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La giostra delle identità

Anni Trenta, val Pusteria. Dopo che i carabinieri hanno finito di frugare la biblioteca del suo maso di Sexten, il giovane protagonista di Bel paese brutta gente si ritrova sotto gli occhi un libro su Andreas Hofer sfuggito alla perquisizione e consunto dall’uso. “Non mi stancavo mai di guardare l’illustrazione che raffigurava Andreas Hofer con le mani incatenate dietro la schiena ma fieramente eretto camminare verso la morte (...). Meditando su questa immagine mi capitava di confrontarla con un’altra contenuta nel mio libro di lettura raffigurante Cesare Battisti in cammino verso il patibolo a Trento; quello stesso uomo era considerato da mio padre un traditore e dal mio maestro di scuola un eroe esemplare. (...) Due destini tanto simili tra loro che perfino l’illustratore e il fotografo avevano dovuto ritrarli nello stesso atteggiamento...”.

Per una lettura non unilaterale della storia di questa nostra regione, dal romanzo autobiografico di Claus Gatterer (e da tutta l’opera di questo tirolese europeo) vengono suggestioni sempre attuali. Ponendoci da questo punto di vista, l’inclusione di Hofer nel pantheon politeista degli eroici progenitori è incontestabile. La domanda che ci poniamo è quale interpretazione della storia e quale immagine del futuro vi rappresenti. Il dovere della rivolta contro l’oppressore? L’innegabile intreccio tra storia del Trentino e storia del Tirolo? Oppure la cancellazione di ogni autonomia della prima rispetto alla seconda?

L’idoleggiamento del Tirolo storico come comunità originaria, unica e vera Heimat? Il rifiuto delle libertà moderne codificate dalla Rivoluzione Francese? Il vessillo “Dio patria famiglia”? La reclusione di Dio in una religione-tradizione, il confinamento della patria in qualche valle alpina, il disciplinamento della famiglia in un modello senza tempo che ignora la nuova libertà femminile e la pluralità delle esperienze affettive reali?

Dalle frequenti lettere filo-Hofer ai quotidiani locali si ricava l’impressione del prevalere di visioni fieramente conservatrici e di nostalgie ucroniche. L’emersione di questi orientamenti e di memorie antagonistiche non mi sgomenta: penso anzi che possa costituire un pungolo in più per tutti a ragionare sulla storia con passione, ad affrontare con determinazione questioni mal studiate o sottovalutate.

Sono colpito però da alcuni aspetti, che provo a condensare in tre punti. Il primo è la rimozione dell’esperienza più corposa nel Trentino del Novecento, quella del cattolicesimo sociale e politico. Un tirolesismo mitizzato da una parte, un Battisti banalizzato in campione dell’irredentismo e schiacciato sulla guerra dall’altra: della complessa prospettiva degasperiana nemmeno la traccia. Eppure è proprio nei diversi e conflittuali percorsi dei cattolici e dei socialisti che la storia trentina del primo Novecento trova la sua originale ricchezza.

Il secondo punto è la propensione a una storia reinventata, con scarsa o nulla attenzione al lavoro degli storici. Il terzo è l’attivismo spericolato del Palazzo trentino, che espone al rischio di una nuova lacerazione delle memorie e incorre in episodi grotteschi come la disputa sull’Inno al Trentino.

L’assessore alla cultura Panizza dichiarò fin dal suo insediamento di voler dar seguito alla balzana opinione che il buon vecchio Si slancian nel cielo sia un falso. Il testo di sapore risorgimentale scritto nel 1911 da Ernesta Bittanti Battisti e musicato dal maestro della Banda di Trento Bussoli dovette godere da subito di una buona diffusione. Quinto Antonelli, nel vasto repertorio intitolato Storie da quattro soldi (Trento 1988), ne pubblica due trascrizioni, creative lessicalmente ma fedeli nel contenuto, tratte dai canzonieri assemblati durante la prigionia in Russia da Rodolfo Andreis e da Isidoro Simonetti. Ma è bastato che un dilettante poco provveduto ne rinvenisse una parodia nel quadernino di un seminarista profugo, perché ci si precipitasse a diffondere la favola di un inno al Tirolo originario e poi fascisticamente contraffatto. Si fosse data un’occhiata al Popolo battistiano del 1911, si sarebbero ritrovate in due minuti le note strofette stampate tali e quali: il giorno della pubblicazione lo indica la stessa Bittanti, in una rievocazione nota all’inerte “scopritore”. Troppi, quei due minuti necessari al controllo, anche per un assessore ansioso di non perdere l’occasione di un’altra scaramuccia identitaria.