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Malga Zonta: dall’unità nazionale alle polemiche

L'eccidio nazista di Malga Zonta attraverso sessant'anni di commemorazioni e polemiche. Seconda parte dedicata ai "demitizzatori" e alle ricerche ancora da intraprendere.

Alla metà degli anni ’70 la manifestazione ha un nuovo sviluppo, in corrispondenza al clima politico nazionale, nel quale l’antifascismo torna ad essere tema centrale. Nel 1974, in occasione del trentennale, i partecipanti sono valutati dall’Adige "forse tre o quattromila". Sullo sfondo le stragi di Brescia e dell’Italicus e le tensioni politiche che lo stragismo esaspera. A livello locale, è in atto proprio in quei giorni una grave crisi politico-amministrativa del Comune di Folgaria, innescata dall’inquinamento dell’acquedotto nella sempre più frequentata località turistica. La crisi segna qui la fine dell’egemonia democristiana e l’avvio di un nuovo ciclo, contrassegnato dall’avvicendarsi di giunte guidate da sindaci di sinistra.

Nel 1975 partecipano alla commemorazione forse cinquemila persone. Il relatore ufficiale è Mario Lizzero: ma la stampa locale è particolarmente attenta al primo discorso a Malga Zonta del giovane sindaco comunista Alberto Rella, da allora organizzatore e "anima" della manifestazione. Rella rivendica la fine del settarismo e l’affermarsi di una concezione unitaria dell’antifascismo. In un passo del suo intervento sottolinea anche, tempestivamente, la necessità di studiare a fondo questa pagina di storia e di scriverla (Alto Adige, 17 agosto): quello tra commemorazione e storiografia rimase poi, tuttavia, un appuntamento mancato.

Nella lunga fase che si apre allora l’incontro annuale diventa una straordinaria occasione, popolare e istituzionale insieme, di una riflessione di ampio respiro, della quale l’eccidio del 12 agosto e la stessa Resistenza diventano il punto di partenza, più che l’oggetto. Nei trent’anni successivi il solenne rito (religioso e civile) sull’altopiano ha accompagnato e sancito la riaffermazione della necessità di far fronte "unitariamente" al terrorismo di destra e di sinistra, la rivendicazione di una politica internazionale di disarmo e di dialogo, l’emergere di una cultura della non violenza, la denuncia dell’ingiustizia in un’ottica sempre più planetaria. Leggere oggi la serie delle relazioni (conservate nell’archivio del comitato promotore) costituisce un percorso utile attraverso le aspirazioni e le rimozioni degli ultimi tre decenni. Le voci che si avvicendano provengono in massima parte da un universo di sinistra in travagliata trasformazione. Tra tanti relatori autorevoli chiamati a svolgere la riflessione annuale notiamo l’assenza (o quasi) degli storici.

Si avvertono nei primi anni ’90 i segni di una difficoltà. Non si tratta di una crisi di partecipazione e di adesione morale. Ma anche la celebrazione locale riflette i lineamenti di una situazione storica complessiva. Nel dibattito politico italiano si pone sempre più insistentemente il problema di una diversa legittimazione dell’unità della nazione rispetto al modello dell’antifascismo. E poi, intorno all’89 e dopo, la smobilitazione degli antichi fronti, con tutti i suoi contraccolpi sulla rappresentazione della storia. C’è la pesante ombra delle nuove guerre, quella del Golfo nel 1991, la tragedia della ex Jugoslavia dilaniata negli anni successivi. Ma è soprattutto con l’insinuarsi della crisi della prima repubblica e dagli effetti demoralizzanti di Tangentopoli, che i discorsi fatti a malga Zonta si fanno più affannati. L’oratore del 1993, Andrea Mascagni, inizia il suo intervento con una constatazione che non appare retorica: "Il cinquantennale della Resistenza si apre in uno scenario drammatico e carico di incognite".

Peraltro l’avvento al governo di Berlusconi e con lui della destra post fascista non provoca discorsi da muro contro muro. Nel 1994 l’oratore ufficiale, Renato Sandri, ristabilisce con argomentazione stringente l’insostenibilità dell’equivalenza tra fascismo e antifascismo, tra resistenza e collaborazionismo, ma trova un’esemplare misura toccando un tema che sarà avvertito come lacerante due anni dopo: "Certamente se affondate la riflessione nello sfacelo dell’8 settembre 1943 potrete trovare anche una spiegazione della adesione al fascismo di Salò di migliaia di ragazzi (non parlo dei delinquenti neri, dei torturatori sadici, delle spie vilissime), ragazzi che indossando la divisa di Salò credettero di salvare almeno l’onore nazionale; ragazzi ancora una volta traditi dal fascismo…".

