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Trento: l’acqua viene ancora dai pozzi

Come nel terzo mondo, l’acquedotto del capoluogo viene alimentato da pozzi in zona industriale e dal subalveo del Fersina a rischio arsenico. Eppure si potrebbe facilmente rimediare, e risparmiando.

La città di Trento appare nelle classifiche relative alla qualità della vita, tra le città più vivibili, meno inquinate, più sicure, ecc. Ciò è dovuto soprattutto al senso civico dei suoi cittadini, molto esigenti nei confronti della propria amministrazione e nel contempo scrupolosi nell’applicazione delle direttive impartite, vedi l’illuminante esempio della raccolta differenziata.

Esiste viceversa una criticità nella gestione di un sistema complesso e importante come l’acquedotto cittadino, che è finora passata inosservata ai più e sulla quale invece vale la pena accendere i riflettori.

Punto di partenza deve essere il rispetto dell’esito del referendum, che impone che l’acqua mantenga il valore di bene pubblico. E ci mancherebbe altro! Ma l’acqua è una cosa, le tubazioni un’altra. Qui, grazie all’apporto di vari azzeccagarbugli, nasce il primo inghippo, in realtà superabile con il semplice buon senso, se esiste una reale volontà politica. Chi a suo tempo investì nella costruzione delle tubazioni dovrà essere risarcito dei soldi spesi non ancora coperti dalle passate tariffe e contributi pubblici, e la gestione delle tubazioni sarà pubblica senza che dall’operazione ci sia qualcuno che ne approfitti (ad oggi la società proprietaria ha chiesto un risarcimento di quasi 40 milioni). Ma finora presso il Comune di Trento non si è ancora presa decisione.

Secondo punto: le società di gestione degli acquedotti. Da molti anni, dal gennaio ‘94, la riforma dei servizi idrici, la cosiddetta legge Galli, impone il superamento della pratica dei piccoli acquedotti a gestione locale per arrivare ad aggregazioni tra acquedotti con ambiti d’utenza adeguati per numero di abitanti, per superare l’attuale frammentazione, migliorando i livelli qualitativi dei servizi e riducendo le tariffe.

È in quest’ottica che la valle dell’Adige, da Mezzolombardo a Rovereto ed anche oltre, sino ad Avio, appare adeguata, per numero di utenti e per configurazione orografica, ad essere individuata come un unico ambito d’utenza.

In base a queste considerazioni, ma anche ad altre che per brevità tralasciamo, le amministrazioni della valle dell’Adige e le società degli acquedotti hanno spesso considerato la necessità di fare massa critica per creare un unico ambito d’utenza. Senza però trovare, finora, una soluzione. Trento e Rovereto da moltissimo tempo vorrebbero raggiungere l’obiettivo, come già nel 2008 ricordava la stessa Trentino Servizi - società partecipata delle aziende municipali che vede il Comune di Rovereto azionista di maggioranza.

In queste inerzie, sono probabilmente all’opera gli interessi dei gruppi di potere locale, che non vogliono mollare l’osso delle piccole società (con annesso consiglio d’amministrazione) in favore di una più grande. Per contrastare questa dinamica,la Provinciapotrebbe intervenire: subordinando alla garanzia di ottenere in tempi ragionevoli l’aggregazione per ambiti, i rinnovi delle concessioni delle varie sorgenti, nonché i contributi per ammodernare le strutture. Per esempio, ad AIR, la società che gestisce l’acquedotto della zona di Mezzolombardo, sono stati recentemente erogati circa 8 milioni per i lavori di ammodernamento del sistema acquedotto-centrale idroelettrica, purché effettui l’aggregazione con gli altri Comuni della valle dell’Adige scarsamente provvisti di acqua da sorgente e costretti a prelevarla dal sottosuolo, o da altri sub alvei di torrenti, come Lavis da quello dell’Avisio. AIR si è detta d’accordo, ma a tutt’oggi non si vedono risultati.

Il fatto è che quando si parla di concessione delle sorgenti, subito spuntano i demagoghi, che proclamano la sorgente una proprietà da custodire gelosamente e gestire con le (poche) risorse del singolo Comune, contro l’interesse generale di avere un sistema di dimensione adeguata alla complessità dei lavori necessari per mantenere ed aggiornare il sistema delle tubazioni, che essendo sotterranee non permettono di vedere né le perdite né il degrado dei materiali utilizzati: pietra, fibrocemento, ferro saldato, ghisa, gres, etc., mentre oggi si sta introducendo l’acciaio inossidabile, che garantisce al contempo la massima salubrità dell’acqua potabile.

