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Ambiente, i peggiori d’Italia

In Trentino, l’Agenzia che dovrebbe proteggerlo non è messa in condizione di farlo. Anche in questo caso, a far male è l’Autonomia.

Aldo Colombo

Il Trentino, l’oasi verde immaginaria costruita dal menzognero marketing turistico provinciale, è in realtà un territorio dove la protezione e i controlli ambientali danno fastidio a molti imprenditori “di regime”, e di conseguenza vengono marginalizzati e ridotti all’insignificanza da una politica miope e asservita. La punta dell’iceberg di questa dinamica malata sono stati i recenti scandali ambientali, acciaieria di Borgo e Monte Zaccon su tutti. Dietro agli scandali, e lontano dai riflettori, c’è una realtà quotidiana in cui chi dovrebbe essere chiamato istituzionalmente a proteggere l’ambiente e a controllare che le attività produttive non lo devastino, di fatto non agisce. E non lo fa perché un insieme doloso di leggi e atti normativi provinciali, nel corso degli ultimi vent’anni, l’ha costretto all’incapacità di agire. Stiamo parlando dell’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente, in sigla APPA.

Perché solo in Trentino?

Monte Zaccon

Si tratta di una struttura dell’amministrazione provinciale che avrebbe in capo la protezione e i controlli ambientali, ma che in sostanza difetta dell’autonomia e dell’efficacia necessaria per garantire lo svolgimento indipendente di un ruolo così delicato. A riportare sotto i riflettori la questione (più volte sollevata da questo giornale, e da nessun altro nel panorama informativo trentino) è stata di recente la consigliera provinciale del M5S Manuela Bottamedi, il 6 maggio 2014, con un’interrogazione rivolta al presidente della Provincia Ugo Rossi. Vale la pena riportare per intero il testo dell’interrogazione.

“La Delibera della Giunta provinciale n° 606 del 17/4/2014 interviene sull’organigramma dell’APPA, sopprimendone un intero Settore (il Settore gestione ambientale) e determinando il passaggio delle attività di controllo ambientale da una struttura amministrativa di secondo livello (il Settore Laboratorio e Controlli) a una struttura di terzo livello (l’Unità organizzativa giuridico-ispettiva). Tale intervento segue quello contenuto nella delibera provinciale del 2012, con cui l’APPA è stata trasformata da struttura amministrativa di primo livello a struttura di secondo livello, articolazione del Dipartimento territorio, ambiente e foreste. Il combinato disposto di questi due provvedimenti fa sì che l’APPA, a differenza delle altre Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente presenti in Italia, in Trentino risulti essere non un Ente Pubblico indipendente dal potere esecutivo e dalla sua struttura (come richiederebbe il delicato ruolo assegnato all’APPA in materia di controlli ambientali), bensì sua parte integrante e per di più rispondente gerarchicamente, prima ancora che alla Giunta, al responsabile di un Dipartimento. Si chiede se il combinato disposto delle citate deliberazioni della Giunta non sia tale da minare l’autonomia e l’efficacia dell’APPA, e in particolare per quale ragione l’APPA in Trentino non sia un Ente Pubblico esterno all’amministrazione provinciale come accade invece in tutte le altre Regioni italiane, incluse quelle a Statuto Speciale”.

Al di là degli apparenti tecnicismi (in realtà sostanziali), Bottamedi ha colto il nocciolo della questione: la differenza marcata tra quel che accade nel resto d’Italia e quel che accade in Trentino. Come spesso avviene, e contrariamente al senso comune, tale differenza, generata dall’autonomia riconosciuta alla nostra provincia, non è a vantaggio, ma a danno dell’interesse pubblico, in questo caso quello di vivere in un ambiente protetto, dove le violazioni della normativa ambientale sono scoperte e denunciate. In altre parole, l’autonomia, in questo come in altri casi, si rivela vizio e non virtù.

Vigilanza non vuol dire comando

L’acciaieria Valsugana

Cosa accade quindi nel resto d’Italia? Qui diventa necessario fare un passo indietro, a vent’anni fa. Alla legge dello Stato n° 61 del 21 gennaio 1994. A questa legge va fatta risalire la nascita del sistema nazionale di protezione ambientale come lo conosciamo oggi. Ovvero, centrato su un ente nazionale, l’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione dell’Ambiente (ISPRA) e su una rete di Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (ARPA, che in Trentino e in Sudtirolo diventano Agenzie provinciali, ovvero APPA). A questi organismi lo Stato ha affidato la protezione ambientale, e i relativi controlli.

Che rapporto hanno le ARPA/APPA con le rispettive Regioni/Province autonome? Il legislatore del 1994 sapeva di trovarsi di fronte a un tema delicato. Era necessario garantire a enti affidatari di un ruolo così delicato la necessaria, imprescindibile indipendenza dal potere esecutivo, ovvero nello specifico dalle giunte regionali e provinciali, altrimenti si sarebbe messo in piedi un baraccone di credibilità pressoché nulla. Ecco perché quella legge si preoccupa di recitare testualmente (corsivi nostri): “Le Agenzie regionali e provinciali hanno autonomia tecnico-giuridica, amministrativa, contabile e sono poste sotto la vigilanza della presidenza della giunta provinciale o regionale”.

