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L’ospedale che (non) verrà?

L’idea di Rossi e Zeni per Mattarello: da “cittadella militare” a “cittadella della salute”. Ma quando, come e perché?

Foto di Adelfo Bayer, l’area di Mattarello che dovrebbe ospitare il nuovo ospedale.

Il consigliere provinciale del PD Mattia Civico ha fatto pubblicamente notare che la discussione sul Nuovo Ospedale di Trento (Not) si protrae da diciassette anni, “durante i quali tutte le dichiarazioni e tutti gli atti formali vanno nella medesima direzione: è un’opera urgente e sorgerà a Trento, in località via al Desert”.

Amen.

Ugo Rossi

Eppure, nella maggioranza qualcuno sembra pensarla diversamente. In primis il governatore Rossi, che all’inizio dello scorso agosto ha pensato bene di rivedere il posizionamento del Not: da via al Desert a Mattarello, nella zona un tempo promessa al Ministero della Difesa per la costruzione (poi abortita) della cittadella militare. Poco più a nord del punto in cui, potenzialmente, potrebbe un giorno sfociare la Pi.Ru.Bi.

Il berretto delle istituzioni

Rossi non è solo: l’ha seguito a ruota l’assessore Luca Zeni, il quale peraltro ad agosto aveva appena sostituito Donata Borgonovo Re. Di lui, Rossi ha detto che “ha già dimostrato di saper indossare il berretto delle istituzioni e non della demagogia e dei facili discorsi”.

Non saranno mutande, ma il rischio che quel berretto sia comunque un po’ stretto e non consenta dunque di ragionare con la dovuta lucidità esiste. Più che a facili discorsi, infatti, siamo di fronte a facili sterzate.

Luca Zeni

Tra le principali motivazioni a favore dello spostamento del Not a Mattarello, Rossi e Zeni adducono un risparmio economico (per quanto riguarda le opere viarie: non si parla dei costi di realizzazione dell’opera stessa), la funzionalità dell’area (giacché di dimensioni maggiori) e la maggiore vicinanza al nucleo elicotteri. Peccato che nel 2009 il presidente Rossi, allora assessore alla Sanità della giunta Dellai, avesse respinto la proposta del consigliere Claudio Eccher di spostare il Not in una zona tra Trento e Rovereto. I motivi? Dal punto di vista delle dotazioni infrastrutturali (sia viarie che ferroviarie), la località al Desert era ritenuta la migliore possibile; inoltre, la scelta di quell’area consentiva un ridotto consumo di territorio. Infine, tornare indietro rispetto al progetto avviato avrebbe significato andare incontro a ritardi insostenibili.

Galeotta fu la commissione

Ritardi insostenibili, appunto. Va ricordato, a questo punto, il motivo per il quale i lavori per il nuovo ospedale in via al Desert non sono già in corso: ovvero la sentenza del Consiglio di Stato del 13 ottobre 2014 che ha soppresso la commissione tecnica di valutazione dei progetti e gli atti di gara conseguenti a causa di gravi errori procedurali. Quali esattamente? Prima di tutto, la presenza in commissione del direttore dell’Azienda sanitaria (Luciano Fior) e di dirigenti provinciali che avevano partecipato alla stesura del bando di gara.

Ma non solo: il lodevole lavoro svolto da Rifondazione Comunista nel 2013 ha messo in luce tutte le storture della prima gara (vedi box).

I lavori, dunque, non possono avere inizio sino a quando la Provincia non nominerà una nuova commissione, riesaminerà le offerte pervenute, oppure rifarà il bando da capo.

E questo è forse uno dei nodi principali della questione, uno dei motivi che potrebbero rendere vantaggioso uno spostamento del Not.

Pro e contro di uno spostamento

Foto di Adelfo Bayer, l’area di Mattarello che dovrebbe ospitare il nuovo ospedale.

Abbandonando l’area di via al Desert e puntando su quella di Mattarello, infatti, dovrebbe essere messo in campo un nuovo progetto, che di fatto smarcherebbe la PAT dalla sentenza del Consiglio di Stato.

Alessandro Andreatta

È lo stesso Rossi a dichiarare che si è “già deciso in giunta di rifare la gara a prescindere dalla localizzazione”. Tema sul quale ora il governatore sta discutendo con il sindaco Andreatta che, come il suo vice Biasioli, sostiene il progetto di via al Desert, dati il posizionamento del centro di Protonterapia, la provenienza dei pazienti (molti dei quali residenti in Valle dei laghi, Piana rotaliana e Valle di Cembra) e il fatto che in località al Desert non sarebbero necessarie varianti urbanistiche. Oltretutto, dato che l’area è racchiusa tra fiume Adige, tangenziale e ferrovia, non rischierebbe di venire presto contornata dal tessuto urbano; posizione, questa, sostenuta pubblicamente anche dall’ex sindaco Alberto Pacher.

