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Cinepresa sul passato

Il festival del cinema archeologico a Rovereto: una rassegna sottovalutata.

Un’animazione tra quelle proiettate

La prima settimana di ottobre si è tenuta, come di consueto, la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. La 23a edizione del festival che porta in Trentino immagini e protagonisti della ricerca scientifica mondiale, storie e racconti, anche inconsueti, e dibattiti sullo stato (spesso impietoso) del nostro patrimonio monumentale nazionale, è stata segnata da novità importanti: per la prima volta è stato coinvolto il MART, dove si è tenuta una sezione speciale con proiezione di opere cinematografiche che evidenziano aspetti specifici dell’esperienza umana dell’antichità, come l’arte - dalla musica al teatro alla pittura - l’economia, la politica. Vi è poi stata la proiezione in diretta su multipiattaforma televisiva nazionale e internazionale, con la conduzione di Piero Badaloni dal titolo “Scienza e tecnica e Mondo Antico”.

Un ruolo importante

Dario Di Blasi, ideatore e direttore della rassegna, e Piero Pruneti, coordinatore nonché direttore di Archeologia Viva, rimarcano la preminenza mondiale del festival roveretano, che “si conferma come la massima manifestazione del settore, con 130 film, un numero enorme, che equivale a tutta la produzione internazionale su temi storici e archeologici. È la più importante in assoluto, sia perché molti festival europei analoghi sono a cadenza biennale e presentano molti meno film, sia perché questo festival è l’unico in grado di presentarli doppiati”. Il che comporta oneri finanziari non indifferenti, ma per gli organizzatori anche questo è un fiore all’occhiello.

Precisa Di Blasi che la rassegna è “praticamente l’unica legata a un’istituzione scientifica, mentre le altre sono quasi più una festa del cinema nazionale di settore. Noi in Italia abbiamo anche una funzione di supplenza rispetto a radio e televisione, che non presentano questa produzione cinematorafica, mentre in Francia, Germania, Inghilterra, va in onda in prima serata”. Dunque il festival roveretano svolge un enorme lavoro di comunicazione al grande pubblico, di cui hanno bisogno sia i produttori che gli archeologi.

La rassegna si distingue anche per le sue attività collaterali, come le conversazioni-intervista con i protagonisti dell’archeologia, divenendo punto di incontro di esperti di tutto il mondo. Spiega Pruneti che i temi sono di grande attualità: “Non è stato casuale l’incontro col prof. Massimo Vidale sull’archeologia in Medio Oriente - nei pressi di Nassiriya, e sul restauro, davvero eccezionale, dei reperti trafugati o danneggiati durante l’assalto al museo nazionale di Baghdad nell’Iraq straziato da guerre e terrorismo. Pochi sanno che l’Italia, pur con enormi problemi, è una delle nazioni più impegnate in questa zona ad altissima instabilità. Quando si parla di questi Paesi si nomina solo l’intervento militare, invece abbiamo importanti missioni archeologiche in varie zone sensibili, come la Siria, l’Egitto, l’Afghanistan e la Persia”.

Missioni archeologiche realizzate in collaborazione con il Ministero degli Esteri, che però “è ben lontano dal finanziarle per intero, a differenza di quelle militari, anche se costano molto meno e danno grandi risultati anche nei rapporti con la popolazione”.

E il pubblico?

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Nonostante tutto, il festival e la sua organizzazione non sono privi di criticità. A volte, la sala dell’Auditorium F. Melotti è parsa mezza vuota: il grosso del pubblico è locale, ma con proiezioni di mattina, pomeriggio e sera, chi va a scuola o al lavoro se ne perde molte. E l’ambizione di offrire una vetrina dell’insieme della produzione di film archeologici, porta a presentare anche filmati non in linea con i gusti del grande pubblico. Pruneti e Di Blasi, in parte, concordano: la partecipazione è “a fisarmonica”; ma secondoil direttore di Archeologia Viva, la sala “non è vuota”, anzi, per le esigenze del festival è leggermente sovradimensionata, e l’affluenza dipende dai titoli dei film. Si sta comunque considerando di ridurre di un giorno il programma.

Il pubblico viene anche da Lombardia, Emilia, Veneto; c’è perfino chi si organizza le ferie per seguire il festival. Un rammarico del suo fondatore è che non sia ancora percepito dalla comunità locale - a livello amministrativo e politico - come un’occasione per far conoscere anche Rovereto e la regione, che invece, afferma Di Blasi, potrebbe diventare punto fondamentale nella comunicazione mondiale dell’archeologia. Ora, ad edizione conclusa, Di Blasi si prefigge di fare il punto con gli amministratori locali affinché la rassegna venga inserita fra le priorità culturali da valorizzare, ricordando come essa riceva richieste da tutti gli istituti di cultura del mondo per accedere al suo repertorio.

Più ottimista, Pruneti osserva che l’Italia tutta sta cambiando; nonostante un patrimonio storico spesso “sotto assedio” e in mano ad amministratori disattenti o impreparati, negli ultimi decenni è cambiata anche la mentalità degli archeologi e dei direttori di musei, “che un tempo vedevano il proprio ambito solo come riserva di studio per sè e i colleghi. Oggi sanno che per sopravvivere hanno bisogno di entrate economiche, dunque sta crescendo rapidamente la tendenza a comunicare il museo, lo scavo, l’area archeologica, per renderli comprensibili al pubblico e visitabili”.

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