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Il centro-destra che servirebbe

L’opposizione del centro-destra: da Boso a Malossini, dalla gazzarra all’inciucio? Il pericolo della subalternità alla Margherita e i temi veri (e disattesi) del liberismo in un’intervista a Marcello Carli (Udc).

Era Erminio Boso l’emblema del centro-destra in Consiglio provinciale nella scorsa legislatura: a significare un’opposizione gridata, sempre pronta all’ostruzionismo preconcetto, a strapparsi i capelli, gridare allo scandalo e bloccare i lavori. Ma tutto questo in assenza di una vera linea politica. Sì, perché il destinatario degli strepiti era il Presidente Lorenzo Dellai, cui poi però lo stesso centro-destra, in fin dei conti, rimproverava non tanto la contiguità con i poteri forti, bensì l’alleanza con "i comunisti", che notoriamente contavano ben poco. Insomma, tanto rumore per nulla.

Il consigliere provinciale Marcello Carli (Udc).

In questa legislatura la musica è cambiata. L’icona del centro-destra è ora Mario Malossini, e dall’opposizione gridata si è passati a una collaborativa; dalla pratica dell’ostruzionismo ai sospetti di inciucio. Ma ancora rimane in ombra, anzi forse ancor più latita la linea, la ragion d’essere del centro-destra. Che significato infatti viene ad avere una coalizione d’opposizione, quando non si distingue dalla maggioranza? Se l’unico appunto che si rivolge al Presidente Dellai è quello di essere alleato alla sinistra (peraltro mazziata), della quale ci si propone come sostituti, non è che si conferma da una parte la centralità della Margherita, e dall’altra la propria subalternità, offrendosi come nuova stampella, se e quando il Principe vorrà ribaltare le proprie alleanze?

Di questo parliamo con Marcello Carli, consigliere provinciale dell’Udc (sigla nata dalla fusione di alcuni spezzoni della diaspora democristiana) e sostenitore da una parte della linea malossiniana dell’opposizione morbida, dall’altra di un’inedita "verifica" in sede locale dello stato della coalizione di centro-destra, che anch’egli ritiene andare avanti senza una bussola politica.

Credo che l’equivoco di fondo – sostiene Carli - stia nella traduzione fatta del nuovo sistema elettorale, tendente a dividere nettamente i due schieramenti, centro-destra e centro-sinistra. In particolare nel Trentino, di cui si rimarca sempre l’originalità, l’autonomia, ma poi si finisce per assumere pedissequamente lo schema politico nazionale. Mentre invece da noi, dove la cultura è moderata, basata su socialità, cooperazione, mutualità, la divisione manichea destra-sinistra si è rivelata una forzatura. E difatti ha portato difficoltà sia nel Polo dell’Autonomia (la versione elettorale del centro-destra con l’aggiunta di Andreotti, n.d.r.), sia nel centro-sinistra; per quest’ultimo basti ricordare come tutti i passaggi del dopo elezioni lo hanno visto diviso, dalla stessa formazione della giunta alla Pirubi, alla Regione, al condono, alla riforma istituzionale.

Ora io ho fatto un’opzione, concordemente con la mia cultura, per il centro-destra; ma l’ho fatto per rappresentare un’idea, non per andare al governo a spaccare tutto. E quindi, avendo perso le elezioni, non intendo oppormi a tutto, bensì convergere su quelle cose che erano all’interno del nostro progetto. Che è quello che conta. Il mio voto dipende dal contenuto della proposta, non dal colore del proponente".

Però, se le convergenze sono predominanti, non si capisce cosa vi distingua dalla Margherita.

"Prima delle elezioni abbiamo detto e ridetto che saremmo stati disponibili ad un’alleanza con la Margherita, se avesse cessato la collaborazione con la sinistra e soprattutto con le sue ali più estreme. Questo per motivi culturali e storici: l’Udc, come la Margherita, deriva dalla Dc, per cui sarebbe poco credibile che, dopo anni, decenni di vita politica comune, ci fossero fratture culturali".

Questa sembra nostalgia della vecchia Democrazia Cristiana. Ma quel partito si è dissolto non per un complotto dei giudici, bensì perché era inadeguato all’Europa, alla competizione mondiale; con il suo clientelismo connaturato aveva fatto esplodere il debito pubblico.

"Il debito pubblico nasce dalla pratica del consociativismo, non dalla Dc. E la cultura di cui io parlo è quella della moderazione, delle decisioni prese mettendo assieme il consenso, non quella del debito pubblico. Martinazzoli, Dellai, ecc. sono venuti tutti dalla Dc, non possiamo dimenticarlo. C’è stata una formazione che è stata alla base di queste persone. Quella cultura di moderazione ha prodotto dei problemi, è vero, ma non dimentichiamo che ha portato questa provincia al suo attuale benessere".

