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Il Trentino e lo sci

Continuare come nel passato: investire ovunque “per non morire di fame”

Evitare la fame, anche nel Trentino. È questo il tragico problema del turismo del Trentino. L’unica strada proposta dagli operatori del settore per evitare l’emigrazione e la sparizione dal mercato turistico è continuare ad investire nello sci: nuove aree, bacini per l’innevamento, collegamenti. Come scrivono gli imprenditori del Primiero,”lo sci, con il suo indotto, è l’unico settore in grado di garantire i livelli occupazionali e di generare fatturato sufficiente a sostenere l’economia locale”. Le proposte “green”? “Visione catastrofistica, quello che ci preoccupa è la volontà di imporre un modello di sviluppo turistico sterile, basato su un concetto di green astratto ed ideologico”.

Questi operatori, poche righe sotto, nello stesso documento, si contraddicono affermando che “il turista vuole un contesto paesaggistico e ambientale di pregio, respirare aria pulita, bere acqua non clorata, mangiare cibi sani, camminare su sentieri curati”. Ma nel lanciare le loro invettive nemmeno si sono accorti della contraddizione: si esprimono per partito preso.

Gli operatori della Marmolada pensano in modo uguale, con identica arroganza. Dopo aver promosso la serrata dei locali pubblici per ostacolare la presenza degli ambientalisti che illustravano la Marmolada riqualificata, in dibattiti privi di sbocco hanno chiesto le stesse possibilità di sviluppo presenti nel giro del Sella. Il loro ragionare è semplice, schietto: “Perché appena sopra Canazei guadagnano 100, e noi portati alla fame siamo costretti a 40?”.

Si rimane disarmati, ma gli ambientalisti rilanciano: “Cosa dovrebbero dire gli operatori della Valzoldana (gruppo della Civetta) che hanno avuto un crollo delle presenze del 25%?”. La risposta è diretta, una fucilata: “Di loro non ci interessa nulla” (risposta, in realtà, espressa in termini ben più crudi e volgari).

Questi operatori turistici sono gli stessi che nel 2007 hanno portato l’amministrazione di Canazei a cassare un piano provinciale valutato in 50 milioni di euro che prevedeva la riqualificazione dell’intero passo Fedaja. Certo, quel progetto prevedeva anche delle evidenti idiozie, come una nuova funivia che avrebbe dovuto collegare Alba di Canazei al passo (ideona di Dellai-De Col), ma aveva il pregio di offrire una prospettiva su decine di nicchie di proposte turistiche e culturali da valorizzare, paesaggio, storia, investimento sugli edifici del passo, nuove aree parcheggio mascherate. L’intero progetto fu buttato via, come avviene oggi con il sostegno di tutto il Comun General di Fassa, UAL compresa, al grido di “O Punta Rocca o niente”.

Un grido poco intelligente, come si è visto, che ha prodotto e produrrà il nulla; accentuerà il diffondersi di rancori e produrrà ulteriori calunnie. Si semineranno responsabilità verso altri soggetti imprenditoriali e politici, si malediranno ancor più i ciechi ambientalisti che sembra lavorino a favore del nemico Vascellari (proprietario della funivia che sale a Punta Rocca da Malga Ciapèla, nel bellunese) e sicuramente si alimenterà isolamento e frustrazione.

Non una parola sui valori della montagna simbolo delle Dolomiti UNESCO. A conferma di quanto questa cultura sia diffusa dalle assemblee di fine stagione delle diverse aree sciistiche, anche laddove i bilanci sono positivi, si richiedono nuove pesanti infrastrutturazioni della montagna, specialmente bacini per la raccolta di acqua per l’innevamento artificiale. Non si ricercano alternative ai cambiamenti climatici, ma solo adattamenti temporanei.

Ovviamente le località che dovrebbero ospitare questi enormi vasconi si trovano tutte in zone ambientalmente e idrogeologicamente delicate. Per passo Pordoi, già martoriato dal punto di vista paesaggistico e dove risulta impossibile inserire simili strutture senza cancellare definitivamente ogni lettura di naturalità del paesaggio, si vuole un bacino a poche centinaia di metri dal valico sul versante trentino.

