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Il nuovo “Adige”: linea Ratzinger?

La nuova direzione di Pierangelo Giovanetti: un progetto anche industriale, coraggioso e decisamente interessante. Un primo rapporto con il potere locale lucido e indipendente. Ma al contempo, un irrompere nel giornale della destra religiosa. E’ una strada proficua?

L’avvicendamento di Pierangelo Giovanetti a Paolo Ghezzi alla direzione de L’Adige, non sembra proprio una routine. Il nuovo direttore si è presentato proponendo un obiettivo ambizioso: consolidare la leadership (“Oggi vendiamo 27.000 copie, contro le 13-14.000 del Trentino” - afferma con orgoglio Giovanetti) attraverso un’impegnativa operazione industriale: “Far sì che l’editore decida una scelta tecnica impegnativa, l’acquisto di una nuova rotativa full color. Il che comporta il passaggio del giornale a pagine a colori di buona qualità; ed è una sfida del domani, nella società dell’immagine; la bella foto a colori comunica l’emozione, che poi sarà lo scritto a spiegare ed approfondire. Ma è anche una scelta industriale per il territorio, perché l’alternativa sarebbe stampare altrove, il che significherebbe che il Trentino non avrebbe più un centro stampa, scelta difficilmente reversibile: qui ci sarebbe la testa ma non le gambe, una situazione non ottimale. Al contrario, un centro stampa in loco sarebbe un punto di forza per tutti”.

Su questo discorso strategico, Giovanetti ha convinto e motivato la redazione. Ottenendone una risposta molto positiva, sia come gradimento (30 sì, 2 no, 8 astenuti), sia come disponibilità a spostamenti interni per una nuova suddivisione dei compiti.

Il consolidamento della leadership è l’obiettivo; ed è al contempo lo strumento attraverso il quale motivare, anche finanziariamente, l’investimento della rotativa: oltre otto milioni di euro.

Pierangelo Giovanetti

“L’Adige, proprio perché giornale leader, ha una responsabilità particolare, e questo implica un salto nell’informazione, dalla quantità alla qualità. Dovrà essere un’informazione totalmente affidabile, equilibrata, non gridata, che va a fondo dei problemi, che porta idee, che si premura sempre di sentire tutte le campane: siamo un punto di riferimento; ‘L’ha detto L’Adige’ - si dice già oggi, e lo si dovrà sempre più dire. Questo porta a un nuovo ruolo nella società: non solo fare informazione, ma anche fare agorà, interpretare il ruolo di anima che fa crescere questa terra verso una società civile equilibrata, vaccinata contro estremismi e chiusure, ben radicata nel territorio ma con gli occhi aperti sul mondo. Quindi non solo la critica, ma anche la proposta; un giornale che sa ospitare tutte le idee, ma ha le sue idee. Sono contro il giornale-partito (per me è sbagliata tale impostazione di Repubblica, giornale peraltro tecnicamente pregevolissimo), ma sono a favore di un giornale che abbia una sua visione del mondo, che non sia solo un contenitore, e il lettore deve poterlo percepire; poi magari non è d’accordo ed io ospito la sua opinione contraria”.

Belle parole, ottime intenzioni. Che però la storia del giornalismo trentino ha dimostrato portare dritto all’involuzione. Nella ormai cinquantennale contesa per il primato fra Adige e Alto Adige/Trentino, il giornale leader, volendo essere equilibrato, ha sempre finito con il sedersi, diventare smorto e acquiescente con il potere. Con il risultato di perdere vivacità e credibilità, fino a farsi sorpassare dal concorrente: che poi ha imboccato la stessa china. La storia quindi si ripete?

Riportiamo un esempio che sarà familiare ai nostri lettori. La nostra inchiesta sul “Marcio nel Comune di Trento” del numero scorso, presentata in anteprima ai tre quotidiani, ha ricevuto un’amplificazione inversamente proporzionale al numero di copie vendute dagli stessi: il Corriere del Trentino, il meno diffuso e quindi il più spregiudicato (per quanto appesantito dall’essere filiazione del mastodontico – e moderato - Corrierone) ha dedicato alla nostra inchiesta due servizi a piena pagina; il Trentino, più grande, si è limitato ad un peraltro incisivo corsivo di Franco de Battaglia; il giornale leader, L’Adige, non vi ha speso neanche una riga.

“Ho presente questa dinamica. Noi dobbiamo sottrarci a questa deriva e saper dire le cose, anche nei confronti del potere. Credo che il mio fondo a commento del congresso della Margherita possa essere un esempio di questo atteggiamento”.

