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Scuola che viene, scuola che va

Gli effetti immediati della riforma Dalmaso: la soppressione degli Istituti Professionali e la trasformazione del Liceo Tecnologico. Tra chi ne pensa bene e chi no.

La scuola trentina è sempre in fibrillazione. Ormai sono mesi che negli istituti scolastici della provincia (e non solo) si discute delle novità introdotte per volontà dell’assessore Dalmaso e del presidente Dellai. Ne abbiamo trattato ampiamente anche noi sui numeri precedenti di QT. Ma quali sono le immediate ripercussioni della riforma? Sicuramente un aspetto che lascerà un segno significativo riguarda la soppressione dell’Istituto Professionale e la trasformazione del Liceo Tecnologico in qualcosa di ancora non ben definito.

Una volta era l’Ipc

La scuola trentina, fino all’approvazione della riforma, si sosteneva su quattro gambe: Liceo, Istituto Tecnico, Istituto Professionale statale, Formazione Professionale provinciale. In realtà questa situazione è un’anomalia rispetto alle altre regioni italiane dove le gambe sono solo tre, poiché manca la Formazione Professionale.

A partire dal settembre 2010 anche il Trentino offrirà agli studenti usciti dalle scuole medie solo tre possibilità per proseguire gli studi, dal momento che gli Istituti Professionali statali verranno soppressi. “Niente di sconvolgente - ci dice Roberto Ceccato, dirigente provinciale del Dipartimento istruzione - piuttosto una sorta di razionalizzazione, che ci porta ad essere come le altre regioni italiane, con la sola differenza che al posto dell’Istruzione Professionale noi offriremo la Formazione Professionale”.

Questo processo di “razionalizzazione”, in realtà, era già cominciato negli anni passati, quando i settori industriale, artigianale e alberghiero erano diventati monopolio della Formazione Professionale provinciale, lasciando alla vecchia Istruzione Professionale statale solo l’ambito aziendale (il famoso Ipc) e sanitario. Tuttavia, lo sconvolgimento negli attuali Istituti Professionali c’è stato, eccome: docenti sul piede di guerra, studenti pronti all’occupazione delle scuole, dirigenti impacciati.

Come denuncia Chiara Vettorazzo, docente dell’Ipc “Livia Battisti” di Trento, in una lettera aperta che in rete ha fatto il giro dei blog degli insegnanti, spariranno cinque istituti che accoglievano circa 2.000 studenti solo per fare spazio “ad una Formazione Professionale (corsi di 3 anni) gestita da privati (in gran parte enti vicini alla chiesa cattolica) e finanziata sempre più dalla Provincia”.

In effetti, a partire dal prossimo settembre che prospettive avranno davanti gli studenti affini al profilo offerto dagli Istituti Professionali? Si dirotteranno o sulla Formazione Professionale oppure sugli Istituti Tecnici. Per i detrattori della riforma, questa scelta finirà per danneggiare seriamente una parte della popolazione scolastica. Scrive, infatti, ancora Vettorazzo che indirizzarsi verso la Formazione Professionale rischia di offrire “un profilo decisamente più ‘basso’, senza sbocchi solidi verso la maturità, con conseguente abbattimento delle aspettative sul proprio percorso di studi e orientamento rapido verso il mondo del lavoro”. Mentre la svolta verso l’Istituto Tecnico imporrebbe “un percorso decisamente più ‘alto’, più teorico e impegnativo, col conseguente forte rischio di insuccesso”. Insomma, una certa utenza (parola orribile che però si usa nel riferirsi agli studenti) sarebbe fuori gioco.

Contrari, imbarazzati e favorevoli

Sul tenore delle critiche di Vettorazzo sono anche le parole della vicedirigente dell’Ipc “Don Milani” di Rovereto, Daniela Simoncelli: “Che faranno quegli studenti che hanno bisogno di un percorso che prepari rapidamente al mondo professionale, mantenendo però anche una formazione teorica? Saranno privi di riferimenti e rischieranno di essere tagliati fuori”. Scenario peggiore per i corsi serali, abitualmente frequentati da lavoratori che cercano di riprendere il percorso scolastico che in passato non erano riusciti a completare: “Gli studenti del serale non troveranno risposta alle loro esigenze e saranno spiazzati. Peccato perché rischiamo di perdere l’esperienza pluriennale che abbiamo accumulato e che ci ha messo in luce”.

