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Non aprite quella porta!

Dalla Chiesa trentina un invito rivoluzionario: boicottate i negozi che aprono di domenica.

Boicottaggio! Eravamo abituati a sentire pronunciata questa parola dai no-global, dagli attivisti contro il liberismo e le multinazionali, dagli anti imperialisti e da chi, per venire a casa nostra, si oppone allo strapotere mediatico di Berlusconi. E invece l’invito a boicottare gli acquisti nei negozi aperti la domenica, è venuto dalla Commissione diocesana per il lavoro, insomma direttamente dalla Curia Arcivescovile di Trento.

In verità, nel testo della commissione intitolato "La domenica e il lavoro" si parla solamente di striscio di boicottaggio, anche se la proposta è inequivocabile: "Se tutti noi cristiani ci rifiutassimo di fare acquisti la domenica o di trascorrerla nei centri commerciali, forse anche chi promuove questa iniziativa ne trarrebbe qualche insegnamento e la situazione cambierebbe (il boicottaggio in varie occasioni ha dato buoni risultati)."

Una proposta certamente forte e in un certo senso inattesa, che ha innescato polemiche e prese di posizione da parte di politici, opinionisti, commercianti, sindacati, organizzazioni di categoria; alcuni favorevoli, altri contrari ma tutti pronti a discutere con il vescovo sulla questione.

Le polemiche sulle aperture domenicali dei negozi non sono una novità per il Trentino, anzi hanno finito, nei mesi scorsi, per dividere anche chi, come per esempio la cooperativa del commercio equo e solidale Mandacarù, è più impegnato nel mondo della solidarietà e ricerca un altro modello di sviluppo. Il dilemma è sempre quello: tenere i negozi aperti la domenica è certamente un’ottima fonte di guadagni e diventa molto spesso anche un vero e proprio servizio per i cittadini che non trovano altro tempo per fare gli acquisti; tuttavia una non stop commerciale, una liberalizzazione degli orari dei negozi per molti, laici e cattolici, rappresenterebbe un pericolo e una definitiva sottomissione della persona e dei lavoratori alle leggi di un mercato selvaggio e totalizzante che non permette interruzioni e non lascia neppure tempo per il riposo della domenica.

Per capire meglio cosa ha spinto la Chiesa a questa iniziativa, abbiamo parlato con don Gerolamo Job, già direttore del Centro missionario diocesano, molto attivo nel campo del sociale.

La situazione è così grave da dover ricorrere a un boicottaggio?

"Per me in questo momento boicottare è un segno di intelligenza e di libertà: un uomo è sempre più uomo quando riesce ad utilizzare al meglio la propria intelligenza e la propria libertà. Noi siamo tutti praticamente telecomandati e per questo modello economico l’uomo è tale solo se è capace di di lavorare, guadagnare, spendere, consumare. Questo ormai è la teoria che è entrata direttamente o indirettamente in tutti noi, non c’è nessuno che si salvi, neanche la Chiesa. Allora un esercizio di intelligenza è capire che questa teoria ci porta alla distruzione: la vediamo nelle famiglie, nelle persone, che non hanno più la capacità e la libertà di gestire come vogliono la loro economia, nella società e nei rapporti tra i popoli. Boicottare con intelligenza, non qualsiasi cosa a prescindere, diventa un segno di libertà. Per me il boicottaggio è una delle forme, certamente non l’unica, per acquisire una maggiore consapevolezza; ci invita a riflettere, a recuperare spazi di libertà, a scoprire nuove forme di consumo".

Ma i commercianti dicono che ormai aprire di domenica, in certi periodi, è indispensabile: perché è il mercato che lo richiede, perché in caso contrario si perderebbero importanti guadagni...

"Bisogna vedere quale valore dà la gente a questo giorno: sarebbe bello utilizzare la domenica per riposare, riflettere, per ritrovarci tra persone in famiglia o nella società indipendentemente dalla questione religiosa. L’uomo ha bisogno di momenti in cui si ritrova con se stesso, con chi gli sta attorno, per intensificare i rapporti umani; ora, se anche le domeniche diventano strumenti di commercio, noi andremo come famiglia al supermercato senza guardarci mai negli occhi, senza parlare. E se non comperiamo perché non abbiamo soldi, allora lo facciamo con lo sguardo, in un gioco infinito e inestricabile: ancora una volta l’uomo sembra essere tale, e in ogni modo invitato ad essere così, solo se consuma. Io penso che sia indispensabile vincere questa attrazione, questo desiderio di trasformare tutto in un commercio, anche i periodi di riposo che servirebbero per riscoprire la nostra vera umanità. E come sacerdoti e cristiani anche i valori spirituali.

