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Gillian Wearing: “Family Monument”

Alla Galleria Civica di Trento un progetto che sembra sospeso tra l'antropologico e il banale: il monumento alla famiglia-tipo, individuata tramite analisi sociologica. Ma Gillian Wearing è artista non convenzionale e di sicura fama...

L’idea di costruire un monumento al tipo di famiglia prevalente nella società trentina sarà anche bizzarra rispetto alla tradizione del monumento ma, diciamo la verità, a prima vista cozza frontalmente contro un’idea dell’opera d’arte come qualcosa che esce e addirittura si oppone alla banalità del quotidiano. Per contrastare la retorica monumentale dello straordinario, può bastare rovesciarla in quella dell’ordinario?

Il progetto "Family Monument", che la quarantatreenne artista inglese Gillian Wearing ha proposto alla città di Trento, non ha però ancora scoperto tutte le sue carte, e siamo stati in dubbio se avesse senso parlarne ora, a metà del guado, o piuttosto attendere le tappe successive, ovvero la scelta della famiglia vera da rappresentare tra le varie che si sono candidate, e soprattutto questo ormai famoso monumento in bronzo che dovrebbe essere collocato nei giardini di piazza Dante.

Ne parliamo adesso per un paio di ragioni. La prima è che tutto quanto è esposto in questo momento e fino al 10 giugno presso la Galleria Civica di Trento fa parte integrante dell’opera, dell’operazione artistica della Wearing, pensata appunto come un lavoro di vasto coinvolgimento che si sviluppa per fasi. L’altra ragione è che le dichiarazioni e le esperienze precedenti dell’artista possono suggerire qualche ipotesi o almeno suscitare delle attese riguardo all’esito finale.

Che cosa troviamo alla Civica? All’inizio, la visualizzazione dello studio statistico ("torte", "torri") sulla famiglia trentina compiuto dal prof. Bison della Facoltà di Sociologia. Poi, su vari monitor distribuiti nel percorso, le risposte in video di vari cittadini a due domande (Qual è la tua idea di famiglia trentina tipo? Come ti immagini il monumento alla famiglia?). Ed ecco, a un certo punto, appese al muro, le foto e le lettere inviate dalle famiglie che hanno aderito all’invito di candidarsi. Hanno preso il gioco alla lettera, e non solo si sono autoselezionate in base ai parametri statistici (genitori, tot figli, tot anni, ecc.), ma sembrano essersi anche adeguate al modello proposto nella foto promozionale: infatti diverse hanno il loro cane in bella mostra. Con la simpatica eccezione di una famigliona in chiaro soprannumero, dai nomi sudamericani, quanto di più atipico in Trentino, la quale forse si è chiesta: perché non tentare comunque la sorte per un’occasione di celebrità? In effetti il fattore narcisistico, ben incentivato dai reality e da altre consimili trasmissioni tv, pare entrare in ballo anche qui, col vantaggio di poter evitare il lavaggio di panni sporchi in pubblico, proprio perché basta solo aderire a uno standard.

Anche nelle interviste video, come ci si poteva attendere, circola una sostanziale adesione a una sorta di nostalgia, più o meno rassegnata, per un modello di famiglia che è molto cambiato negli ultimi trent’anni e mostra di voler ancora cambiare. Spicca la nota apparentemente dissonante di Lucio Gardin, che fa una gustosa parodia del perbenismo che promana dalla foto-emblema del progetto, oppure la sorprendente difesa della famiglia di colui che sembra invece un abituale frequentatore di bar. Forse per omaggio alla committenza, forse perché i modelli statistici sono i riferimenti della politica, non mancano le interviste al sindaco e all’assessore.

Il solo angolo in cui emergono con qualche vigore, e talvolta con humour spassoso, delle voci scettiche e dissonanti è il pezzo di parete in cui ai visitatori è consentito lasciare un commento (anche le minoranze e i cani sciolti hanno i loro diritti).

Gillian Wearing ha realizzato negli ultimi dieci-quindici anni diversi progetti su persone che rappresentano se stesse, sul tema del rapporto pubblico privato, dell’identità, sul rapporto tra società di massa e libertà personale, sull’intreccio tra modelli televisivi e vita famigliare, anche in termini autobiografici. Secondo Cristina Natalicchio, il suo lavoro "non nasce per assecondare il narcisismo imperante che caratterizza la nostra era, in cui l’autorivelazione è diventata un’industria; ma piuttosto intende far sembrare quest’esigenza qualcosa di strano". Sarà così anche per il progetto di Trento? A Denis Isaia, la Wearing ha detto di pensare al progetto "antropologicamente". "Come un’istantanea dei nostri giorni. Qualcuno teme che la famiglia stia cambiando troppo e che sparirà, se fosse così il monumento sarebbe un omaggio ai tempi passati, per commemorare un momento che non esisterà più, per questo credo avrà un grande valore in futuro".

Abbiamo bisogno di capire – perché al momento i dati non sono sufficienti, nonostante l’ironia che intravediamo nella pedana rotante su cui posa la famiglia-emblema del progetto – quale sia il valore aggiunto dell’artista sul tema della "famiglia tipo (trentina?)", in altre parole ciò che va oltre gli strumenti tipici dello scienziato sociale o del giornalismo di inchiesta, dei quali pure si è voluta servire.

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