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Il bruto

Foto di Antonello Veneri

Era fine settembre e il mattino ci voleva già la maglia di lana. Con i miei freschissimi ancora fiduciosi diciotto anni, mi dirigevo verso lo studio tecnico in piazza Silvio Pellico dove lavoravo come segretaria. Era situato in un avveniristico palazzo pieno di colonne, moquette scura sui muri, angoli bui, e con un atrio da agguati, già capitati a diverse inquiline. Li avevo subiti anch’io l’anno prima, cavandomela con uno spavento e tante cocenti lacrime di rabbia. Quello che sembrava un elegante professionista smarrito mi avrebbe fermato nell’atrio - per un’informazione, avevo pensato - rivolgendomi invece un’arrogante proposta oscena che mi fece l’effetto di un pugno in pancia. La soddisfazione palese di quel lurido individuo non l’avrei più potuta scordare per anni, rafforzando la mia voglia di vendetta.

Erano millenni che venivo messa in difficoltà. E dall’orrido viscido vicino di casa pedofilo e dal vecchio sporcaccione in corriera, e dal maiale errante che si spostava da un sedile all’altro al cinema Dolomiti fino a trovare la vittima giusta. E dal confuso sacerdote con ampia tonaca che mi fissava innamorato come fossi una madonnina, trattenendomi troppo la mano tra le sue untuose e mollicce, grondando copiosamente sudore, sempre più rubizzo in viso fino a acquietarsi improvvisamente. Pensavo sempre fosse sull’orlo di un infarto, m’inquietava moltissimo, ma dovevo passare da lui per prendere i libri della biblioteca che erano il mio nutrimento. Il femminismo intanto stava creando una nuova figura di donna ribelle e reattiva: basta subire la prepotenza maschile, dovevamo e potevamo reagire.

La flemmatica Trento nell’estate 1973 avrebbe fatto i conti con il “bruto dell’ascensore” che imperversava in pieno centro, in pieno giorno. Agguati non casuali, frutto di appostamenti contro vittime femminili. Donne sulle quali infieriva brutalmente, con cattiveria, come se cercasse vendetta. E avrebbe fatto tanto male, approfittando della sorpresa che paralizzava la vittima. La cronaca si riempì di casi a macchia di leopardo. Una donna incinta di sette mesi fu aggredita in un afoso primo pomeriggio di luglio, mentre cercava riparo all’ombra di un negozio di accessori per bambini, intenta ad aspettare il marito per recarsi a una visita di prassi. Da dietro venne agguantata al collo e colpita ripetutamente con pugni in testa, fino ad accasciarsi urlando disperata. Soccorsa, sarebbe stata ricoverata col timore che lo spavento provocasse un parto prematuro.

Un’altra vittima, nella chiesa di Santa Maria, fu una ragazza della valle di Fiemme, venuta a Trento per fare scuola guida. Nell’attesa che riaprissero alle quattordici, non conoscendo la città si diresse alla chiesa più vicina. Nella cattedrale, completamente vuota, voltò la testa sentendo la porta aprirsi. Vide entrare un giovane e si chiese perplessa cosa potesse spingerlo in quel posto, a quell’ora, ma poi si rivolse nuovamente verso l’altare. In pochi secondi il giovane fu dietro di lei, le cinse il collo con il braccio destro e col sinistro la colpì con violenti pugni in testa e alla schiena.

Quella che riporterà i danni più gravi sarà una signorina di mezza età che aspettava l’ascensore nel condominio centrale dove abitava. Lui entrerà nel portone insieme con lei ponendosi al suo fianco nell’attesa dell’ascensore, dove salirà subito dopo aggredendola e sbattendola a terra. Lui, che indossava scarponi militari, la prenderà a calci in faccia e dappertutto. Le romperà il setto nasale, facendole rischiare seri danni alla vista, a causa degli ematomi che la renderanno cieca per diverse settimane.

L’anno prima il regista Bellocchio aveva girato “Sbatti il mostro in prima pagina” dove, nel clima teso della contrapposizione politica, s’incastrava un militante della sinistra extraparlamentare in un omicidio a sfondo sessuale. Anche se la politica non sembrava coinvolta, nell’ordinata Trento c’era molta voglia di sbattere velocemente il mostro dell’ascensore in prima pagina. (continua)