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Zoderer o dell’educazione cattolica

Un romanzo dello scrittore sudtirolese che sollecita ricordi sulla dura formazione nei seminari. "Un esistenza nel sacco d’un gatto affogato" scrive Zoderer; l'analoga, aspra esperienza di chi scrive, e una breve bibliografia di alcuni altri testi autobiografici sull'argomento.

Quinto Antonelli

ProMemoria è una nuova rubrica che da questo numero apparirà su QT. Ospiterà riflessioni relative al tema della memoria, pubblica e privata, collettiva ed autobiografica, culturale e storica. Si prenderanno in considerazioni libri, iniziative, mostre, convegni, progetti. Poiché mai come in questi tempi il tema ci sembra occupare la ribalta del dibattito culturale e perfino quella delle priorità politiche. Il taglio sarà quello tipico di un quindicinale come il nostro, leggero, ma non superficiale, locale senza precludere un orizzonte più ampio.

Qualche settimana fa tenni una conferenza al Liceo scientifico "Leonardo da Vinci", davanti ad un piccolo gruppo di insegnanti. Lessi un testo che sfrondato dalle tante letture e dalle tante digressioni è, più o meno, quello che trascrivo qui sotto.

Con la lettura del romanzo La felicità di lavarsi le mani si è creato un corto circuito abbastanza sorprendente tra Zoderer, la mia formazione e questo luogo dove ora ci troviamo. Partiamo da qui, da questo edificio che ora ospita il Liceo scientifico "Leonardo da Vinci".

A metà Ottocento fu progettato e costruito (inaugurato nel 1869) con la finalità di diventare il luogo della formazione religiosa per eccellenza, il Seminarium puerorum, il seminario minore diocesano. Minore perché conteneva solo i primi cinque gradini dell’ascesa al sacerdozio, i primi cinque anni del vecchio Ginnasio, i ragazzi dagli 11 ai 16 anni (il Seminario Maggiore costruito qualche decennio dopo tra il 1906 e il 1907 fu fatto sorgere qui vicino e ora dà, come saprete, su corso Tre Novembre: lì i ragazzi divenuti giovani salivano tutti gli altri gradini - i tre anni del Liceo e i cinque anni di teologia). Insomma questo edificio è stato per più di un secolo la fabbrica dei preti.

Io lo conosco bene: vi ho vissuto dall’autunno 1963 al giugno 1968 cinque anni, cinquanta mesi, millecinquecento giorni (detratti i mesi estivi). Avrei voluto scrivere qualche ricordo di quel periodo, ma fortunatamente ho letto La felicità di lavarsi le mani e ho scoperto che Zoderer, aveva già scritto anche per me, anche al mio posto.

Joseph Zoderer è uno scrittore molto noto almeno dal 1985, quando uscì per Mondadori il romanzo Die Walsche, tradotto in modo piuttosto incolore con L’ "italiana". Il successo del libro consacrò Zoderer come scrittore di "confine". La felicità di lavarsi le mani fu tradotto e pubblicato due anni dopo e lo ritroviamo ora (2005) in edizione economica ristampato da Bompiani.

Josef Zoderer

È un libro autobiografico: "quasi una cronaca, un curriculum", come scrive Italo Alighiero Chiusano. E dunque al centro della narrazione autobiografica (dell’infanzia e dell’adolescenza - Zoderer nasce a Merano nel 1935 -) troviamo due periodi, due situazioni, due esperienze che si alternano come un responsorio a distanza: da un lato la vita da recluso in un seminario svizzero ("uno sprofondare ottuso", "un essere immersi in acque profonde", "un’esistenza nel sacco", "un esistenza nel sacco d’un gatto affogato") e, dall’altra, il ricordo della misera ma vitale quotidianità di guerra (Joseph ruba abilmente filoni di pane, scambia sigarette con il cibo, corre nei rifugi e traffica anche lì).

La fabula inizia nel 1939 in occasione delle Opzioni, quando il padre di Joseph (buon germanico-tirolese) sceglie la Grande Germania di Hitler e si trasferisce con tutta la famiglia oltre il Brennero, a Graz (il piccolo Joseph, la mamma, un fratello molto più grande che avrebbe poi combattuto in Russia, due sorelle, una già grande che sposerà un Tommy). Lì la famiglia Zoderer precipita nella miseria più nera che permane anche quando ha fine la guerra. Ma inaspettatamente per il piccolo Joseph si apre una possibilità di salvezza e di promozione sociale: un prete che aveva studiato nella Svizzera orientale gli procura un posto gratuito in quella che Zoderer chiamerà la casa della regola.

I dettagli dei primi giorni nella casa della regola assomigliarono alla maggior parte dei dettagli dei giorni che seguirono, ai dettagli di mille e cinquecento giorni, fusi in una massa, in una superfice d’acqua grigia da cui emergevano alcune punte di ghiaccio, belle e fredde".

Già, e allora come li racconta Zoderer i suoi millecinquecento giorni? Giorni tutti uguali: con la sveglia alle cinque del mattino, la preghiera, la corsa al lavandino, la marcia per le scale, la chiesa, l’altare (la tovaglia, il tabernacolo). Come racconta la ripetizione priva di eventi significativi? "Scale, corridoio, dormitorio, scale, sala di studio, corridoio, scale, refettorio, confessionale, cortile, statua di gesso (della Madonna di Lourdes). Su il ripiano del banco, giù il ripiano del banco".