Il Latemar

L’altra proposta di grande bacino (parliamo sempre di strutture capaci di contenere oltre 100.000 mc. di acqua) riguarda Passo Feudo (nodo di Dolomiti UNESCO del Latemar), nella zona della Tresca. In questo caso, proprio ai margini dello storico sentiero geologico, si andrebbe ad interessare una zona morenica di alta quota, oggi interessata da un fertile e ameno pascolo. È raro nelle Alpi trovare una simile morena glaciale posta a cavallo di due bacini idrografici (Pampeago e Feudo) e intersezione di due contesti geologici importanti: la faglia vulcanica del Feudo che si intreccia con i calcari dolomitici del Latemar. Il progetto era stato bocciato da una sollevazione popolare dieci anni fa e oggi invece è stato approvato dalla Regola Feudale di Predazzo in assenza di minime osservazioni etiche e paesaggistiche.

Da quanto emerge negli ambienti del turismo del Trentino orientale, a certa imprenditoria dei temi del paesaggio, della geologia, dell’investimento in proposte turistiche diverse dallo sci nulla importa. Nonostante quanto scrive Trentino Marketing nella stesura delle linee guida di TURNAT; nonostante i dati allarmanti del consumo di suolo nelle periferie trentine; nonostante la consapevolezza che il territorio montano è limitato.

Non è stato casuale il richiamo rivolto alla Provincia da parte della SAT nell’invocare coerenza fra i pronunciamenti, i discorsi nei convegni sulle questioni ambientali e le scelte che vengono effettuate. Non è stato casuale il richiamo al sostegno verso la manutenzione anche spicciola del territorio, i sentieri, la biodiversità, il paesaggio. Nel Piano di Sviluppo rurale 2013-2020 oggi attivo la Provincia ha stanziato solo 8 milioni di euro in azioni per le migliorie ambientali e il rispetto di Natura 2000 in presenza di uno stanziamento complessivo che supera i 260 milioni.

Manifestazione ambientalista sulla Marmolada

La durezza con la quale si sono espressi gli imprenditori dello sci del Primiero, la valutazione su come certi imprenditori della Fedaja hanno accolto la recente manifestazione degli ambientalisti sono cose che devono preoccupare. Non solo perché si è dimostrato che a questi imprenditori nulla interessa della storia delle montagne. Questa caduta ideale dell’imprenditoria della montagna trentina è stata certamente strutturata in 50 anni di invasività totale della Provincia nel determinare le scelte sui territori, nel sostenere ciecamente ogni richiesta speculativa, nell’alimentare l’assistenzialismo. Questi comportamenti hanno prodotto errori oggi difficilmente correggibili in termini di sviluppo e infrastrutturazione del territorio: la politica del contributo, certo, in tutti i settori, ha impigrito e privato di fantasia e capacità gli imprenditori turistici.

Tornando alla SAT e alla richiesta di coerenza sostenuta dal sodalizio sulle politiche ambientali, va ricordato che le località che abbiamo citato sono inserite tutte in contesti ambientali di pregio: un parco naturale, Dolomiti UNESCO, reti delle riserve (Natura 2000 della UE).

Senza dubbio le associazioni ambientalistiche faranno il loro lavoro nel cercare di ostacolare progetti tanto invasivi e l’avanzare di una cultura egoistica sempre più preoccupante. Ma ormai è evidente che questa Provincia deve tracciare una linea netta: sulla montagna trentina, esclusi interventi di razionalizzazione e di riqualificazione dell’esistente, non sono più realizzabili proposte che sfregino il paesaggio, che mutino la morfologia dei suoli. È necessario, come già avviene da oltre un decennio oltralpe, costruire sinergie fra turismo dello sci e proposte green, è necessario, come accade in Sudtirolo, investire con più efficacia nel turismo estivo.

È necessario avere coraggio politico: la valle di Fassa, come Fiemme e Primiero, hanno bisogno di qualità, di altra mobilità, di valorizzare le filiere e portarle a strutturare una sinergia fra loro (agricoltura, ospitalità, gastronomia, paesaggio, biodiversità). Questo può avvenire solo attraverso due percorsi complementari: investire in cultura (e nel nostro caso in una nuova classe di amministratori) e in formazione.