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Dopo referendum: ora pensiamo alle cose serie

Una seria riforma della Costituzione non può essere che problematica. Difficilmente attuabile, oggi. E le questioni che urgono sono altre.

Il trucco del formaggio nella trappola del topolino non ha funzionato. Il miraggio di ridurre il numero dei parlamentari ha incantato solo una minoranza di italiani, forse solo quelli che al grido scomposto di "Forza Italia" tifano tanto per la nazionale di calcio che per Berlusconi. La maggioranza non ha accettato di ingoiare, con il dolcetto un po’ demagogico ed antipolitico, anche gli orrendi rospi che con la riforma della Costituzione sottoposta referendum ci venivano imbanditi.

Sorprendente è stata la partecipazione degli elettori e delle elettrici che ha superato il 50%, soprattutto perché l’impegno della sinistra a sostegno del no non era apparso un gran che. Forse una tale impressione è stata determinata dall’ennesima mistificazione televisiva. I notiziari anche della RAI sono stati scandalosi quanto a deformazione dei contenuti della legge costituzionale sottoposta al voto popolare.

Se ciò malgrado abbiamo avuto un risultato così schiacciante, beh c’è da consolarsi, perché significa, come ha detto Speroni, che c’è un’Italia che fa schifo alla Lega, e che quindi, essendo incompatibile con la barbarie celtica, deve considerarsi civile.

Ora a sinistra tutti invocano la collaborazione anche con la destra per concepire ed approvare una diversa riforma della Costituzione. L’atteggiamento è corretto, ma io credo che non se ne farà nulla. Anche solo le questioni minori e condivise da tutti sono accidentate.

La riduzione del numero dei parlamentari la facciamo decorrere dalla prossima legislatura o da quella successiva? Il capo del governo lo chiameremo presidente del consiglio o primo ministro? Il suo potere di nomina e revoca dei ministri è assoluto ed irresponsabile o comporta una valutazione del Parlamento? Il cosiddetto federalismo fiscale è giusto in linea di principio, ma che dimensione quantitativa deve avere il potere impositivo trasferito agli enti periferici? E se tale dimensione supera un certo livello, non è giusto che con la nuova fonte di reddito fiscale sia trasferita alle Regioni anche una quota del debito pubblico? Il bicameralismo perfetto va superato, ma cosa ne facciamo della seconda Camera? Scartato il pomposo e confusionario Senato federale, ci orientiamo verso una sorta di Camera di compensazione, con funzioni politico- amministrative per comporre i conflitti fra potere centrale e poteri periferici?

Già più impegnativi sono i problemi che riguardano i rapporti fra potere esecutivo e potere legislativo ed il ruolo degli organi di garanzia come il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, il potere-ordine giudiziario. La Costituzione è un congegno delicato e sensibile, come e più di un orologio. Deve funzionare e funzionare bene. Ritoccata male, si inceppa o impazzisce. Credete che sia possibile ragionare attorno ad una sua riforma con Bossi e Berlusconi?

La sinistra ha altro da fare che imbarcarsi in una nuova bicamerale con questi soggetti. Il Governo deve risanare la finanza pubblica. La maggioranza deve trovare una linea unitaria sulla bioetica e soprattutto sulle così dette missioni di pace. La sinistra deve risolvere il problema del Veneto e della Lombardia: pensate che la Lombardia ci ha dato Craxi, Bossi e Berlusconi: non vi pare che sia un problema?

La sinistra deve poi affrontare quel problema che inerisce alla costituzione materiale, cioè al sistema politico, il problema del partito democratico. Non è più possibile lasciar sopravvivere questa molteplicità di partitini che ha il solo risultato di rovesciare la regola fondamentale della democrazia: a decidere è la maggioranza! In una coalizione di partiti così numerosi, invece, a decidere è la minoranza, con il suo potere di ricatto, il famoso potere di coalizione teorizzato e praticato da Bettino Craxi.

Lodevole l’iniziativa di Kessler e Gad Lerner (vedi Rinnovare la politica? Ci provano).

Va incoraggiata e sostenuta.