In effetti l’editoriale cui si riferisce Giovanetti è un esempio di ottimo giornalismo: un’analisi lucida e disincantata, senza essere cinica, delle dinamiche nella Margherita, cioè il cuore del potere trentino. Peraltro lo stesso Giovaetti, da giornalista, era stato in prima fila nelle denunce: ricordiamo il suo servizio sullo scandalo della metropolitana di Malossini, che mise con le spalle al muro il Presidente della Giunta, e la sua recente biografia “non autorizzata” sempre su Malossini redivivo.

Le prime avvisaglie sembrano confermare un Giovanetti direttore che non rinnega l’esperienza del Giovanetti giornalista. Di quest’ultimo, semmai, lasciava perplessi una talora eccessiva voglia di scoop; che potrebbe oggi portare, nel direttore, ad un giornale sopra le righe, con un’informazione urlata. Ma anche qui, dalle edizioni di queste prime settimane, non ci sembra di riscontrare questi difetti (l’enfasi in prima pagina sulle bambine morte in incidenti è probabilmente inevitabile, i lettori amano commuoversi, e non è un impulso ignobile): l’informazione non gridata che Giovanetti dice di volere per il suo giornale ci sembra un obiettivo che stia in effetti perseguendo.

Tutto bene, quindi? Non proprio. C’è un aspetto, importante, che non ci convince.

“’Barra a destra e niente estremismi’: questo è lo slogan con cui il neo-direttore, nella prima riunione, ci ha sintetizzato la nuova linea” ci dice un redattore, evidentemente poco convinto. La cosa si è subito tradotta nel siluramento di due collaboratori “estremisti”, Sandro Schmidt, ex deputato e già segretario della Cgil, e lo psicoterapeuta Giuseppe Raspadori.

Al loro posto sono apparsi dei “pensatori” della destra religiosa come Vittorio Agnoli e Andrea Di Francia, che negli editoriali di prima pagina hanno dibattuto temi come il creazionismo contro l’evoluzionismo, l’omosessualità come malattia, l’importanza del canto gregoriano, il ruolo antinazista di Pio XII, la laicità di Ratzinger contrapposta al “laicismo” del prof. Rusconi (il presidente dell’Itc, che impegna l’istituto in una ricerca sulla laicità), il crocifisso nelle scuole, ecc.

“Noi siamo e vogliamo essere il giornale dei trentini; mi fa quindi ridere l’ipotesi di fare un giornale di destra, in una terra che notoriamente non lo è – ribatte Giovanetti - E’ vero invece che mio intendimento è dare più equilibrio a L’Adige, che negli ultimi anni era squilibrato: c’era una certa sinistra radicale antagonista che aveva una rappresentazione superiore a quanto appare nella società”.

Ci sembra strano etichettare Sandro Schmidt o Giuseppe Raspadori come esponenti della sinistra radicale...

“L’Adige non deve stare all’opposizione sempre e comunque; Dellai va rimproverato per le cose sbagliate, non a prescindere; il ‘piove governo ladro’ non dev’essere la linea del giornale. Più in generale, ci tengo a che i collaboratori scrivano su argomenti di loro competenza, non credo di dover necessariamente dare spazio ai tuttologi. E non esiste giornale al mondo in cui gli editoriali non siano concordati con il direttore.

In quanto all’essere più di destra o di sinistra: il giornale può sembrare più di destra perché adesso c’è sempre anche la posizione della destra”.

Poco fa sosteneva che c’è una posizione del giornale, che non va ridotto a semplice arena.

“Questa viene dalla scelta dei temi, e dagli editoriali, del direttore e degli editorialisti, che portano avanti una lettura del mondo e del Trentino”.

Appunto, i temi degli editoriali. Con lei sono diventati di primaria importanza i temi della destra religiosa, e più ingenerale temi ratzingeriani.

“Il compito di un giornale è far dialogare posizioni diverse. Così sul darwinismo, mettiamo in campo anche idee politicamente scorrette, e costringerle a confrontarsi. E il lettore non si trova di fronte al soliloquio, ma si fa un’opinione confrontando punti di vista differenti.

In quanto ai temi ratzingeriani, ricordo che per formazione io vengo da un mondo cattolico progressista, dal volontariato sociale, ho prestato servizio civile nelle comunità; però ho la consapevolezza che oggi la religione è tornata al centro del dibattito, sia per il crollo delle ideologie, per la globalizzazione, sia per lo sviluppo scientifico, che rischia di perdere l’uomo; ma soprattutto perché l’uomo oggi ha bisogno di riferimenti, e nella religione ne trova uno importante per la propria vita. E in questo c’è il rischio, che se non trova il modo di esprimersi in maniera appropriata, vada a rifluire, come risposta ai laicismi ottocenteschi, nei clericalismi e fondamentalismi, che diventano pericolosi di fronte al confronto attuale con le altre religioni”.