Uno studio geologico di circa dieci anni fa, commissionato dal Comune quando ancora era in auge il progetto della cittadella militare, aggiunge un tassello alla discussione. L’area di Mattarello, infatti, ha una situazione simile a quella del terreno sul quale sorge il centro di Protonterapia. Ovvero una situazione per la quale il terreno, limoso, sarebbe tendente ad abbassarsi. Non solo: a Mattarello, rispetto a via al Desert, la falda è più vicina al piano campagna, e questo renderebbe decisamente più difficoltosa la costruzione delle fondamenta e delle parti interrate. Il problema non riguarda, ovviamente, solo un eventuale parcheggio, considerato che centrale termica, centrale elettrica, lavanderia e aree di servizio sono solitamente interrate.

Il Centro di Protonterapia

Forse a fronte di tante, sensate obiezioni, forse per un fiero sussulto di dignità, Alessandro Andreatta s’è desto. Con un risentito moto d’orgoglio, il sindaco di Trento ha sostenuto che la “paginetta A4” presentatagli da Rossi, riportante le ragioni di un possibile spostamento del Not a Mattarello, non è sufficiente.

Purtroppo, date le esperienze passate, non si può escludere che - dichiarazioni stizzite a parte - la giunta comunale di Andreatta decida di ritagliarsi il consueto ruolo di subalternità rispetto alla Provincia, proprio nel momento in cui il superomismo di Lorenzo Dellai viene probabilmente superato dal superomismo di Ugo Rossi (ego a confronto, a spese di una Provincia che si scopre via via sempre più fragile). D’altronde la lista delle partite perse, o spesso nemmeno abbozzate, è lunga. E tanti sono i progetti cittadini sui quali il Comune ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco: l’area ex Italcementi, il quartiere delle Albere, la biblioteca universitaria e così via.

Investimenti in libertà

Ad ogni modo, nonostante le plateali resistenze di Andreatta, Rossi e Zeni, con il “berretto delle istituzioni” ben calcato in testa, non demordono e - anzi - insistono per spostare a sud il nuovo ospedale.

Smentendo perfino loro stessi. Dalle pagine dell’Adige, nei giorni scorsi, Luisa Maria Patruno faceva infatti notare come anche dopo l’annullamento della commissione tecnica da parte del Consiglio di Stato la Provincia abbia investito, e non poco, nell’area di via al Desert.

È datata 15 dicembre 2015 la determinazione del dirigente Roberto Coali con la quale viene stanziata la cifra di 1.300.000 euro per “interventi di mitigazione del rischio idraulico dal torrente Fersina sull’area del nuovo polo ospedaliero del Trentino”, in particolare per il consolidamento degli argini e delle sponde. Mentre a febbraio 2015 la giunta presieduta da Rossi ha deliberato l’acquisto di un’area adiacente al centro di Protonterapia per la cifra di 500.000 euro onde consentire “il miglioramento e la sistemazione della viabilità, sia interna di collegamento fra le varie strutture ospedaliere sia esterna di interesse comunale” sempre nella zona di via al Desert.

A questo va aggiunto il milione speso per il consolidamento del terreno dell’area su cui fino allo scorso agosto avrebbe dovuto sorgere il Not.

Un investimento consistente, a fronte del quale ci si aspetterebbe un approccio più ragionato e cauto da parte della giunta.

I turbamenti del giovane PD

Aspettative vane. La vicenda porta poi alla luce in maniera impietosa, come se non bastasse, la schizofrenia del PD trentino. Il neo assessore Zeni da una parte; la precedente assessora Borgonovo Re, il consigliere Civico, e l’assessora regionale Plotegher (soprattutto per quanto riguarda la discussione sulla sanità integrativa) dall’altra. E in mezzo il segretario provinciale Sergio Barbacovi a cercare una mediazione.

La ciliegina su questa torta avvelenata l’ha messa Alessandro Olivi, il perdente di successo delle scorse elezioni provinciali; il quale, da una presunta e auto-attribuita posizione di saggio osservatore, parla con toni da melodramma di due linee contrapposte: “l’integralismo identitario (di Borgonovo Re e Civico, n.d..r.) ed il conformismo istituzionale” (di Zeni), che “fanno a pugni con il riformismo (il suo, cioè quello di Olivi) di un partito di governo che aspira a contendere la leadership politica della coalizione”.

