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Tristezze cubane

Dalla rivincita del dollaro alla repressione del dissenso: la triste fine di un mito. Da L’altrapagina, mensile di Città di Castello.

Ivan Teobaldelli

Come una nera mantiglia la notte cade di colpo sull’Avana e la avvolge. Ai Caraibi il tramonto è uno sfrigolio di fosforo nel cielo, un lampo arancio ed è buio. Si animano le calli che portano al Malecón, il lungomare, e dai palazzi sventrati, da selve di piloni scorticati, da soglie senza uscio, da scale cieche e sbrecciate avanza un esercito di ragazzine sui tacchi alti, una scia di profumo dozzinale, un niente di minigonna.

Si muovono in gruppi, come all’uscita di scuola, coi modi e i richiami dell’infanzia. Ancheggiano, cantano a squarciagola, scansano piscio e immondizie con allegria, si chiamano coi soprannomi del mestiere: Iris, Mayeli, Yudmilla, Carasài. Sotto il trucco i lineamenti restano infantili. Giocano a fare le donne, ma i seni, strizzati nel top, sono appena sbocciati. Hanno la pelle ambrata dell’arcipelago mulatto: le definiscono negritas, mulatas blanconazas, jabaitas, triguenas, chinas, rubias. Sono cuccioli in caccia. La loro arma? Miscelano sapientemente malizia e ingenuità, perché sanno che questo è un nettare irresistibile per il calabrone.

Il calabrone è il turista. Lo adocchiano da lontano, lo annusano al volo, lo radiografano, sia che faccia il ritroso, sia che esageri in senili oscenità. Lo circondano, lo fanno sentire giovane e simpatico, gli si strusciano contro, gli ammiccano: mycielo, amoretto, quebonito! estàsrìco!, disposte a tutto pur di spennarlo.

Sono le jineteras, chiamate proprio così, alla lettera, "le cavallerizze", perché davvero cavalcano lo straniero e lo ripuliscono. E’ l’unico modo per mantenere la numerosa famiglia. Ci campano sopra tutti: dal fidanzato o magnaccia al poliziotto di quartiere che "intasca". Rischiano sempre la retata e di finire rinchiuse al "Centro di accoglienza e di classificazione" dell’Avana. Ma alla fine del mese ci sono i soldi per le medicine, il latte e le scarpe per i fratellini, possono acquistare un elettrodomestico per la casa e per sé un paio di fuseaux italiani o di veri jeans americani.

Vengono dalle regioni più povere, da Camagùey o da Holguin. Sono spesso studentesse o disoccupate, e muovono un’intera economia parallela: dal procacciatore al tassista, all’affittacamere, al ristoratore, al negoziante d’abbigliamento, al portiere della discoteca, all’agenzia di viaggi. Spesso cercano soprattutto una via di fuga dall’isola. Su 3.000 europei che nel 1998 hanno sposato una cubana, 2.000 sono italiani.

Tre le parole-chiave per entrare dentro questo universo. Fula: il dollaro, lo scopo. Yuma: lo straniero, il mezzo. Fiana: l’auto della polizia, il pericolo. Scacciato dalla porta, come simbolo del capitalismo corruttore e come risposta al bloqueo (l’embargo) che dura da 39 anni, il dollaro rientra prepotentemente dalla finestra con le remesas dei cubani in esilio (i cosiddetti gusanos, vermi) e che oggi sono bene accette e rappresentano una costala fondamentale dell’economia.

Nell’isola tutto si paga in dollari, anche la tassa d’ingresso e d’uscita. Coi pesos si compra solo al mercatino dei contadini: cipolle, pomidoro, aglio e banane. Tutti i beni di consumo, dalla cartolina al latte introvabile, in verdoni americani. Si è creata una doppia economia devastante, col 95% di lavoratori pagati in pesos che devono fare i conti con la dollarizzazione della società e quindi col mercato nero, il baratto, una libreta (tessera) di razionamento per i beni di prima qualità sempre più scarsi e spesso introvabili.

"Hay que luchar" (bisogna lottare): è diventato, ironicamente, l’imperativo per la sopravvivenza. E si capisce il perché, quando una maestra elementare, con 30 anni di servizio, arriva a percepire uno stipendio equivalente a 15 $ al mese. Come fa ad acquistare una bottiglia di rum a 3 $, un paio di scarpe da ginnastica a 45 $? La yuma, lo straniero, è la fonte più immediata e diretta di denaro, spesso l’unica. Pochi anni fa, quando a capo della diplomazia cubana c’era Roberto Robaina - familiarmente chiamato da Castro "Robertico"- un moderato di grande popolarità, fu intrapresa una via delle riforme che permetteva piccole conduzioni familiari.

Nacquero cosi le casas particulares (camere affittate in case private) e i paladares, piccoli ristoranti privati col limite di 12 coperti. Non solo era un’idea geniale e accattivante per il turista, più economica e che gli faceva toccare con mano tutta l’allegria dell’ospitalità cubana, ma era anche un tentativo intelligente di incentivare l’iniziativa singola o familiare.