Che vuol dire?

“Che la religione ha un ruolo pubblico che non può essere disconosciuto, perché affronta dei temi che attraversano l’anima profonda dell’Europa: ha capacità di mobilitare energie, forze, propone valori che sono indispensabili per lo stato laico. Temi che sono dentro la società, a cui bisogna dare spazio”.

Scusi, ma mi sembra tipico della destra religiosa il suo uso di certi termini: l’aggettivo “laico” è scomparso, se non per dire che i laici hanno bisogno della religione; al suo posto usa il termine “laicismo”, ovviamente deteriore. Non è che stia proponendo quello che una volta si chiamava “entrismo” (entrare in un’organizzazione per dirottarla): sostenere le posizioni della destra religiosa, e in ogni caso del cardinal Ruini, per evitarne la deriva fondamentalista?

“Io sostengo che bisogna capire l’importanza di certi temi. E la religione è importante, vedi l’America, la cui democrazia è nata con la religione (poi Bush è un’altra cosa, e io sono anti-Bush). Sia chiaro, però, che non sono un ruiniano; il principio ‘date a Cesare quel che è di Cesare’ è un fondamento dell’Occidente ed è cristiano: e forse non è ruiniano, ma ratzingeriano probabilmente sì”.

Su queste sue posizioni, non c’entra il fatto che lei, prima della direzione de L’Adige lavorasse all’Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale?

“La mia assunzione ad Avvenire fu casuale: mi era stato proposto di fare l’inviato all’estero, opportunità che mi è sembrata notevole per la mia crescita. Poi a chiedermi di fare il direttore è stato l’editore, per la mia biografia professionale, per il fatto di aver girato il mondo, in vista di un giornale che facesse crescere Trento guardando il mondo. La prima volta ho risposto di no. Mi hanno detto di pensarci e mi hanno richiamato un mese e mezzo dopo, garantemdomi la massima libertà. Mi ha entusiasmato l’idea di lavorare per un giornale che va molto bene, per farlo andare ancora meglio, in un progetto proiettato verso il futuro. Un futuro che potrà essere libero anche perché è libero l’editore, in quanto editore puro. E ho detto sì”.

Non c’è troppa enfasi sul discorso dell’editore puro? Ci sono stati casi non encomiabili nella storia del giornalismo italiano, come Rizzoli - editore puro - che fa cadere il Corriere nelle mani della P2...

“Non mitizzo nulla. Ma neanche va enfatizzato un caso di cattiva imprenditorialità come quello di Rizzoli. Nel caso de L’Adige, io ho iniziato a lavorarci che se ne vendevano 9.000 copie; oggi sono triplicate, ed è merito, oltre che dei giornalisti, anche di un editore che ha permesso, in una situazione difficile, che il giornale potesse crescere senza condizionamenti. Ho lavorato in giornali come Avvenire e Corriere, ho amici che lavorano a Repubblica: tutti hanno dei padroni che si fanno sentire. Qui il padrone non si fa sentire: è una condizione ideale”.

Facciamo al neo direttore sinceri auguri. Ci convince quando ci dice: “Vogliamo dare grande importanza al territorio. Ho effettuato tutta una serie di spostamenti per avere, oltre ai corrispondenti di valle, ben sette giornalisti a Trento, che vadano in giro a fare inchieste, per dare una mano ai corrispondenti che magari da soli non ce la fanno, perché certi potentati sono troppo pervasivi. E’ il territorio che ha sete di informazione non ancora tutta espressa: nelle realtà piccole chi è più forte prevale sul più debole, ci sono spazi da conquistare, per portare la stessa maturità della società di città fino al più sperduto paese”.

Ci convince meno, molto meno, quando invece concede ampi spazi a dibattiti retrò, e a una cultura conservatrice di cui non si sentiva l’urgenza (con logica analoga si potrebbero aprire i dibattiti più balzani e anche ingiusti, come uno tra un negazionista dell’Olocausto e un reduce dai lager). E non ci convince affatto la simpatia verso una destra religiosa che per ora rifiuta lo scontro di civiltà, ma domani non si sa; e che oggi, con sempre maggior aggressività e reclamando sempre nuovi privilegi, avversa la laicità delle istituzioni, che è poi l’unico orizzonte entro cui possono convivere religioni diverse.

Proprio perché il resto del progetto di Giovanetti, a iniziare dalla parte industriale, ci convince, non capiamo questa deriva (che oltretutto rischia di far tornare L’Adige ai non felici tempi in cui era considerato “il giornale dei preti”).

A meno che, come dicono i maligni, dietro il finanziamento per la grande nuova rotativa, non ci sia la finanza e l’editoria cattolica.

Speriamo sinceramente e vivamente di no.