In interventi di anni successivi si registrano invece irrigidimenti nei confronti delle aperture del presidente della Camera Violante alle tematiche della "riconciliazione" e "condivisione" delle memorie e tardive polemiche sulla definizione di "guerra civile" (mentre il libro di Claudio Pavone che l’ha riaffermata definitivamente nel nostro lessico era stato raccomandato nell’orazione ufficiale del 1994). In estrema sintesi, si è confermata la duttilità e l’apertura della manifestazione al mondo attuale, mentre il discorso sul passato che vi si svolge oscilla tra una medietà prudente e punte di improbabile ortodossia. Scarsissime invece le novità rilevabili per quanto riguarda la narrazione della vicenda resistenziale concreta che dà origine all’incontro.

Una memoria fatta a pezzi. Nell’estate del 2000 prende il via un insistente attacco al significato stesso del ricordo. A muoverlo sono persone che hanno storie e culture politiche diverse, è opportuno rimarcarlo per non ricadere in interpretazioni banali di questo tentativo di demolire la memoria nata con gli eventi. La polemica si alimenta quasi esclusivamente sul versante trentino, ad opera in particolare di due consiglieri comunali del Comune di Folgaria. Uno di loro, Lorenzo Trenti Fleck, impersona gli umori di un certo autonomismo trentino-tirolese, che non nasconde le sue simpatie per la vecchia Austria e per lo stesso Alpenvorland. Si tratta di un orientamento storicamente radicato sull’altopiano, che già nel primo ‘900 fornì qualche consenso alle iniziative delle associazioni pangermanistiche (contrastate peraltro con forza dalla parte politicamente più consapevole, basti pensare a un leader popolare della statura di Luigi Carbonari). E’ Fleck a proporre di celebrare la battaglia di Serrada del 1796, opponendo storia a storia, memoria a memoria: quella delle lotte antinapoleoniche tra ‘700 e primo ‘800 in alternativa alla resistenza al nazismo. Il remoto erede della volksbundista "Difesa del Tirolo" dà voce ad atteggiamenti culturali ancora vivi in Trentino, in particolare nel mondo valligiano. Altre motivazioni ha il personaggio che fa coppia con lui in questa campagna di demitizzazione, Francesco Piscioli, che viene da una militanza nella sinistra rivoluzionaria e poi in Rifondazione comunista. Piscioli imprime nei suoi interventi un riconoscibile segno "metodologico", non sappiamo se importato dalla disciplina di cui si occupa professionalmente (è specialista in anatomia e istologia patologica). La ricerca del particolare che non torna, l’enfatizzazione del dettaglio, la tendenza a mettere in discussione, su questa base, l’intero quadro di rappresentazione della vicenda storica: siamo di fronte ad una versione estremistica del "paradigma indiziario", usato con feroce semplificazione in una polemica che di storico ha l’oggetto, ma non le procedure e, appunto, il metodo.

Ai due si è aggiunto a un certo punto il consigliere provinciale di Alleanza Nazionale Piergiorgio Plotegher, riversando alla rinfusa nelle sue iniziative gli ingredienti di una memoria antipartigiana mai sopita. Ma le sue prese di posizione, se hanno amplificato il clamore di questa polemica, non la caratterizzano. In altre parole, non si tratta di gridare per l’ennesima volta alla "provocazione fascista", ma di interpretare qualcosa di più complesso e confuso allo stesso tempo.

E’ sui dettagli che si concentra ossessivamente l’iniziativa dei demitizzatori. Facciamo l’esempio estremo, ai limiti dell’incomprensibile. Le fotografie di quegli uomini con le mani alzate incorporano, fin dalla loro prima diffusione, la scritta secondo la quale esse sarebbero state rinvenute "nel portafoglio di un tedesco". Sono documentate tuttavia altre versioni del modo in cui pervennero ai partigiani. Nel libro autobiografico di Annetta Rech, "Una vita ai Morganti", è riportata la lettera (datata 30 dicembre 1946) di un sottufficiale tedesco, Karl Willmann, che costituisce un documento di straordinaria suggestione. Willmann, di sentimenti antinazisti, ricorda l’amicizia stretta in quei mesi di occupazione con le Rech, cui insegnava a cantare "la vecchia canzone di lotta L’Internazionale". "Nel grande inferno della distruzione e dell’odio voi eravate un raggio di luce": tra quell’uomo in divisa germanica e quelle donne "contro" si era scoperta una comunità di ideali che scompigliava stereotipi e ruoli. "Avete saputo i nomi dei partigiani che sono stati fucilati dai tedeschi nella vostra zona nel 1944?", scrive Karl. "Io vi feci pervenire allora alcune fotografie di quell’avvenimento" (pp. 31-32). Non il rinvenimento "nel portafoglio", ma un atto di complice amicizia da parte di un tedesco di spiriti oppositori; non una cattura, ma una volontaria consegna, di suggestivo significato simbolico. Ma non è questo che suscita interesse nei nostri, quanto piuttosto che dalla lettera di Willmann uscirebbe comprovata una "menzogna" della versione ufficiale. Contestare i "falsi", senza peraltro risalire mai alla loro origine o alla loro interpretazione, è un tratto distintivo di questa campagna. Tuttora si batte e ribatte sulle indubbie e non marginali inesattezze che contiene l’epigrafe sul monumento, anche nella versione riveduta del 1981, dopochè un atto vandalico aveva deturpato la precedente.