Il dirigente provinciale Ceccato di fronte a questi rilievi cerca di buttare acqua sul fuoco: “Non è vero che la Formazione Professionale sarà penalizzante, perché la norma prevede che già adesso l’aspetto culturale venga potenziato e che il quarto anno prepari, per chi lo vorrà, ad iscriversi al quinto anno, utile per potersi iscrivere all’Università. Insomma, questo quinto anno diventerà un po’ come quello che anni fa era l’anno integrativo per i diplomati all’Istituto Magistrale”. Inoltre, Ceccato prevede che sia gli Istituti Tecnici che la Formazione Professionale si adegueranno ad accogliere più studenti, senza penalizzare né l’aspetto culturale, né quello tecnico-professionale. Previsioni che in quanto tali lasciano molto perplessi e che dimostrano che la vera sfida non è tanto nei contenitori, quanto nella prassi didattica, come spiegheremo nell’ultimo paragrafo.

Luci e ombre della soppressione sono quelle rilevate dal dirigente del “Livia Battisti” di Trento, Stefano Kirchner, che ci confessa di sentirsi un po’ in imbarazzo e di non potersi esprimere come vorrebbe. E quindi dà un colpo al cerchio e uno alla botte, affermando che “c’è una fascia di utenti un po’ più debole che noi abbiamo sempre raccolto e che alla fine avrebbe potuto iscriversi all’Università. Ora ci auguriamo che venga data la possibilità alla Formazione Professionale di istituire il quinto anno per colmare questo vuoto”.

Chi invece non ha problemi a esprimersi è la responsabile dell’Ipc di Levico, Rosa Callisti. Il suo ragionamento è molto realistico: “I ragazzi che arrivano da noi si portano spesso notevoli difficoltà dalle medie e i dati ci dicono che il tasso di insuccesso è ancora molo alto (30% di bocciati nel primo anno). Piuttosto che bocciarli non sarebbe meglio indirizzarli subito verso la Formazione Professionale?”. Tale differenziazione, secondo Callisti, gioverebbe a loro e anche a quegli studenti che attualmente vengono penalizzati e che invece all’Istituto Tecnico potrebbero esprimersi al meglio. Un giudizio simile è espresso anche da una giovane docente dell’Ipc valsuganotto che conferma come le eccellenze facciano fatica ad emergere, trascinate verso il basso da studenti finiti all’Istituto Professionale più per caso che per vera convinzione.

Che ne sarà del Liceo Tecnologico?

Altra novità della futura scuola trentina riguarda la cancellazione del cosiddetto Liceo Tecnologico, attualmente attivato presso gli Istituti Tecnici. In realtà, la riforma Dalmaso con la cancellazione del Liceo Tecnologico non c’entra nulla. La decisione viene da Roma ed è inappellabile. “Una scelta - ha spiegato il ministro Gelmini con termini ormai familiari - all’insegna della razionalizzazione”. Peccato che per quanto riguarda il Liceo Tecnologico, dal 1995 ad oggi, si fosse costruito molto, specialmente in vista della preparazione all’Università, in particolar modo per le facoltà ingegneristiche, dove il Liceo Tecnologico garantiva un bagaglio di conoscenze più ampio dal punto di vista tecnico, rispetto al liceo scientifico di base. “La Pat intendeva mantenere il Liceo Tecnologico all’interno degli Istituti Tecnici - ricorda Roberto Ceccato - Abbiamo dovuto cambiare successivamente, quando il Ministero ha deciso in maniera completamente diversa. Ora si può solo immaginare un triennio nei Tecnici che preveda il depotenziamento delle materie d’indirizzo (chimica, meccanica, ecc...) e un potenziamento delle discipline scientifiche di base, come avveniva nel vecchio Liceo Tecnologico. Ma è solo un’ipotesi”.