E’ necessario convincere anche altre organizzazioni, come per esempio il commercio equo e solidale, che ciò che è più importante non è il guadagnare, ma il valorizzare la persona: bisogna valutare la crescita interiore e personale, e non solo il profitto. Se possiamo dare mille euro in più ai poveri, non risolviamo affatto il problema: finché noi non portiamo le persone alla valorizzazione propria e degli altri, il denaro non servirà a nulla. Le società più ricche hanno gravi problematiche di criminalità o disperazione, basta vedere il numero dei carcerati negli Stati Uniti, o dei suicidi qui da noi".

La Chiesa potrebbe invitare i commercianti "cristiani" a non aprire la domenica.

"Certo, la Chiesa dovrebbe farlo. Ma con motivazioni non solo religiose. Il Trentino è una società pluralista, ormai la maggioranza della gente non frequenta più le chiese... per questo non sono sufficienti le motivazioni confessionali, che valgono tantissimo per i credenti, per coloro che frequentano le messe o cercano di vivere il messaggio evangelico. Ci sono anche motivazioni umane, di base che, a mio modo di vedere, sono estremamente importanti, e che la Chiesa deve far emergere dal di dentro delle persone, senza dare un ordine o un consiglio dall’alto, ma offrendo un aiuto per trovare dentro se stessi le capacità di liberarsi da queste oppressioni del mercato, che sembrano sviluppare ma invece distruggono l’umanità. Ma è difficile perché abbiamo paura di perdere gli interessi economici".

Ma è un fatto che i tempi del lavoro non permettono più per molti di fare gli acquisti negli altri giorni della settimana.

"Questo è un problema vero, ma allora lottiamo perché il lavoro sia a misura d’uomo e non a misura del mercato o del capitale. Ci sono delle famiglie che hanno difficoltà a trovare il tempo per andare a fare le loro spese: allora sindacati, cooperative, l’agenzia del lavoro, commercianti, anche la stessa pastorale diocesana del lavoro possono insieme trovare nuovi spazi e nuovi tempi nella vita lavorativa. Occorre che il lavoro sia a misura d’uomo e che dia all’uomo la possibilità di svolgere con comodità la sua vita quotidiana: è questa la sfida moderna, una grande sfida che va certamente oltre all’invito a non comprare la domenica".

Le parole di don Job ci sembrano interessanti e sensate: la necessità di realizzare un equilibrio tra esigenze del mercato e sviluppo integrale della persona, è sotto gli occhi di tutti; ed è altrettanto giusto chiedersi se siamo davvero liberi di comperare quello che desideriamo, di scegliere per quanto possibile i nostri ritmi di vita, di avere un lavoro che ci consenta tempi di riposo, di riflessione e di svago.

Tuttavia probabilmente non è con un boicottaggio degli acquisti domenicali che la situazione cambierà e neppure con imposizioni, scontri ideologici o scomuniche di vario tipo. La Chiesa ha tutto il diritto (e fa anche bene) a invitare prima di tutto i cattolici ad una maggiore sobrietà, a uno stile di vita non solo basato sul consumo, sullo sfruttamento di risorse umane e ambientali, su un vuoto interiore. Ma per il suo stesso bene la Chiesa non deve diventare un attore politico, un altro sindacato o un’altra associazione a tutela dei consumatori (ce ne sono già abbastanza!), perché altrimenti cadrà in una logica puramente sociale od economica, dovrà adattarsi ai ritmi e alle logiche dei mezzi di comunicazione (non è forse consumismo e obbedienza al mercato voler essere dappertutto, dalle inaugurazioni, ai giornali alle televisioni?) senza essere capace di uno sguardo più profondo.

Per parlare di politica e di temi più strettamente economici, che scaturiscono dalla questione dell’apertura domenicale dei negozi, ci siamo rivolti a Franco Grasselli, assessore per le attività economiche del comune di Trento.