Chi scrive queste pagine prende sul serio i segni della memoria e vi dedica anzi una parte considerevole del suo lavoro, eppure deve confessare di aver provato in un primo tempo un forte senso di insofferenza, di fronte alla petulanza della denuncia. Quante, delle decine di migliaia di epigrafi che stanno nelle piazze e nelle vie d’Europa, riportano incongruenze di ogni tipo? Come si potranno mai correggere? E quanto alle fotografie, che senso ha accapigliarsi sull’origine della circolazione di documenti per loro natura riproducibili? Sappiamo poco anche di come circolarono le immagini del calvario di Cesare Battisti, per assumere il termine di paragone più suggestivo. Anche in quel caso, le macchine fotografiche erano nelle mani dei momentanei "vincitori", ma tramandarono il martirio – e la grandezza – dell’apparente vinto. In ambedue i casi, il significato di quelle immagini non può che risultare arricchito dallo studio della loro circolazione e da una interpretazione attrezzata. Ed è giusto che quella lapide imprecisa sia rifatta, a prescindere dalla purezza o meno delle intenzioni di chi propone di rifarla.

Una più corposa questione entra nella controversia quando compaiono sulla scena due testimoni diretti dell’eccidio. "Questi siamo noi, graziati dai tedeschi", titola L’Adige del 20 dicembre 2000 (ma si veda soprattutto, sullo stesso giornale, il pezzo di Bruno Zorzi, "Molti erano a Malga Zonta per il pane", 12 marzo 2001).

I fratelli Bruno e Antonio Fabrello, di Arsiero, giovani casari anche loro messi al muro con i partigiani, raccontano come furono risparmiati dai rastrellatori, quando nella disperazione per la morte imminente il loro padre ebbe l’intuizione di mostrare le braghe sporche di letame che attestavano il loro mestiere. Non si sarebbe trattato di una assoluta novità, se si fosse considerata con l’attenzione necessaria la memorialistica. Enzo D’Origano (nome di battaglia del partigiano Pietro Bonollo), in una ricostruzione molto dettagliata del rastrellamento della zona di Posina all’interno del quale va inquadrata anche la nostra vicenda, scrive: "All’ultimo momento, mentre il plotone è già schierato, il comandante tedesco decide di togliere dalla fila tre anziani malghesi, forse perché trova che non c’è gusto a fucilare senza spettatori interessati" (E.D’Origano, Diari della Resistenza. Da Santacaterina, spaziando per la Val Leogra e dintorni, III, luglio agosto 1944, Schio, Menin, 1994, p. 274). La testimonianza dei Fabrello riferisce però di un numero molto più elevato di "scampati" alla fucilazione, ben otto dei quali, a loro memoria, riconoscibili nella fotografia "presa da sinistra".

Anche di fronte a questa rilevante correzione fattuale, la tentazione è di nuovo di scrollare le spalle, replicando che non ci saranno solo "gli eroi" in quell’immagine, come dice l’antica didascalia contestata, ma che certo ci sono anche loro, e che nulla di sostanziale muta dunque nella sua lettura. Si rischia così (anche chi scrive avverte in sé questo insidioso meccanismo di difesa) con il perpetuare una selezione che privilegia –per ottime ragioni- la parte attiva della storia, rimuovendo tutti gli altri, e questo non è né giusto né storiograficamente produttivo. La scomparsa e ricomparsa dei malghesi in questo lungo percorso della memoria ne costituisce un indicatore molto significativo. Come abbiamo già notato, nella lapide del 1946 il loro nome non c’è. Questo spiega, in parte, anche il continuo mutare delle cifre che indicano gli uccisi. Nella lapide del 1962 i malghesi ci sono, ma raggruppati a parte, sotto la specificazione "civili". In quella del 1981, invece, l’elenco dei 17 fucilati è unico, con i nomi ordinati alfabeticamente sotto quello di Bruno Viola che li capeggia. Nell’orazione ufficiale del 1982 Lamberto Ravagni volle assumere i malghesi a protagonisti attivi anch’essi, "partigiani magari per un momento" (Alto Adige, 17 agosto).