Autonomia e vigilanza: le due parole chiave. Autonomia da chi? Dalle giunte, appunto. Dal potere esecutivo. Disposizione sacrosanta, evidentemente: come si fa a controllare (e a denunciare, se del caso) gli stessi soggetti che poi magari finanziano la campagna elettorale del presidente e dei suoi assessori e/o gli garantiscono in altro modo i voti? L’unica limitazione a questa doverosa condizione d’indipendenza il legislatore l’ha posta introducendo la possibilità, per il presidente della Regione o Provincia autonoma, di vigilare sull’ARPA/APPA. Ma vigilare, si badi bene, non significa indirizzare, né tanto meno comandare. Ma si sa che, oggi, è esattamente quello che avviene in Trentino. Ma perché, se la legge lo vieterebbe?

L’autonomia che fa male

La risposta si chiama Autonomia. Il problema non è l’autonomia in sé, sia chiaro, ma il modo in cui la si usa. La falce può mietere il grano o tagliare una testa, dipende da chi la utilizza. In questo caso, qui in Trentino, l’utilizzatore, fin dall’inizio, fin da quel 1994, era animato da cattive intenzioni. Era già in corso lo smantellamento di quanto fatto di prezioso e innovativo da Walter Micheli in campo ambientale.

Appena uscita quella fastidiosa legge, i nostri politici si adontarono e reagirono prontamente, con un fulmineo ricorso alla Corte Costituzionale, datato 26 febbraio 1994.

Nel rispondere all’interrogazione di Bottamedi, Rossi ha citato la sentenza n° 356 del 1994 con cui la Corte Costituzionale trattò quel ricorso: “L’autonomia - ha detto Rossi - non esonera l’APPA da un giusto e doveroso potere di vigilanza da parte della Provincia previsto nelle norme istitutive statali e ribadito anche dalla successiva sentenza della Corte costituzionale 356/94”. Peccato abbia omesso di dire, Rossi, che la Corte, con quella sentenza, respinse la parte del ricorso con cui la Provincia avrebbe voluto svincolarsi completamente dall’obbligo stesso di istituire un’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente, autonoma e per di più - questo anche prevedeva la legge - coordinata da un’Agenzia nazionale. Altro che difendere il mero potere di vigilanza!

Fin dall’inizio, la Provincia provò a sbarazzarsi di quello strano e minaccioso ente che, per mano romana, stava per sorgere sul proprio suolo e che - inaudito schiaffo all’autonomia! - non si capiva bene a chi dovesse rispondere: se a Roma, a Trento o, peggio del peggio, solo a se stesso e al suo dovere di proteggere l’ambiente.

Purtroppo, però, la Provincia, con quella sentenza, qualcosa portò comunque a casa. All’apparenza, una sottigliezza da azzeccagarbugli. Nella sostanza, la pietra angolare su cui è stato poi attuato il disegno doloso di svuotare, imbrigliare e depotenziare un ente che, se proprio doveva esistere, allora l’avrebbe fatto con un pesante guinzaglio attorno al collo. La Corte Costituzionale, infatti, in nome dell’autonomia provinciale, accolse il ricorso della Provincia nella parte in cui quest’ultima chiedeva che la vigilanza fosse svolta non dal presidente della giunta provinciale, ma dalla Provincia autonoma in senso generale. Questa che appare come una questione di lana caprina, è in realtà il peccato originale che ha consentito alla Provincia, con la legge provinciale n° 11 del 1995, istitutiva dell’APPA, di inglobare l’Agenzia - unico caso in Italia, insieme a Bolzano che è andata nella stessa direzione - direttamente dentro la struttura amministrativa provinciale. Non semplicemente vigilata, quindi, ma comandata a bacchetta. Ben salda al guinzaglio di cui sopra.

È in questo contesto d’indipendenza inesistente dell’organo preposto alla protezione ambientale in Trentino che hanno potuto verificarsi i citati scandali acciaieria e Monte Zaccon. Passata la buriana di questi scandali, poi, col pretesto della razionalizzazione dell’organigramma provinciale, nel 2012 una delibera di giunta - quella citata da Bottamedi nella sua interrogazione - è intervenuta a rendere ancora più pesante, quasi grottesca, l’intera situazione. Unicum nell’unicum, l’APPA è stata infatti declassata a struttura di secondo livello e ora, oltre che a quelli della giunta, deve obbedire anche agli ordini di un capo-Dipartimento. E, nella fattispecie, chi? Di Romano Masé, il “signore dei forestali”. Gli stessi forestali trentini che la Procura la quale indagava sull’inquinamento all’acciaieria di Borgo ritenne così collusi col potere politico provinciale, e quindi con gli amici degli amici, da rivolgersi ai forestali veneti per le necessarie operazioni in loco. Insomma, la ciliegina sulla torta, prima di tirarla in faccia all’ambiente.

Quella della protezione ambientale in Trentino è quindi una situazione che si può definire sostanzialmente illegale. Per quanto tempo - e quanti futuri scandali - ancora? Le associazioni ambientaliste e chi, nel mondo politico, dice di tenere all’ambiente, battano immediatamente un colpo.