All’Iti “Marconi” di Rovereto la percentuale di frequentanti il vecchio Liceo Tecnologico è di circa 300 studenti su un totale di 800, il 30% del totale. Pertanto con la sua chiusura si rischia una perdita di utenza che allarma docenti, studenti e famiglie. Per questa ragione, dopo una vera e propria sollevazione popolare, a fine marzo si è ottenuto di far partire almeno il biennio dell’Istituto Tecnologico Scientifico.

Tutto risolto? Non esattamente. “Dal punto di vista didattico, le difficoltà con l’avvio del biennio non sono eccessive - spiega Maurizio Baroncini, dirigente del Marconi - L’impianto del nuovo indirizzo vedrà prevalere l’aspetto laboratoriale, senza rinunciare alla preparazione scientifica. Importantissime, nel comparto delle 35 ore settimanali, le ore di compresenza (non previste nei licei) e la valorizzazione del tedesco e dell’inglese”. E per il triennio che si farà?

“Il tavolo di discussione è appena partito - prosegue Baroncini - ed è allargato ai dirigenti provinciali ed agli esperti del Ministero. Un diploma specifico ancora non esiste e dovrà nascerà da questo lavoro di gruppo. Ma io sono fiducioso”.

Meno entusiasta Gianfranco Festi, professore di informatica e sistemi del “Marconi”: “La convivenza tra il Liceo Tecnologico e gli indirizzi tecnici aveva creato una bella contaminazione tra studenti liceali, tradizionalmente più inclini allo studio, e allievi più portati alla manualità ed all’aspetto tecnico dell’apprendimento. Stare sotto lo stesso tetto aveva portato ad una crescita trasversale. Con questo nuovo indirizzo magari avremo più iscritti, ma per noi abbandonare il Liceo non sarà comunque una scelta indolore”.

In ogni caso sembrano esserci i presupposti perché questa rivoluzione copernicana riesca a salvaguardare un percorso di 15 anni di buoni risultati e, forse, anche ad aggiungere un tassello in più, ossia un accesso immediato al mondo del lavoro, con un diploma di perito specializzato, molto richiesto dalle aziende, soprattutto dopo la riforma universitaria del 3+2. Un diploma universitario ingegneristico, infatti, non è altamente qualificante rispetto ad un diploma di perito in ambito tecnologico, conseguito in un Istituto Tecnico di buon livello.

Il nuovo Liceo delle Scienze Applicate

Altra novità della riforma scolastica è l’attivazione del Liceo delle Scienze Applicate, divenuto noto in particolare per l’assenza dello studio del latino nel suo curricolo. In questo caso, non c’è il rischio che un liceo senza latino alla fine si riduca ad un liceo di serie B, una sorta di ripiego rispetto all’indirizzo tradizionale?

“È una lettura possibile, ma molto riduttiva - afferma Alberto Tomasi, dirigente del “Da Vinci” di Trento - Io vedo, al contrario, la possibilità di offrire un percorso liceale con un maggiore spazio delle materie scientifico-informatiche. L’insegnamento dell’informatica, ad esempio, diventerà autonomo, con un insegnante specifico. Inoltre a dare più spessore alla proposta ci sarà la chance della seconda lingua straniera fino alla quinta ed una proposta laboratoriale importante”. Laboratori come negli Istituti Tecnici? “Direi di no - prosegue Tomasi -, ci saranno gli assistenti di laboratorio a supporto dell’insegnante, ma dobbiamo rammentare che la didattica sarà diversa rispetto ai Tecnici. Molto dipenderà anche da come andremo a collocarci rispetto all’orario, se con ore da 50 o da 60 minuti”.

Didattica, figlia della serva

Il dirigente Tomasi parla di “didattica”. Eppure, a ben guardare, la didattica è stata la vera esclusa dalle discussioni che hanno coinvolto (e travolto) il mondo della scuola. Chi si è mai espresso, in questi mesi, in maniera chiara sulla necessità di lavorare con i docenti sulle strategie, sugli approcci, sulle tecniche utili a costruire percorsi concreti ed efficaci per il conseguimento degli obiettivi educativi? Nessuno. Eppure è questa la partita più importante.

