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MART: il suo successo, i suoi problemi

Ora, dopo il meritato successo della prima mostra, deve andare avanti: diventare un centro di produzione culturale, e così ripagare i costi.

"No, noi una cosa così non riusciamo a farla. Se ne parla da anni, ma non si farà mai" - è il commento sconsolato di un giornalista di Milano, che rifletteva sull’incapacità italiana di operare grandi investimenti sulla cultura; e per contro quest’improvviso, imprevisto emergere in una marginale periferia come il Trentino, di una realtà grandiosa e impegnativa come il nuovo Mart.

Ecco, nel concorde, stupito entusiasmo dei giornalisti nazionali il giorno dell’inaugurazione, sta forse la miglior interpretazione del successo del nuovo museo. "Struttura fantastica", "Una mostra inaugurale stupenda".

E di qui un vivo, nuovo interesse per questo nostro lembo di terra: "Ma come avete fatto? E come mai voi di Trento ve lo siete fatto scippare da Rovereto? Mi parli del sindaco, del Presidente... Ah sì, l’Autonomia..."

"Un trionfo" - hanno titolato i giornali locali. Non hanno esagerato, e vediamo perché.

Innanzitutto il progetto di Mario Botta. L’architetto ticinese, con un atto di feconda modestia, ha rinunciato alla visibilità della sua opera, senza facciate, costruita in uno spazio intercluso all’interno del centro storico roveretano. "Il museo che non si vede", in cui si entra direttamente, da corso Bettini, in un breve vicolo tra due edifici settecenteschi fino all’ormai famosa piazza interna (di analoga accessibilità diretta si usufruisce in automobile: si entra in un parcheggio seminterrato, da cui un ampio passaggio pedonale - più che decoroso, niente a che vedere con lo squallore da centro commerciale - porta nella piazza circolare).

"Avevamo a disposizione un grande architetto, dovevamo fargli costruire qualcosa di visibile" - è stata l’obiezione a questo progetto. Invece no. La soluzione adottata si è dimostrata una felice "terza via" tra l’ipotesi americana (sempre e comunque un edificio nuovo) e quella tradizionale italiana (un edificio storico ristrutturato). "Il museo innervato nella città", come lo definivamo anni addietro, è però non solo una soluzione architettonica innovativa, ma anche un progetto urbanistico, culturale, sociale.

Il Polo Culturale: da Corso Bettini (in basso) l’accesso attraverso un vicolo tra i due palazzi settecenteschi (in nero marcato) dell’Annona e Alberti; quindi la biblioteca comunale a sinistra, l’auditorium a destra; e poi la piazza circolare e il piano terra del Mart, con foyer, bookshop, cafeteria, sala conferenze. L’accesso dal parcheggio seminterrato avviene attraverso il corridoio a sinistra della piazza.

Contigui al Mart e affacciati sulla piazza, ci sono infatti da una parte l’ala moderna della nuova biblioteca comunale, dall’altra un nuovo Auditorium (500 posti, inaugurazione tra un paio di mesi); quindi nel palazzo settecentesco dell’Annona, all’inizio del vicolo, ancora la biblioteca; e al di là di Corso Bettini, a cento metri dalla piazza del Mart, il Palazzo dell’Istruzione, nuova sede dell’Università; 50 metri più in giù il Teatro Zandonai.

Tutto questo, nel progetto politico lanciato tanti anni fa e sostenuto con forza dall’intellettualità roveretana andata al governo, doveva formare un grande Polo Culturale. Bene, oggi, dopo quindici anni e 70 milioni di euro, quasi ultimate le costruzioni, si vede, nel concreto, che il progetto non solo funziona, ma acquista nuovi significati.

L’apertura della biblioteca (o meglio, della sua porzione nuova, contigua al Mart) con il grande concorso di pubblico al momento dell’inaugurazione e il concorso entusiasta di tanti giovani alla "maratona della lettura", aveva già fatto capire le nuove possibilità: fondere cultura e socialità, sapere e senso di appartenenza (vedi Rovereto: la festa della biblioteca). "La città si è allungata di 500 metri" - ha commentato il preside Caffieri, constatando come, dopo l’apertura della biblioteca, il tradizionale passeggio lungo Corso Rosmini proseguisse fino alla piazza del Mart.

"Abbiamo fatto una scelta costosa, in termini di spesa corrente – ci ha detto Sandra Dorigotti, assessore comunale alla Cultura – Terremo aperta la biblioteca fino alle 22. Per creare un nuovo punto di aggregazione." La risposta c’è stata; anche dopo la kermesse dell’inaugurazione, la biblioteca è sempre piena, abbisogna come dell’aria dei nuovi spazi del palazzo dell’Annona; e ora va aggiunta la grande forza d’attrazione del Museo, a breve quella dell’auditorium, e fra non molto l’apertura dell’Università.

