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170.000 fra il Sì e il No

Il mondo del lavoro alle urne sull’accordo col governo in tema di previdenza e welfare.

Andrea Grosselli

Erano 170 mila le lavoratrici e i lavoratori trentini chiamati al voto per confermare il protocollo d’intesa tra governo e parti sociali su previdenza, lavoro e competitività. Un accordo che ha mandato in fibrillazione la maggioranza parlamentare del governo Prodi, dando vita ad una prova di forza tra il nascente Partito Democratico e la sinistra radicale capeggiata da Rifondazione Comunista. I riformisti dipingevano l’accordo come una conquista storica per i lavoratori, i radicali ne contestavano le ragioni arrivando a sostenere che, in alcuni punti, l’accordo era addirittura peggiorativo rispetto alla situazione attuale, tanto da indire per il prossimo 20 ottobre una manifestazione nazionale contro la precarietà.

Inevitabilmente, quindi, il referendum tra i lavoratori ha assunto una valenza politica. La vittoria del No suonerebbe come una sonora bocciatura del governo e garantirebbe nuova linfa alle richieste di Rifondazione, mentre i Sì rappresenterebbero una boccata d’ossigeno per Prodi e il suo traballante esecutivo.

Le polemiche politiche in corrispondenza con gli ultimi giorni della campagna referendaria hanno acceso il dibattito tra i lavoratori, che hanno partecipato massicciamente, anche in Trentino, alle centinaia di assemblee informative – in tutto ben 650 - organizzate da Cgil, Cisl e Uil sui luoghi di lavoro.

Mentre il giornale va in stampa non è dato ancora sapere quale sarà il risultato definitivo a livello nazionale e locale. Il lettore, invece, conoscerà l’esito ella consultazione. Chi scrive può fare riferimento solo ai precedenti: nel 1995, quando i lavoratori furono chiamati ad esprimersi sulla riforma Dini, che modificò radicalmente il sistema di calcolo delle pensioni, in Trentino prevalse il No, mentre nel resto del Paese le urne confermarono l’appoggio dei lavoratori alla riforma pensionistica.

Tra i sindacati, però. questa volta prevale la sensazione che i lavoratori trentini confermeranno la bontà dell’accordo sul welfare, anche perché rispetto a quello del ’95 l’accordo non comporta un arretramento nei diritti e nelle tutele , ma, come hanno spiegato i vertici nazionali dei sindacati confederali, in ogni capitolo dell’intesa si migliora la condizione dei lavoratori. Ciò però non ha evitato che, per esempio, la Fiom Cgil si schierasse per il No all’insegna del motto: "Non ci basta, vogliamo di più".

L’esempio più evidente è quello delle pensioni. L’ultima riforma del sistema previdenziale è targata centrodestra e porta la firma dell’allora ministro Maroni. Con quel provvedimento il governo Berlusconi aveva innalzato l’età pensionabile dagli attuali 57 anni di anzianità e 35 di contributi, portando l’età pensionabile oltre la soglia dei 60 anni. Il tutto doveva avvenire senza alcuna progressività: a partire dal 1° gennaio 2008 tutti i lavoratori avrebbero dovuto raggiungere almeno i 60 anni d’età per godersi la pensione.

Nell’intesa del 23 luglio la riforma Maroni viene superata procedendo ad un innalzamento progressivo dell’età pensionabile: dal 2008 si andrà in pensione con minimo 58 anni d’età e 35 di contributi e così a salire fino al 2011, quando entrerà in vigore la cosiddetta soglia 96, ovvero età minima 60 anni a cui il lavoratore deve aggiungere gli anni di contributi per raggiungere appunto la cifra di 96.

Per la Fiom, però, proprio su questo punto il governo si sarebbe rimangiato la parola data ai lavoratori in campagna elettorale. Per il sindacato dei metalmeccanici, fortemente critico su altri punti dell’accordo, superare la legge Maroni avrebbe dovuto significare infatti la sua cancellazione in toto per riconfermare la Dini.

Lo stesso avrebbe dovuto avvenire sulla legge 30, quella che per la Cgil ha diffuso la precarietà dei contratti a progetto. Il governo invece ha pensato bene di eliminare solo una delle figure contrattuali previste dalla 30, il lavoro a chiamata.

Per la Fiom si tratta di una beffa.

Come si capisce, il dibattito più lacerante è avvenuto in casa Cgil.

Il sindacato di corso Italia ha votato il proprio sostegno all’accordo a maggioranza: contrari si sono detti non solo i metalmeccanici della Fiom, ma anche la minoranza interna. Per i vertici Cgil però il dissenso all’interno del sindacato rappresenta una ricchezza, un valore aggiunto che ha reso il confronto tra i lavoratori molto più partecipato.

In Trentino, le 650 assemblee hanno coinvolto tutte le categorie: dai metalmeccanici (più di 100 assemblee nelle tre settimane di campagna referendaria), ai chimici (45 assemblee), dai trasporti (49 assemblee) agli edili (200 assemblee), dal pubblico impiego (25 assemblee) ai pensionati (40 assemblee).

Dalle aziende metalmeccaniche, più che altrove, si sono alzate le maggiori critiche all’accordo. Si è trattato comunque di un dibattito vero e molto civile. Lo scontro ha seguito sempre il medesimo canovaccio: da un lato chi, sostenendo il Sì, si dichiarava favorevole ad un accordo che stanzia nuove risorse a favore dei ceti più deboli innalzando per esempio le indennità di disoccupazione e normando dopo anni di incertezza i lavori usuranti. Dall’altra chi invece voleva di più e accusava il governo di aver tradito le promesse elettorali.

Ma l’esito della consultazione non chiuderà completamente la vicenda. Se avranno vinto i Sì, sarà la sinistra radicale in Parlamento a continuare a chiedere nuovi miglioramenti al protocollo.

Il testo infatti dovrà superare lo scoglio del dibattito a Montecitorio e Palazzo Madama dove le sorprese sono all’ordine del giorno.