Topografie. Luoghi e regole: la regola del silenzio "nella sala di studio, durante i pasti, quando si pulivano le scarpe, nel pelar patate, in dormitorio, durante i casuali incontri sulle scale o in corridoio"; i luoghi della devozione, quelli del riposo, quelli della refezione; i luoghi del gioco con la regola dello star da soli. (Anche nel mio seminario era vietato passeggiare e sostare in coppia. Se si formava, veniva subito divisa dall’assistente; se la coppia si riformava veniva castigata con un basso voto di quindicina. Lo stare in coppia era detto amicizia particolare).

Scrive Zoderer: "Una cosa era in ogni caso possibile: si potevano avere inimicizie. Non era vietato, era solo un peccato e, in quanto tale, confessabile".

Nel seminario svizzero di Zoderer ciascun ragazzo doveva avere una guida spirituale: l’istituzione era prescritta, ma era consentito scegliere la persona.

Nel mio seminario di Trento anche la persona era prescritta. Ci si andava a ripulire mente e anima. Ci si andava a lavarsi le mani. Col tempo cresceva l’esigenza di aver sempre le mani lavate di fresco. Anch’io come Zoderer ero felice nel lavarmi le mani.

La dipendenza dal padre spirituale era assoluta: così lo si avrebbe voluto solo per noi come un padre vero. E ci prendeva lo sgomento a pensarlo mentre riproduceva, per centinaia di volte (quanti erano i seminaristi) i medesimi amorevoli gesti. Solo anni dopo, leggendo gli scritti di don Lorenzo Milani, ho trovato accanto a quello di prete il termine puttana.

Italo Alighiero Chiusano inserisce la memoria di Zoderer nel genere letteratura di scuola e di collegio e fa i nomi di Musil e di Bernard. Ma perché non aggiungere anche quelli di Hesse, Ottlik, Werfel, Zweig e altri ancora?

Più pertinente sarebbe accostare questo romanzo ai racconti dell’educazione cattolica, alle memorie del seminario. Ecco, su due piedi, 4 titoli più significativi di altri.

Il vecchio seminario minore.

La ferita dell’aprile, romanzo autobiografico di esordio di Vincenzo Consolo edito da Mondadori nel 1963. Qui la gran mole dell’istituto religioso, mezzo seminario e mezzo orfanotrofio, domina il piccolo paese siciliano, con cui condivide una religiosità barocca, sontuosa, insana.

L’odierno liceo “Da Vinci”.

Il previtocciolo di Luca Asprea, uscito nel 1971 presso Feltrinelli, è un libro aspro, sgradevole, feroce anche se moralmente ispirato. La topografia è quella del seminario di Reggio Calabria: e quanto a luoghi, lo stato dei gabinetti del seminario di Reggio nel 1939 era identico a quelle del mio seminario di Trento nel 1963. Lo sgomento di Luca fu il mio allorquando entrai per la prima volta in una ritirata del seminario minore di Trento (di questo edificio). La descrizione che ne fa Luca, avrei potuta farla io se solo avessi trovato le sue parole definitive: "Fatti tre passi rinculando, continuai ad osservare un orribile angolo di mondo: le mura erano piene di ditate di merda, che sparavano per tutti i sensi, per tutte le direzioni; la merda a striscio era di vari colori e di varie età, anche bambine. Dio!…Madonna!!! per la prima volta mi vergognai di saper leggere. Sulla parete a sinistra del cesso […] parete di cemento liscio imbiancata a calce da vecchia data, c’era scritto col dito merdoso: W il Papa, W Gesù. Fin dove arriva la devozione, mi meravigliai. Ma c’era bisogno?".

Il chierico provvisorio, di Virgilio Scapin, edito da Longanesi nel 1962. Altro romanzo autobiografico che si svolge tra i seminari di Vicenza ed Alessandria. Anche qui troviamo la consueta topografia della vita seminariale: e un luogo fisico e narrativo centrale è costituito dalla doccia settimanale (anche la memoria di Zoderer vi torna). È sotto la doccia che i seminaristi adolescenti scoprono il loro sesso.

Esordi di Antonio Moresco, Feltrinelli 1998, è libro difficile, ostile, che nulla concede al lettore. Qui siamo a Mantova, alla fine degli anni Cinquanta: la prima parte (le prime 209 pagine) dedicata al seminario si intitola Scena del silenzio; il primo capitolo è intitolato Dal sonno al silenzio, dal silenzio al sonno. Moresco vi costruisce una teoria dei silenzi.

Avanzo la proposta di ricordare con una lapide cos’era stato per più di un secolo quest’edifico che ora ospita un liceo laico: una lapide piccola con una scritta breve che si possa leggere in fretta, anche da parte degli studenti indaffarati.

Quattro versi di Giovanni Giudici, tolti dalla poesia Te Deum:

"Noi governati da prefetti,/ Fortificati da comunioni, Trilli d’argento di fischietti / Ci guidavano a santità".