Cerchiamo di semplificare: ogni scuola e, di rimando, ogni docente all’inizio dell’anno scolastico si propone di conseguire nei nove mesi successivi alcuni traguardi che riguardano la crescita intellettuale (o pratico-intellettuale) ed umana dei suoi studenti. Ebbene, tutte le risme di carta che gli insegnanti imbrattano con regolarità meccanica, e che dovrebbero testimoniare il lavoro didattico, spesso rimangono mere petizioni di principio. Si scrive che si farà “x” o “y” e poi si inizia la battaglia in aula a colpi di intuizioni individuali degne dell’arte dell’arrangiarsi e di sperimentazioni artigianali. Insomma, il docente appassionato e cosciente (e ce ne sono molti) diventa l’erede del dottor Frankenstein e vive frustrato di fonte alle innumerevoli situazioni alle quali deve far fronte, mentre il docente fancazzista o ormai del tutto alienato si frega le mani e inserisce il pilota automatico ogni volta che entra in classe. Gli obiettivi e le strategie? Dettagli.

Ma non è possibile che la cosiddetta “scuola del futuro” non affronti seriamente la questione della didattica. Gli istituti (come abbiamo letto sopra) hanno studenti con esigenze, capacità, prospettive diverse. È scellerato che la classe docente non venga formata con continuità e serietà ad approcciarsi nei modi più efficaci a questa diversa “utenza”. Un insegnante di matematica di un Iti dovrà affidarsi a strategie e mezzi diversi rispetto ad un insegnante della stessa materia di una scuola professionale o di un liceo artistico per ottenere dal proprio insegnamento il risultato auspicato: ovvero la crescita intellettuale o pratico-intellettuale degli studenti di cui si parlava prima.

Inoltre, una società estremamente complessa come la nostra necessita di una elevata capacità relazionale da parte dei docenti, che invece sono stati lanciati nell’agone scolastico senza paracadute, dopo il superamento di un inutile concorso nozionistico, oppure dopo due anni di scuola di specializzazione dove le chiacchiere dei baroni universitari sono superiori a quelle dei bravi professionisti. Solito dilettantismo italiano.

Il giornalista Riccardo Iacona qualche anno fa mostrò come una scuola superiore difficile della periferia di Stoccolma fosse riuscita a conseguire risultati molto positivi e riconosciuti facendo leva su una classe docente ben pagata e accuratamente preparata ad affrontare studenti potenzialmente problematici. In quella scuola la didattica era diventata la regina, non la figlia della serva.

È su questo versante che si può dare alla scuola il ruolo che le compete in una società moderna. Altrimenti finirà per essere la solita scuola dei Quaquaraquà: traballante, se non perfino dannosa. Altro che tre ore in più di tedesco per definirsi “europei”.

I perché di una riforma

Perché mai la giunta Dellai ha deciso di smantellare l’istruzione professionale, che funzionava decorosamente e assicurava un’adeguata articolazione nell’offerta formativa? Oltre alla motivazione poco nobile di favorire la formazione professionale, privata, ce ne è una sola che sta in piedi: “razionalizzare”. Ossia spendere meno, accorpando istituti e risparmiando sugli stipendi. Per cui “razionalizzare” vuole dire, in soldoni, risparmiare.

“La Giunta si impegna a non diminuire lo stanziamento complessivo destinato alla scuola” è stata la risposta a chi contestava questa linea. E il PD l’ha subito presa per buona.

Per noi invece è un’aggravante. Lo si è visto in questi giorni: Dellai ha promosso (vedi nella rubrica “Trenta giorni”) tutta una serie di costruzioni di edifici scolastici, in massima parte ingiustificata, quando non peggiorativa. Insomma, un mero finanziamento al partito del mattone.

Ecco quindi come finisce con il configurarsi la “razionalizzazione” della riforma Dalmaso: spostare soldi dagli stipendi al mattone, dalla formazione alle costruzioni. Ridurre l’offerta formativa per poter finanziare le lobby edilizie. Poi Dellai si meraviglia se i giovani, magari confusamente, lo contestano... (e.p.)