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Lotta alla mafia: a che punto siamo?

Successi e difficoltà a livello europeo e italiano.

La criminalità mafiosa oggi è in rapido sviluppo ed è in grado di tenere il passo della globalizzazione sul piano europeo e oltre. In Italia l’azione di contrasto non è confortante. Accanto a innegabili successi sul terreno della repressione (ma Provenzano è ancora latitante) si verificano rallentamenti o addirittura smagliature sul piano legislativo, mentre continuano i conflitti a volte devastanti tra organi preposti al controllo, le tensioni tra i poteri dello Stato, gli sbandamenti della giurisprudenza ed esiti processuali imprevisti e sconcertanti.

La stanchezza dell’opinione pubblica sulla questione, constatata anche di recente, è alimentata dalla continua e sfacciata collusione con la mafia tra esponenti politici, giudiziari ed economici. Ciò provoca due atteggiamenti contrapposti: nella maggioranza delusa una sorta di scetticismo, un atteggiamento di rassegnata convivenza con il fenomeno mafioso. Nella minoranza non rassegnata provoca invece un’illusione fideistica circa il ricorso a questo o a quel nuovo rimedio, che sarebbe di efficacia decisiva se non ci fossero oscure resistenze politiche. Posizioni entrambe sbagliate, essendo condizionata la lotta alla mafia a una chiara consapevolezza della situazione, e alla fredda, intransigente opposizione contro le manovre sabotatrici del Governo Berlusconi e della sua maggioranza.

Sul piano europeo la situazione è diversa e molte sono le iniziative positive che sono state prese in questi ultimi anni. Ai sensi degli artt. 29 e 31 del Trattato UE è oggi possibile adottare misure che definiscono norme minime in tema di elementi costitutivi dei reati e delle sanzioni, non più lasciate alla buona volontà dei singoli Stati mèmbri. Le "decisioni quadro" (art 34, lett. b Trattato UE) hanno prodotto una serie di importanti documenti comunitari che danno impulso alla lotta alla mafia: Piano d’azione contro la criminalità organizzata approvato nel maggio 1997; Azione comune, deliberata a Vienna nel dicembre 1998; le Conclusioni del Consiglio di Tampere, prese nell’ottobre 1999; il Memorandum contro il crimine organizzato siglato dall’Unione Europea nel maggio 2000, fino alla recente "Decisione Quadro sulla cooperazione contro il crimine organizzato", adottata dal Consiglio d’Europa nel febbraio 2002.

Tutti questi documenti hanno prodotto la consapevolezza che il contrasto contro la mafia deve necessariamente prevedere la autonoma incriminazione del momento associativo.

Non è stato facile armonizzare la tradizione giuridica di quei Paesi che avevano a lungo ignorato il reato associativo, e perseguivano il crimine organizzato attraverso la insufficiente ipotesi della cospiracy (che punisce il mero accordo).

L’autonoma rilevanza penale del momento associativo è decisamente sottolineata da un altro documento, il cosiddetto "Corpus Juris" redatto da un gruppo di esperti su incarico della Commissione Europea. Forzandone la fattispecie, il "Corpus Juris 2000" definisce la cospiracy la collaborazione di tre o più persone che, con una organizzazione stabile e operativa, si propongono di realizzare i reati elencati dal Corpus stesso.

Con questi strumenti l’Europa si è meglio attrezzata per combattere la mafia, ma non basta. L’esigenza oggi avvertita come una necessità è quella di superare il reato associativo classico (associazione per delinquere comune: art. 416 del nostro codice penale) e di imitare la scelta pionieristica compiuta in Italia quando nel 1982 venne introdotta la fattispecie di associazione di tipo mafioso: art. 416 bis c.p..

Quando ciò avverrà, ed entrerà in vigore il mandato d’arresto europeo, la lotta alla mafia potrà dispiegare tutta la sua potenzialità senza le incertezze e le contraddizioni che oggi la inceppano.

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