Franco Grasselli, assessore comunale alle Attività economiche di Trento.

Assessore, crede che le riflessioni di Don Pizzolli, responsabile della pastorale sociale della diocesi di Trento, siano una fotografia puntuale della situazione trentina, o enfatizzano un aspetto tutto sommato marginale?

"Premetto che se si ragiona sul lavoro festivo in termini di principi, allora bisogna ricordare che molte sono le categorie coinvolte, e non solo il negozio tradizionale: i tabaccai e gli edicolanti, i baristi e i ristoratori, gli albergatori, i panettieri, i benzinai, le rosticcerie, le pasticcerie; per non parlare di coloro che svolgono attività di servizio, come gli autisti dei mezzi pubblici, gli infermieri, i taxisti, i vigili urbani, i giornalisti…

Poi, se ragioniamo sempre in linea di principio, limitarsi al problema dei negozi della città di Trento è errato, perché si perde di vista che la stragrande maggioranza delle località del Trentino sono definite ad economia turistica e questo comporta che in tutto il territorio provinciale, con la sola eccezione dell’Asta dell’Adige, si possono aprire i negozi circa 36 domeniche all’anno. La deroga prevista per Trento (e per i Comuni dell’Asta dell’Adige) prevede invece 4 domeniche all’anno oltre quelle di dicembre. Quindi se si vuole fare una corretta riflessione sulle aperture festive dei negozi, bisogna inserire il ragionamento in un discorso di compatibilità generale, e non di principi assoluti. E questo ritengo valga sia per i Comuni che per la Provincia , per i Sindacati che per le Autorità religiose".

I sindacati sono d’accordo con la Curia e affermano che le aperture il sabato e la domenica non rispondono ad una richiesta di servizio, ma alla ricerca del massimo profitto. Lei cosa ne pensa?

"Io vedo che i centri commerciali, ad esempio di Pergine o di Borgo Valsugana, registrano pieno afflusso di clientela in quelle domeniche di apertura quando a Trento i negozi sono chiusi. Allora, o questi centri hanno una forza d’attrazione tremenda, oppure forniscono una risposta ad una domanda che c’è. Io propendo per questa seconda opzione e credo che, per molte famiglie, soprattutto dove entrambi i coniugi lavorano, il sabato e la domenica rimangano le uniche occasioni in cui fare una spesa insieme.

Ma c’è un aspetto economico più forte: in Veneto e in Lombardia sono stati realizzati molti centri commerciali nelle periferie delle città e questi registrano gran parte degli incassi settimanali nei giorni di sabato e domenica. E’ proprio da queste forze economiche che proviene la spinta alla liberalizzazione delle giornate di apertura festive. E il Trentino soffre di questa spinta e di questa concorrenza. In sostanza, visto che i centri commerciali di Bassano, Vicenza ed Affi attraggono ogni domenica migliaia di consumatori trentini, la regolamentazione delle aperture festive dovrebbe essere interregionale.

Ovviamente tutti i commercianti sarebbero contenti di fare gli stessi incassi in trenta ore di apertura, invece che in quaranta o cinquanta, ma devono invece competere con la concorrenza molto ravvicinata delle province limitrofe".

D’accordo, ma una cosa sono i grandi centri commerciali, che hanno molto personale, ma i negozi a gestione famigliare come fanno a tenere il passo?

"Fanno fatica e non sono contenti. Una volta godevano di due mezze giornate di chiusura settimanale più la domenica, adesso non possono più permettersi di stare chiusi. Anche a Bolzano, per esempio, dove per tradizione tutti i negozi erano chiusi il sabato pomeriggio, le cose sono cambiate".

Crede che sia utile boicottare chi fa questa scelta?

"A Trento città sono alcuni anni che le cose stanno così. Le domeniche aperte a dicembre più altre quattro nell’arco dell’anno non sono una novità. Io vedrei sensato discutere un piano che preveda anche una riduzione complessiva delle domeniche di apertura, purchè il piano sia interregionale. Il boicottaggio lo potrei capire se le cose fossero cambiate ultimamente, per qualche recente decisione, ma, come ho già detto, a Trento la situazione è stabile e coerente da diversi anni".