Potremo sbagliare, ma a noi sembra che il partito, più che aspirare, sia in procinto di spirare.

L’approccio gattopardesco

In un clima da guerra fredda proprio uno dei membri di spicco del PD trentino, l’assessore Zeni appunto, si mostra ottimista e sostiene che il nuovo ospedale dovrà essere in funzione entro il 2020. A Mattarello, Zeni vuole spostare tutto: la scuola di infermeria, la sezione riabilitativa di Villa Igea, i servizi ambulatoriali; gli uffici amministrativi.

Spostare tutto. Ma quando? E soprattutto, perché? Perché costruire nuovi edifici per funzioni localizzate in sedi testé costruite (vedi l’Azienda Sanitaria) o ristrutturate (Villa Igea)?

Silenzio.

Ugo Rossi si dimostra ancora una volta un consumato procrastinatore. Consumato, ma non abile: anche in questa circostanza, infatti, i limiti della sua giunta vibrano come nervi scoperti. E la sensazione che lo spostamento del Not a Mattarello serva solo a rimandare a data da destinarsi l’inizio dei lavori, infine, prevale.

Il Not e la finanza di progetto

La “bolla” dell’appalto per il Not in via al Desert, poi esplosa con la sentenza del Consiglio di Stato del 13 ottobre 2014, era stata efficacemente messa in luce da una ricerca della federazione trentina di Rifondazione comunista, poi ripresa dal Manifesto.

Scrivevano Sebastiano Canetta ed Ernesto Milanesi a luglio 2013 dell’operazione in project financing: “122 mila metri quadri per una volumetria di 500 mila metri cubi; 613 posti letto, 20 sale operatorie, 1.614 posti auto con un costo stimato in 310 milioni di euro di cui 160 pubblici. Il maxi-appalto è stato assegnato a Impregilo che controlla al 51% l’associazione di imprese con Codelfa e Consorzio Servizi per la Sanità del Trentino (presieduto da Renzo Bortolotti), ovvero Pvb Solutions, Gpi, Attrezzature Medico Sanitarie, Markas di Bolzano, Miorelli Service e Famas System. Esaurito il cantiere, Impregilo & C. gestiranno la concessione del Not per 27 anni e 6 mesi, con il ‘rimborso’ di 55 milioni all’anno pagati dalla Provincia di Trento”.

La finanza di progetto, appunto: ossia il meccanismo per il quale il pubblico avrebbe ‘risarcito’ e foraggiato per quasi trent’anni il privato, garantendogli la gestione praticamente completa del sistema ospedaliero trentino, anche in termini di attività accessorie (come mensa, pulizie, riscaldamento) e - soprattutto - di rinnovo delle costose ed essenziali attrezzature tecniche.

Canetta e Milanesi facevano notare come l’interrogazione di Rifondazione chiamasse in causa Finest s.p.a., “cassaforte delle Regioni Veneto, Friuli e Trentino e delle banche a Nord Est”. La cui attività è legata tra gli altri al nome di Lorenzo Kessler, figlio di Bruno e fratello di Giovanni, coinvolto con la sua Project Financing Consulting s.p.a. e definito dal Sole 24 Ore il “signore del project financing”.

Un’altra menzione la merita Famas System, società con sede a Egna che progetta e realizza sistemi telematici per il monitoraggio del traffico stradale e la rilevazione delle condizioni meteorologiche. Guarda caso, ISA, la finanziaria della Curia di Trento, partecipa al suo capitale sociale per il 30%.

I nomi delle imprese finora coinvolte non possono lasciare tranquilli. Impregilo, ma anche Mantovani, già vincitrice dell’appalto per il progetto del centro di Protonterapia e classificatasi seconda nella gara per il Not. Il cui ex presidente Piergiorgio Baita è finito in manette per lo scandalo del Mose a Venezia.

Il project financing, dove è stato attuato, è risultato un disastro. In pratica sembra che ad indebitarsi sia il privato, ma non è così: è l’ente pubblico che si fa carico di rimborsare all’impresa il 100% dei debiti, pagando non la costruzione, ma i costi di gestione dell’opera.

A questo meccanismo perverso il Rossi presidente ha avuto il merito di rinunciare, di fatto sconfessando quanto fatto dal Rossi assessore (insieme all’allora presidente Dellai). Ma gli strascichi di quella scelta avventurosa continuano a ripercuotersi sull’oggi.