Non le sembra di essere rivolto all’indietro, al passato, mentre oggi i problemi sono altri?

"Io sono un appassionato di storia: il passato serve per interpretare il futuro. E così, venendo a noi, il passato serve a capire il perché delle impostazioni simili, su diverse cose tra Udc e Margherita".

Il punto non è che voi non siete d’accordo su alcune cose, ma su tutte. Allora, che senso avete?

"In tal caso il problema non è dell’Udc rispetto alla Margherita, bensì della Margherita rispetto ai Ds, e la perseveranza in quest’alleanza, che sul campo ha dimostrato di non avere sostanza politica: dalla politica del territorio, ai trasporti, all’assetto istituzionale. Anche recentemente, basta guardare sul condono, io, con la giunta, penso che questa misura debba essere applicata anche in Trentino; e poi invece il diessino Pinter propone un disegno di legge contrario. Questo è un governo che ha l’opposizione in casa".

Se c’è questa grande sintonia programmatica tra voi e la Margherita, si apre una rottura tra voi e il centro-destra. Il quale è nato per dare una risposta liberista al dopo-Dc; se voi rinnegate quest’aspetto, cosa vi lega al centro-destra? Non certo la sua visione dell’immigrazione.

"Io mi reputo un moderato, un liberale e un conservatore. Moderato perché bisogna governare la società nel suo complesso; liberale (non liberista) perché ritengo che lo Stato debba fissare le regole ma non intervenire a livello economico; e conservatore perché la mia idea di famiglia, scuola e società è alternativa a quella di una parte della sinistra. Su alcuni punti abbiamo trovato convergenze con il centro-destra, e abbiamo dato luogo al Polo delle Autonomie con Andreotti candidato presidente".

Il presidente della Giunta provinciale Lorenzo Dellai (Margherita).

Ma il liberalismo non era certo patrimonio della Dc. E rimanendo all’oggi e a Dellai: il punto è che sulla permanenza di società parapubbliche (in cui poi il presidente nomina i suoi fidi) come Informatica Trentina, A22, aeroporto, Sit, il centro-destra non c’è.

"Noi non abbiamo spazi sui media".

Vuole dire che voi siete per le privatizzazioni, ma che questo non appare perché c’è il boicottaggio dei media?

"Che la Provincia non debba fare software l’ho detto centinaia di volte, ma non è apparso. Sull’aeroporto, del cui consiglio d’amministrazione ho fatto parte nel ’91, scrissi che non ha senso che la Pat si improvvisi impresario aeroportuale in un’iniziativa senza senso, e nessuno rispose".

Queste non sono le posizioni del centro-destra trentino...

"Io non ritengo di dover essere d’accordo su tutto né con la Margherita, né con il centro-destra. Bisogna guardare i temi. E nello specifico ritengo che il pubblico debba ritirarsi dall’economia; non ha senso che abbia il 66% di Informatica, né il 17% del Catullo di Verona, né che l’Autostrada sia una partecipata pubblica".

Questo sarebbe il miglior centro-destra possibile, quello che porta idee con cui si è costretti a confrontarsi. Il centro-destra di cui ci sarebbe bisogno; peccato che non si senta.

"E’ per questo che ho chiesto una verifica all’interno della nostra coalizione. Vorrei capire se su questi temi, sulle dismissioni delle partecipazioni pubbliche, come sull’assestamento di bilancio, la riforma della legge urbanistica, c’è una visione comune. Per questo bisogna mettersi attorno a un tavolo e riflettere. E questo problema lo porrò all’interno del mio partito; non è scritto nella Bibbia che io debba fare parte di una coalizione; valuterò se la verifica viene aperta, e come viene chiusa".

Il discorso ci sembra importante: perché la verifica viene intesa non tanto come accordo sui programmi, bensì come chiarimento a proposito dei rapporti con Dellai.

"La politica deve governare un piccolo territorio in un momento di grandi cambiamenti. Bisogna mettersi attorno a un tavolo per decidere cosa fare per questo territorio dall’opposizione; non per fare inciuci o per mettere preventivamente bastoni tra le ruote, ma per fare andare avanti le cose che si ritengono giuste, e opporsi alle altre. Questo deve essere l’oggetto vero, non le tattiche o gli accordi del momento. Questo non è il tempo delle chiacchiere, altrimenti il Trentino, che non è un territorio forte, finisce fuori mercato".