E già si prospettano nuovi utilizzi della piazza del Mart per concerti, della sala conferenze, della cafeteria del Museo. La cultura si desacralizza, e si incontra con la città. E ai giovani si offrono spazi di aggregazione secondo una logica altra rispetto a quella che li porta a spendere le domeniche nei centri commerciali.

"Il rischio di un conflitto, tra i compiti tradizionali di una biblioteca e una fruizione più libera degli spazi, in effetti c’è – ci ha confessato il direttore dott. Baldi, all’indomani del raggiungimento del Guinness dei primati con la Maratona della lettura - Ma abbiamo deciso di correrlo". Siamo entrati nella bella biblioteca roveretana: piena di giovani e anziani, alle postazioni dei Pc, a sfogliare giornali, a studiare sui libri, tutti in rispettoso silenzio. La cultura resa più amica, non ci è parsa meno seria.

Questa parte della scommessa - l’innervamento del Polo culturale nella città - sembra quindi ottimamente impostata. Resta l’altro aspetto: la creazione di un Museo di livello europeo, in grado di essere sia grande attrazione turistica, sia punto di riferimento culturale, centro di studi, con conseguente creazione di posti di lavoro ad elevata qualificazione. Aspetto, questo, essenziale: il grande Museo assorbirà ogni anno attorno ai 7 milioni di euro in spese di gestione, cifra ingiustificata e insopportabile se si tratterà di finanziare una cosa di poco conto.

Su questo punto QT avanzò fortissime perplessità (ricordiamo un titolo, "La scommessa del grande museo è già persa?"). Ma anche all’interno dello stesso Mart i timori erano forti, al punto di aver iniziato a mettere le mani avanti, con una preoccupante autoriduzione degli obiettivi fissati: il numero di visitatori annui a regime, da 140.000 sembra passato a 100.000, per poi dire che "non sono i numeri che contano"; il grande Museo europeo diventato "un Museo regionale" che si dovrebbe occupare di una fantomatica "cultura alpina", ecc. E tutto questo dopo anni in cui – anche per la concentrazione delle energie sull’acquisizione di un patrimonio di opere adeguato - l’attività espositiva era stata decisamente mediocre, appunto da museo regionale.

In questo contesto la mostra d’apertura veniva ad assumere il ruolo di primo "momento della verità" sul quesito di fondo: il Mart è una grande istituzione culturale o solo un grande edificio?

Le premesse non erano delle migliori: una primitiva impostazione della direttrice Gabriella Belli (i Musei europei che imprestano al nuovo nato un loro capolavoro emblematico del secolo scorso), giustamente giudicata un minestrone senza capo né coda, veniva rettificata dal Comitato Scientifico; successive accentuazioni del carattere mondano dell’"evento" inaugurazione, con le proposte più strampalate (la Ferrari sotto la cupola del Mart, la partenza del Giro d’Italia, ecc.), evidenziavano un’insicurezza nei propri mezzi e nelle proprie proposte.

Si è giunti invece alla mostra attuale, imperniata sul patrimonio (proprio o in deposito) del Museo, contestualizzata nel fluire dei movimenti artistici del secolo scorso illustrati attraverso le opere prestate dai grandi musei europei. Ne è uscito un percorso affascinante, che ha stupito i critici presenti, entusiasti.

Della mostra e dei suoi significati parliamo in dettaglio nelle pagine seguenti. Qui ricaviamo due considerazioni più generali.

La prima è sui "crediti" accumulati dal Mart. In questi anni il Museo ha fatto molto girare il proprio patrimonio, da Depero alla Collezione Giovanardi, imprestate a musei di tutto il mondo, dall’America al Giappone. E’ stato un lavoro di relazioni ottimo, in cui eccelle la direttrice Belli. E anche una visione generosa e lungimirante del proprio patrimonio, che al momento opportuno permette di chiedere contropartite. E gli altri musei hanno risposto adeguatamente; e così oggi a Rovereto si possono ammirare i Picasso, i Kandinsky, i Rousseau, i Dalì...

La seconda considerazione parte da un limite, per noi, vistoso della mostra. Che allinea uno dopo l’altro tutti i movimenti artistici del ‘900, in una sorta di compendio di storia dell’arte della modernità. Ma tratta l’arte come a se stante, indipendentemente dal fluire della storia: come se la Grande Guerra, il fascismo, il nazismo, il benessere consumista, la caduta del muro, la globalizzazione fossero ininfluenti sul mondo artistico, che vivrebbe di logiche proprie, con il Primitivismo che è una reazione al Futurismo, cui segue la Scuola metafisica ecc. Negli anni ’70 la Storia sociale dell’arte di Thomas Hauser aveva posto le premesse per un ben diverso approccio al fenomeno artistico: visto – pur con qualche schematismo di troppo – come espressione del momento storico (per fare un esempio: l’arte rinascimentale come espressione dell’uomo nuovo, della nascente borghesia nelle città italiane; poi mutatasi in Manierismo con la sconfitta storica di quella società e di quegli ideali, le signorie, il sacco di Roma, la controriforma).

