da un maschio scelto dalla famiglia, del divieto di andare a scuola, del divieto a farsi curare da un medico, del divieto di parlare con maschi che non siano della famiglia, delle severissime pene, fino alla morte per lapidazione, inflitte a coloro che trasgrediscono a queste regole. In definitiva, a donne private del diritto ad esistere come persone, costrette a vivere quasi come cadaveri ambulanti, la tradizione non poteva che imporre, secondo una terribile quanto coerente logica, d’indossare un sudario.

Solo con l’ingresso dell’Afghanistan nella sfera d’influenza sovietica, nel secondo dopoguerra, la condizione femminile è iniziata a cambiare concretamente. Acquisita, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, la piena parità dei diritti, alla vigilia dell’invasione sovietica del 1979 le donne costituivano una quota importante della leadership del Paese: buona parte dei medici e dei docenti universitari erano donne e alcune donne sedevano finanche nel governo come ministri. La consapevolezza dei propri diritti, che le donne afgane hanno dunque maturato a partire dagli anni ’60, ha però reso ancor più insopportabili gli anni bui dei Taliban.

E oggi, liberata Kabul e rovesciato il regime del Mullah Omar, per le donne afgane è finito un incubo? Torneranno a vedersi riconoscere la parità dei diritti come era stato fino all’invasione sovietica di ventidue anni fa? Nonostante le notizie incoraggianti di questi giorni, per le donne afgane la strada è ancora in salita.

Prima dei Taliban, a reintrodurre il burqa erano stati, nel ’92 (immediatamente dopo il ritiro dei sovietici), proprio i Mujahiddin, ossia coloro che hanno poi dato vita a quell’Alleanza del Nord che, con l’aiuto angloamericano, ha oggi riconquistato gran parte del territorio dell’Afghanistan.

A sentire le coraggiose ragazze della RAWA, la combattiva associazione delle donne afghane che, nella clandestinità, si batte da oltre vent’anni per i diritti delle donne di quel Paese, degli uomini dell’Alleanza del Nord ci sarebbe ben poco da fidarsi.

E forse non è un caso se, a Bonn, nelle trattative per la formazione di un governo transitorio a Kabul, per molti giorni si sono visti tanti uomini, tanti turbanti, tante barbe, ma di donne davvero poche, neppure in qualità di segretarie o di interpreti.

In queste settimane molti si sono chiesti se fosse giusto che la comunità internazionale finanzi la ricostruzione e apra crediti al nuovo governo in assenza di garanzie sul rispetto dei diritti umani, in particolare riguardo alle donne. Ed in tanti hanno avuto il terribile sospetto che i governi occidentali fossero preoccupati soltanto degli equilibri geopolitici di quell’area del pianeta, ma che se ne stessero infischiando ancora una volta dei diritti umani. Il pericolo che le donne afghane, dopo essere state per anni le principali vittime del regime oscurantista dei Taliban, dovessero rassegnarsi a perdere anche questa occasione di vedersi riconoscere i loro fondamentali diritti, era dunque concreto; e probabilmente il pericolo non è ancora del tutto sventato.

Sono questi angoscianti interrogativi che hanno spinto moltissimi esponenti del mondo della cultura e della politica di ogni parte del mondo a mobilitarsi, per chiedere la partecipazione delle donne nel governo transitorio di Kabul. A guidare la mobilitazione è stato il Partito Radicale Transnazionale, ed in particolare Emma Bonino, che del problema delle donne afgane si occupa da tempi non sospetti.

Momento culminante è stato il "Satyagraha" del primo dicembre, una giornata di lotta gandhiana nonviolenta che ha visto più di seimila persone, da ben centotre paesi diversi, digiunare contemporaneamente: tra i partecipanti figurano persone come Benazir Bhutto, Jack Lang, Desmond Tutu, Felipe Gonzales, Rigoberta Menchu, David Grossman, Boutros Boutros-Ghali e, per venire all’Italia, Rita Levi Montalcini, Bernardo Bertolucci, Adriano Sofri, Walter Veltroni, Alfredo Biondi.

Anche in Trentino, dopo la raccolta di firme promossa dal Coordinamento donne di Trento e l’iniziativa di sensibilizzazione organizzata dalla Presidente della Regione Margherita Cogo (la proiezione del film "Viaggio a Kandahar" con successivo dibattito), il Partito Radicale Transnazionale, attraverso l’esponente locale Franca Berger, è riuscito a far aderire al Satyagraha quasi l’intero Consiglio regionale, compresa pressoché tutta la Giunta provinciale trentina.

Chissà se questa mobilitazione riuscirà a mettere un pochino in difficoltà anche i "Taliban de noantri", quelli che ancor oggi, in Trentino, ritengono che compito delle donne dovrebbe essere solo quello di stare a casa a curare i figli . Non ci credete? Provate a seguire gli annuali dibattiti del Consiglio provinciale sulla Commissione Pari Opportunità!

Se così sarà, un giorno saremo noi a dover ringraziare le donne di Kabul.