Nel giro di tre anni una pressione fiscale vessatoria, che pretende 200 $ al mese per stanza anche quando non è affittata, ne ha fatti chiudere la maggior parte o li ha resi carissimi. Fine dell’esperimento e anche rimozione di Robertico. Al suo posto è stato nominato il segretario particolare di Fidel, e i turisti tutti intruppati negli orrendi albergoni di Stato.

Implacabile come un cucù svizzero, appare su Cubavision Raphael Serrano, il calvo presentatore dal baffo a gronda che snocciola con voce cavernosa il notiziario, come leggesse l’elenco telefonico, mentre il suo doppio, Serrano Raphael, occupa ubiquo lo schermo di Telerebelde. Sono i due canali televisivi di Stato, identici per piattezza e grigiore. Solo verso le 21 lo schermo si anima. E’ l’ora della telenovela e tutto si blocca. Tutti pazzi e incantati per gli intrecci di "El año que viene", "Mujeres de arena" o ‘Te odio my amor", e nessuna rivoluzione al mondo li schioderebbe dalla sedia. Ne è riprova il fatto che a quell’ora non capitano e non capiteranno mai i fastidiosi black-out che ogni giorno lasciano l’isola al buio per diverse ore.

C’è una bella canzone di Carlos Varela dal titolo "Como los peces" che sintetizza in modo poetico e brutale l’attuale stato d’animo del popolo cubano. A nuoto "come i pesci" i giovani fuggono in mare; muti "come i pesci" i padri li guardano scappare. Il silenzio è la condizione di un intero paese. Non è ammessa la dissidenza, la critica al Potere, la libertà di espressione. Da qualche anno il Parlamento ha adottato una legge contro la dissidenza e la stampa indipendente che collabora con i media stranieri. Nonostante questo, nel novembre 1999, in occasione del vertice latino-americano, l’opposizione interna, fatta di giornalisti, ecologisti, sindacalisti in rotta con la linea del partito, incontrò la stampa internazionale presentando un testo che proponeva la riconciliazione nazionale e la libertà dei prigionieri politici. Per distinguersi dagli anticastristi, non reclamavano il rovesciamento del regime ma un suo ammorbidimento: libertà di espressione, libero accesso ai mezzi di comunicazione, libertà di coscienza e di religione, libertà di associazione e pluralismo politico, a anche il diritto di sviluppare imprese individuali. Risultato?Un giro di vite ancor più ferreo e il controllo totale su tutti i mezzi d’informazione.

Il 50% dei cubani ha meno di 25 anni. Per molti di loro gli slogan "Socialismo o muerte" o "Hasta la victoria siempre" nonhanno alcun significato. C’è un gap generazionale con i padri che hanno fatto la rivoluzione. Le nuove generazioni hanno davanti agli occhi solo due modelli di riferimento. Anzitutto il giovane iscritto al Mjc (Movimento della gioventù comunista), ideologicamente inquadrato, disposto a ogni volontariato come c’è scritto sulla tessera d’iscrizione. Riporto letteralmente: per essere un giovane comunista bisogna avere "temperamento, carattere, abnegazione, vocazione, obbedienza. Bisogna essere primi in tutto: nel lavoro, gli studi, lo sport e nelle relazioni con gli altri compagni".

L'Avana.

E’ un decalogo molto impegnativo e che soprattutto non fa entrare niente in tasca . L’altro modello di riferimento sono i jineteros e le jineteras che in una notte guadagnano quello che un poliziotto prende in cinque mesi e un bidello in un anno. Che mangiano, bevono, si vestono bene, si comprano il videoregistratore, la moto, le Adidas, vanno a ballare, fanno all’amore. In mezzo, tra questi due modelli, non c’è niente. C’è il vuoto, la mancanza di futuro, la fuga.

Scrive Danilo Manera, il più acuto studioso italiano di Cuba: "Non è giusto che i cubani paghino ancora il prezzo di essere un mito altrui, stretti tra le due nomenklature contrapposte e complementari di chi a Miami ha fatto fortuna con Castro, dando la colpa di tutto a lui, e di chi all’Avana ha fatto fortuna con Fidel, occupando ingloriosamente posti di potere nella sua ombra per troppo tempo. Posso solo augurargli che trovino una transizione pacifica, graduale e ragionevole, che preservi l’indipendenza e le caratteristiche culturali cubane, e il senso del bene collettivo".

E’ sabato sera. Davanti al cinema Vara, nel cuore commerciale del Vedado, sembra di assistere a una scena del film "Saturday’s Night Fever". Mischiato tra la folla, un popolo biancovestito, con gli abiti attillati alla Tony Manero e il gel nei capelli, ondeggia, balla, ride, si sfotte. Sono i gay dell’Avana in attesa di sapere dove verrà fatta la peña (festa) clandestina. Li chiamano ironicamente tendederas gli omosessuali in completino bianco, cioè "quelli che stendono la biancheria". Ma è ricco il vocabolario del disprezzo: locas, maricones, babilonias, cheznas, gansos, patos, guaricas, mariquitas. E le lesbiche: tortilleras.