La ricomparsa dei sopravvissuti assegna ora a quegli uomini ruoli inattesi. Nel loro punto di vista ci si identifica per negare valore e legittimità alla scelta di chi si oppose con le armi all’occupante. "Per loro i partigiani non sono stati liberatori e neppure per la popolazione degli Altopiani e dei paesi vicini che troppe volte subirono ruberie. (…) I parenti dei morti si domandano ancora oggi se non era meglio che il Viola considerato unico partigiano armato si arrendesse evitando la strage. Malga Zonta non è stata la fine di eroi bensì la morte di persone che non avrebbero mai voluto essere coinvolte e che avevano un unico scopo: salvare la vita" (lettera di Lorenzo Fleck Trenti, pubblicata sotto il titolo "Malga Zonta è stata ‘usata’", in L’Adige, 16 novembre 2001). In questa "morale" della storia si finisce con il rovesciare sui partigiani (nel caso sul solo Viola) la responsabilità della violenza: un processo mentale particolarmente indagato in anni recenti, in Italia e in altri paesi, in particolare negli studi sulle stragi dei civili.

L’ansia di rovesciare le verità ufficiali prende infine la mano ai demitizzatori. Dopo aver progressivamente isolato il ruolo di Viola, definito come l’unico partigiano nel gruppo, ci si concentra sulla sua figura. In un primo tempo pare che la questione sia quella di stabilire quali siano state realmente le sue ultime parole. Si contesta al racconto "ufficiale" l’amputazione, per censura perbenista, di un "Viva Stalin" che avrebbe coronato il suo grido estremo in faccia ai fucilatori. In realtà uno dei più influenti racconti della "tradizione", quello di Lamberto Ravagni del 1950, attribuiva a Viola la stessa espressione, a conclusione di una piccola orazione fin troppo eloquente, ricalcata sul modello del congedo dalla vita attribuito al gappista Garemi.

Bruno Viola, il "Marinaio".

L’immagine del "Marinaio" che si intravede accostando i frammenti di cui è fatta questa polemica appare in un primo tempo quella di un combattente solitario, lasciato solo e forse tradito dai suoi stessi compagni. Poi un’ accelerazione clamorosa: il registro dei morti della Parrocchia di Caldogno fornirebbe per il decesso di Viola una data diversa da quella dell’eccidio, di qualche giorno anteriore, il 6 agosto 1944 e non il 12. Viste le circostanze di quella morte, è sommamente probabile che si tratti di un’errata compilazione del dopoguerra, nella quale un’imprecisione può avere le spiegazioni più banali. Ma l’incongruenza basta per avanzare con fiero cipiglio l’ipotesi di una sostituzione di persona: "…non esiste alcuna testimonianza che dimostri che l’uomo fucilato a Malga Zonta fosse Viola Bruno. E’ obbligo morale richiederne la riesumazione, e stabilire confrontando il DNA se Viola Bruno è sepolto a Caldogno o no", dichiarano a un certo punto Piscioli e Trenti (L’Adige, 24 dicembre 2003).

Si è appreso dai giornali che un giudice vicentino si sarebbe prestato a far frugare quelle povere ossa, peraltro forse già disperse o confuse in precedenza. Non conosciamo gli ulteriori esiti giudiziari di questo approccio alla storia. L’episodio ci sembra la testimonianza estrema di un percorso che in nome della critica e della battaglia per la verità rischia di trasformarsi progressivamente in pregiudizio ostile. Cercando di mettere ordine in questa paradossale polemica e di restituirla alla dimensione storiografica, Gustavo Corni individuava a suo tempo nelle argomentazioni usate procedimenti analoghi a quelli del cosidetto negazionismo ("L’uso politico della storia ed il caso di Malga Zonta", in L’Adige, 30 giugno 2001).