Per la mostra del Mart invece sembra che la storia non c’entri: l’arte fluttua a mezz’aria, anche quando gli artisti futuristi invocano la guerra (e alcuni vanno a morire, poverini, al fronte).

Il fatto è che un approccio serio alla questione (e non abborracciato, tipo la semplice giustapposizione di opere d’arte e date storiche, come in una recente mostra romana) richiede studi interdisciplinari.

E qui torniamo al nodo: la produzione culturale. Il fatto è che da quindici anni, dalle primissime grandi mostre su Romanticismo, arte e natura e sul Divisionismo, l’interdisciplinarietà al Mart non esiste più. Ma quelle grandi mostre e gli studi ad esse sottesi, legittimarono l’idea del grande museo; l’attuale mediocrità fa porre al Corriere della Sera l’interrogativo Ci sarà vita su Mart?.

Insomma, un grande bell’edificio, una buona mostra d’apertura, il nuovo amore della città (e della provincia) per il suo museo sono cose preziose. Ma non bastano. Un’istituzione culturale deve innanzitutto produrre cultura; e se un Museo si vuole europeo, quello deve essere il suo livello.

Aquesto compito, è attrezzato il Mart? Abbiamo detto dei dubbi che, con palmare evidenza, sono serpeggiati al suo stesso interno.

I progettisti Giulio Andreolli e Mario Botta.

Per parte nostra non da oggi indichiamo un problema: il fatto che il Museo, nel bene e nel male, si identifichi nella sua direttrice, Gabriella Belli. La quale ha lavorato con grandissima tenacia, con dedizione assoluta, "senza di lei, il Museo non sarebbe partito" ammette uno dei suoi critici. E’ stata la sua capacità di tessere relazioni che ha permesso di avere la serie di depositi (Giovanardi, Panza di Biumo, Fondazione di Francoforte ecc) che hanno portato a dimensioni critiche il patrimonio del Museo; è stata la sua attività che – dopo i troppo lontani risultati scientifici delle prime mostre - ha inserito il Mart nel circuito internazionale; è ancora stata lei che ha acquisito tutta una serie di archivi, a iniziare da quelli futuristi, che costituiscono un poderoso giacimento culturale, in gran parte inesplorato, su cui potranno lavorare decine di studiosi.

Al contempo però la Belli ritiene che il Museo sia cosa sua. Con un attaccamento totale e geloso. E’ quindi fortemente accentratrice, e insofferente di chiunque possa darle ombra.

Con due conseguenze negative: una scarsa operatività ("la pratica non è ancora stata visionata dalla dottoressa Belli" è il refrain che si sentono ripetere collaboratori e fornitori); e l’allontanamento di tutte le personalità di spicco, che a decine in questi anni si sono succedute negli organismi del Mart, per poi dimettersi nell’impossibilità pratica di contare qualche cosa.

E così ogni anno si proclama l’imminente avvio del Centro Studi del Futurismo, e mai non si fa (anche se è stato edito un ponderoso ed apprezzato Dizionario del Futurismo); ogni anno si prende l’impegno di editare un Catalogo dell’opera di Depero, ma non solo non lo si fa, si è ormai anche persa l’autorevolezza in materia (vedi l’ultima penosa vicenda giudiziaria sul Libro Bullonato); ogni anno si parla della centralità dell’Archivio e della biblioteca, ma poi gli si lesina personale (complice la crisi della Fondazione Caritro, che avrebbe dovuto finanziare le catalogazioni) e persino spazi.

In compenso si hanno rapporti di sufficienza con il mondo culturale circostante: si ritiene non ci sia niente da imparare dal Museo Civico di Rovereto (che aveva offerto un supporto per l’informatizzazione, visti i tanti soldi spesi dal Mart per fare solo buchi nell’acqua), dagli altri Musei che chiedono rapporti, dalla contigua biblioteca comunale; con spocchia li si considera ad un livello troppo inferiore e non si tessono rapporti che al contrario, dovrebbero essere naturali e fecondi.

La scommessa quindi oggi è fare il salto in avanti. Partire da quanto di buono si è fatto finora, e arrivare a un altro livello. Oltre la direttrice factotum. Con un comitato scientifico realmente operativo, di gente che non viene a Rovereto per turismo e che non si senta frustrata perché tanto, quello che si decide non conta niente.

I soldi spesi sono stati molti (ed è un merito della politica trentina). Se non ci si adagerà sull’attuale successo, ma si punterà in avanti, quei soldi saranno un grande investimento. In cultura, socialità, identità, e anche economia.