La festa, per timore della polizia, è fino all’ultimo segreta. La conoscono solo i tassisti abusivi che bisbigliano "peña, fiesta" ai visi conosciuti. L’amico cubano è di questi e ci caricano su una vecchia Lada sovietica che sembra attaccata con lo sputo e scatarra in modo preoccupante.

Bene o male arriviamo in uno slargo buio nei pressi dell’aeroporto. Qui finisce lo sterrato e in mezzo, seduto su uno sgabello, un uomo ci indica dove parcheggiare. La fiesta è dentro un recinto di lamiere e blocchi di cemento che deve essere stato untempo un cantiere edile. A un cancelletto di ferro due buttafuori riscuotono l’ingresso, un dollaro a testa. Dentro, in uno spiazzo circondato da mucchi di detriti, c’è un baracchino di legno per il dj, quattro lampadine colorate sulla testa del barista e il popolo gay della notte già scatenato nelle danze. E’ qui la festa!

Torniamo a casa alle sei del mattino, stanchi e infreddoliti dalla guazza ma increduli ancora per "la strana gioia di vivere" - come diceva il poeta umbro - che animava tutti quei ragazzi, le travestite in lungo infangato e parrucca, i palestrati in jeans sdruciti, i boys seminudi. Come se una bacchetta magica avesse messo al sicuro quello slargo desolato dalla risaputa violenza della polizia e dal disprezzo d’una cultura machista che ancora li sbatte in galera.

Come andassi in pellegrinaggio, il giorno dopo mi metto alla ricerca della casa di Lezama Lima, il grande scrittore cubano definito "il Proust dei Caraibi". So che è in via Trocadero, una piccola calle che taglia la più bella passeggiata dell’Avana, il Prado, un magnifico viale alberato coi sedili di marmo, i lampioni in ferro battuto e come sfondo le più belle facciate liberty della città. Qui vengono a chiacchierare le famiglie nei giorni di festa, qui i bambini imparano a roteare le mazze della pelota per diventare campioni del mondo.

M’aiuta uno scolorito cartello sul marciapiede: "Museo Lezama Lima". Suono e dal portone socchiuso s’affaccia una ragazza che m’invita a seguirla dentro un bugigattolo. E’ l’ufficio, ma il museo non c’è, non è mai esistito. Nel cortile interno s’affacciano la porta e le finestre della casa abitata dallo scrittore, ma sono serrate e dentro non c’è più niente. Mi siedo sconsolato, ci accendiamo una Camel e mi faccio raccontare da Lilli - così si chiama quella gentile e discreta vestale - che fine hanno fatto i mobili, la biblioteca, i quadri e soprattutto i manoscritti. La risposta è succinta: sono imballati chissà dove, nello scantinato di qualche Ministero. Non ci sono soldi e i lavori sono bloccati a tempo indeterminato. "Guarda, - e mi indica un vecchio computer - non abbiano neanche Internet, e neanche un archivio, e non sappiamo cosa rispondere agli studiosi che da tutto il mondo cercano materiale su Lezama Lima". Mi cadono le braccia: questa è la sorte dello scrittore che con il romanzo "Paradiso" ha interpretato più d’ogni altro l’essenza dell’anima cubana, barocca e sontuosa, modulandone a tale grado la lingua da far scrivere a Cortazar: "’Paradiso’ chiede d’essere letto come gli inni orfici, come i bestiari, come II Milione, I King".

Le nuove generazioni cubane neanche lo conoscono, non l’hanno mai letto. L’ultima edizione, nel 1976, neanche uscì dalla tipografia: fu sequestrata e mandata al macero. Anche per questo Lezama Lima morì, proprio quell’anno, dal dolore. E non solo perché era obeso, malattia del povero. E non solo perché era anche omosessuale. Ma perché, come scrittore, era stato cancellato.

Mi vengono in mente altre grandi voci contemporanee della letteratura cubana, tutte soffocate. Quella di Guillermo Cabrerà Infante, di Severo Sarduy, di Virgilio Pinera e quella di Reinaldo Arenas, che fu esiliato nel 1980. Nel romanzo "Prima che sia notte" Arenas ricorda Cuba, "l’isola desolata" da cui è fuggito, dopo il carcere e la delazione, perché dissidente. Da lontano Cuba ritorna a essere l’infanzia con le sue magie e una struggente tenerezza. Ma anche con il disinganno: i primi giorni entusiasti della Rivoluzione, la genuflessione al regime degli intellettuali, l’ipocrisia della sinistra occidentale accecata dal mito della rivoluzione cubana. Se fosse ancora vivo il Che, cosa direbbe?

Eppure in questo mare di disperazione - l’autore si suicida nel 1990 a New York - resta fino all’ultimo intatto l’innamoramento. E la speranza, che gli fa scrivere questo struggente addio: "Cuba sarà libera, io lo sono già".

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