Punti fermi e sentieri di ricerca. Il 28 giugno 2001 si è tenuto a Folgaria un piccolo convegno su "Malga Zonta e l’uso politico del passato", promotori il Dipartimento di discipline storiche dell’Università di Verona e i Comuni di Folgaria, Rovereto e Schio. Un risultato immediatamente tangibile dell’iniziativa è stato l’agile libro che Ezio Maria Simini ha tratto dalla sua relazione e che costituisce ora un importante punto di riferimento, tanto per la ricostruzione dei fatti che per l’impostazione delle problematiche che rimangono aperte. Il lavoro si apre con la constatazione di un ritardo irreparabile. In realtà gli stessi risultati esposti autorizzano valutazioni meno pessimistiche, come emerge dalle conclusioni, delle quali proviamo a ritagliare una sintesi. I punti fermi secondo lo storico scledense (riassumiamo da "Malga Zonta. La ricostruzione di un’eroica vicenda partigiana malamente contestata", Schio 2002, pp. 35-36) sono i seguenti. I partigiani di Malga Zonta non erano né sbandati né imboscati. Provenivano dalle colline a ovest di Schio dove alcuni di loro avevano già preso parte a combattimenti e a operazioni militari. Erano inquadrati nella formazione di "Negro" e quindi nella "Garemi". Avevano bisogno di armamento adeguato e di una nuova dislocazione (che superasse le controversie di comando insorte tra "Negro" e "Tar") e per questo erano saliti in quella zona ai confini tra Veneto e Trentino. Non potevano, anche a causa dello scarso armamento, provvedere a requisizioni o a operazioni analoghe: non era certo imputabile al loro gruppo la serie di azioni che avevano inficiato il rapporto tra partigiani e parte della popolazione locale. Di fronte al rastrellamento, il loro comportamento fu carente, dal punto di vista dell’organizzazione militare. In particolare gli uomini insediati alla Zonta contravvennero alla precisa disposizione di non passare la notte nella malga. Le scelte successive del "Marinaio" (non tentare la sortita, resistere con le armi) non sono giudicabili dall’esterno e col facile senno di poi. La difesa (motivata probabilmente anche dalla volontà di avvertire dell’attacco i compagni sparsi nella zona) fu determinata fino all’eroismo. Il contegno di Viola e degli altri prigionieri di fronte al plotone d’esecuzione fu esemplare. L’atteggiamento dei malgari della Zonta in tutta la vicenda fu, infine, generoso e dignitoso.

Fin qui l’attento e competente lavoro di risistemazione di Simini, del quale va segnalata anche la parte che riguarda in particolare uno dei fucilati, Fernando Dalla Fontana. Quest’ultimo faceva parte, fino a pochi giorni prima del giorno fatale, non delle formazioni della Resistenza, ma di una banda, tutta composta di giovani di Riofreddo di Arsiero, dedita a requisizioni di generi alimentari, e non solo, nella zona dei Fiorentini e di Tonezza: banditi che si spacciavano per partigiani, scrive Simini. Di quelli che gli stessi partigiani erano soliti punire con la massima severità, vale a dire anche con spicciative esecuzioni capitali. In questo caso era stata accordata una possibilità di riabilitazione e per questo Dalla Fontana era stato aggregato da pochissimo, forse addirittura il giorno prima, ai partigiani del gruppo di Viola.

E’ importante, questa pista di ricerca, anche perché induce a studiare più approfonditamente tutta la questione delle requisizioni e dei relativi attriti con la popolazione locale, tuttora ben presente nel filone del risentimento della memoria antipartigiana. Il rapporto tra partigiani e popolazione va analizzato in profondità e con categorie adeguate, evitando quanto è più possibile le generalizzazioni indebite. Spunti interpretativi che possono servire per capire meglio le questioni di cui qui ci occupiamo offre ad esempio un denso saggio di Santo Peli, "Violenza e comunità nella guerra partigiana" (in "La Resistenza difficile", Milano 1999, pp. 35-57). Peli sbozza a grandi linee una fenomenologia della piccola comunità che si sente aggredita e minacciata dall’esterno, anche da quel nuovo "esterno" rappresentato dalle bande partigiane, che portano disordine e attraggono minacce. Di qui tensioni, contraddizioni, delazioni, soppressioni di spie vere o presunte…

L’altro versante che dovrebbe essere ulteriormente indagato è quello della provenienza dei giovani uccisi, per ricostruire meglio, nei limiti del possibile, biografie, profili sociali, motivazioni, percorsi. Resta, infine, l’impegnativo compito di rinvenire documentazione dall’altra parte, per dare volti e identità più precise ai rastrellatori, per ricostruirne puntualmente la composizione, per delineare con maggiore precisione i disegni politici e militari degli occupanti. Dei quali invece non si fa più cenno, in questa paradossale polemica rinserrata in una gabbia mentale localistica. In una delle due nostre fotografie vediamo, di scorcio, la schiena di uno dei soldati del rastrellamento, l’arma puntata, la testa fuori dell’inquadratura. Nelle nebbie di questa confusissima controversia anche quella sagoma inquietante sembra sparita.