Il fatto è che la salubrità dell’acqua non è una cosa pacificamente acquisita, nemmeno in Trentino. Clamoroso il caso dell’individuazione da parte della Comunità Europea, nell’ottobre 2010, di acque ricche di arsenico, quelle dal subalveo del Fersina a Cantanghel ad esempio, alimentante circa 29.000 abitanti di Trento, con un contenuto di arsenico addirittura sopra il limite massimo dei 10 mg, mentre l’organizzazione mondiale della sanità indica, in via precauzionale, come obiettivo un valore tra 0 e 5 mg/l, auspicandone anzi la totale assenza, trattandosi di una sostanza tossica che si accumula nell’organismo.

Una situazione vistosamente fuori norma, e quindi pericolosa, durata grazie a strane deroghe almeno dal 2003 al 2011, data dopo la quale si è corsi ai ripari attraverso un costoso impianto di assorbimento. Una situazione che dovrebbe spingere per una soluzione di fondo, attraverso l’acquedotto d’ambito della valle dell’Adige, alimentato con sorgenti esenti da arsenico, figlio della progettata aggregazione delle varie società. Aggregazione che, come detto, invece ristagna.

L’acquedotto della valle dell’Adige, da tempo suggerito anche dalla Provincia, dovrebbe risolvere le criticità. Anzitutto portando a valle l’acqua delle due principali sorgenti in quota: la sorgente Acquasanta di Spormaggiore, che sgorga a circa470 metrisul livello del mare con una capacità di erogazione di circa 15-20 milioni di metri cubi/anno di ottima acqua proveniente dal bacino incontaminato del parco naturale del Brenta; e la sorgente carsica Spino, sul Leno di Terragnolo che, assieme alla sorgente dell’Orco sempre sul Leno, alimentano l’acquedotto di Rovereto con capacità di erogazione di circa 15-20 milioni di metri cubi all’anno, simile in questo all’Acquasanta, cui è simile anche per le caratteristiche idrogeologiche, provenendo da terreni carsici simili a quelli del Brenta, anche se meno protetti.

Aggiungendo altre sorgenti minori, sempre a 400-500 s.l.m., si raggiunge un’erogazione più che sufficiente a servire l’intera popolazione dell’ambito (circa 200.000 abitanti) di ottima acqua da sorgenti di montagna, considerando un utilizzo medio di 350-400 litria persona per giorno. Ad esse saranno unite la sorgente di fondovalle Acquaviva di Mattarello e, se situazioni di emergenza lo richiedessero, i pozzi di Spini di Gardolo ed eventualmente il prelevamento, ulteriormente depurato dall’arsenico, dal subalveo del Fersina presso la serra Cantanghel, per garantire sia un doppio livello di sicurezza dell’acquedotto che le eventuali richieste d’esportazione, che non mancheranno, se si pensa ai cambiamenti climatici in corso.

Il fatto è che molti Comuni dell’ambito, a cominciare da Trento, Lavis, Zambana, hanno scarsa disponibilità d’acqua da proprie sorgenti, e hanno scelto di ricorrere al pompaggio di acqua da pozzi immersi nel subalveo dell’Adige e dei suoi affluenti, invece di spendere soldi per cercare altre sorgenti lontane nei monti del Trentino. La pratica era ed è molto diffusa nei paesi sottosviluppati, ma già dall’epoca dei Romani apparve evidente come la ricerca di sorgenti di montagna da terreni incontaminati fosse preferibile per la qualità e sicurezza d’approvvigionamento, nonostante il costo dei grandi acquedotti che trasportavano l’acqua, anche per centinaia di chilometri, ai centri urbani. Un segno di civiltà che il Comune di Trento aveva dimenticato quandola SIT, vecchia società idroelettrica che gestiva anche l’acquedotto di Trento, scelse di rifornire la città sia con l’acqua del subalveo del Fersina, la più pericolosa per la presenza di arsenico, che, con l’aumento della popolazione, ricorrendo al prelevamento dai pozzi in zona Spini di Gardolo presso l’area industriale.

Questa scelta, oltre al pericolo di scarsa qualità dell’acqua, è anche miope dal punto di vista economico: il pompaggio è oneroso in termini di energia elettrica (un milione di euro all’anno per i pozzi di Spini di Gardolo), come onerosi sono i trattamenti che, dal 2011, si devono effettuare per mantenere potabile l’acqua del Fersina.

Ora, prima che si incappi in qualche altro inconveniente ed emergano nuovi studi circa la pericolosità dei residui contenuti nelle acque da pozzo e subalveo, sarà bene che si chiuda la vicenda operando almeno le due scelte immediate, che da tempola Provinciaha previsto: il completamento della tubazione ad alta capacità Mezzolombardo-Rovereto, a partire dal tratto Mezzolombardo-Lavis-Trento (costo previsto 2,5 milioni) e la richiesta da parte del Comune di Trento (finora incredibilmente titubante) della concessione dell’acqua della sorgente Acquasanta, per la parte ancora disponibile, circa l’ 80%, rispetto a quella già data in concessione ad AIR.

Vedremo se questo semplice disegno di sicurezza sanitaria e razionalizzazione economica riuscirà ad avere ragione di titubanze, demagogie e piccoli interessi di bottega.