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Quanto è accogliente il nostro Trentino?

Il sistema funziona, ma dà l'impressione di non voler fare quel passo in più per non apparire troppo “attrattivo”.

Ai primi di gennaio la protesta di un centinaio di richiedenti asilo del centro di accoglienza di Marco ha portato alla ribalta il problema dell’ospitalità in Trentino. Le rimostranze riguardavano le condizioni in cui si trovano a vivere i richiedenti protezione internazionale: tempi di permanenza troppo lunghi, dovuti alle attese bibliche per avere una risposta dalla commissione che valuta le domande di asilo; container sovraffollati; condizioni igieniche precarie; docce al freddo.

E in effetti il centro di Marco era stato pensato come un luogo di prima accoglienza, mentre abbiamo letto di persone bloccate in quel campo da quasi due anni. Tanto da far sbottare il consigliere Mattia Civico sulla sua pagina Facebook: “Se per un anno e oltre devo vivere in un container con altre 12 persone, alla lunga l’idea di far sapere che non è una buona condizione mi viene”.

Luca Zeni, assessore alla Sanità, in un comunicato stampa rilasciato all’indomani della protesta, aveva confermato che “alleggerire i grandi centri dove risiedono i migranti è un obiettivo primario per il progetto trentino di accoglienza”, pur riconoscendo che “la presenza di strutture più grandi (e quindi più affollate, n.d.r.) è difficilmente eliminabile”.

Il comunicato di Zeni continuava, lasciando intendere che il sistema trentino, pur con dei limiti, tutto sommato funziona: “Il disagio che deriva dal vivere nei container è comprensibile e i tempi dell’iter della domanda di protezione possono avere conseguenze sul vissuto dei migranti, ma sta agli stessi richiedenti asilo superare il possibile senso di frustrazione cogliendo le opportunità formative del progetto trentino”.

I migranti della rotta balcanica

Bisogna però fare una distinzione: oltre ai migranti provenienti dalla rotta libica e quindi via mare, ci sono altre persone (i cosiddetti terrestri o territoriali) che arrivano a Trento percorrendo altre strade. Costoro si trovano in una situazione diversa rispetto a chi viene spedito nei centri di prima accoglienza dopo lo sbarco; arrivano autonomamente, anch’essi affrontando rischi e mettendo in gioco tutto quello che hanno. Ma una volta giunti in Italia, si trovano spesso fuori dal circuito di accoglienza. Si presentano in questura per avanzare domanda di asilo e qui si scontrano con la burocrazia: la domanda non può essere formalizzata se non sono in grado di fornire un indirizzo di domicilio.

Si crea insomma un circolo vizioso: per usufruire dell’accoglienza bisogna aver formalizzato la domanda di protezione internazionale, ma per formalizzare la richiesta bisogna avere un domicilio; senza domicilio non puoi registrare la domanda, e senza domanda, non puoi entrare nei centri di accoglienza.

Non è un problema per chi arriva via mare: dopo i rischi della traversata e lo sbarco viene spedito e stipato nei centri di prima accoglienza, in attesa che si proceda con l’iter di valutazione della domanda.

Il caso dei Pakistani

Nel 2015 quattro cittadini pakistani, intenzionati a chiedere protezione internazionale, si vedono rifiutare dalla questura di Bolzano l’avvio della procedura, proprio perché non hanno un indirizzo in cui poter essere reperibili e viene loro rilasciata una lettera di invito “a completare la domanda non appena sarà possibile fissare ed eleggere domicilio”, non ritenendo quindi il domicilio presso la Caritas o altre organizzazioni umanitarie sufficiente per prendere in considerazione la domanda.

Il giudice, accogliendo il ricorso presentato dai 4, ritiene che “l’indicazione ed il possesso di una dimora effettiva non sia in alcun modo prevista dall’ordinamento al fine di consentire la ricezione della domanda di protezione internazionale”.

Contro questa pronuncia si appella la questura di Bolzano: ma l’appello è respinto, col tribunale che pazientemente spiega come le norme in materia di protezione escludano l’obbligo di avere a disposizione una stabile dimora, perché se così non fosse “non avrebbe spazio di applicazione la norma che consente la presentazione della domanda all’ufficio di polizia di frontiera, in un luogo ed in un momento in cui ben difficilmente il richiedente protezione è in grado di dichiarare una dimora effettiva”. Un ragionamento che non fa una piega: non può avere valore di precedente giurisprudenziale, ma quanto meno a livello politico avrebbe dovuto dare una scossa.

Una prassi controproducente

E invece quella della questura di Bolzano è una prassi che seguono più o meno tutte le questure d’Italia, nonostante il tribunale di Trento l’abbia dichiarata, senza mezzi termini, “contraria alle leggi e potenzialmente lesiva dei diritti dei richiedenti protezione”. Ma la questura di Bolzano, e sulla sua scia quella di Trento, continuano sulla loro strada, anche se si è dimostrata più di una volta controproducente, perché pone i richiedenti in uno stato di limbo che rischia di contrastare non solo con i principi in materia di tutela dei rifugiati, ma anche con le esigenze di controllo da parte delle autorità di pubblica sicurezza: il richiedente potrebbe rimanere sul territorio dello Stato senza che venga presa in esame la sua domanda di asilo, aprendo così la strada a una presenza sostanzialmente incontrollata di persone prive di qualsiasi tipo di permesso di soggiorno.

Alcune amministrazioni comunali hanno studiato l’escamotage di prevedere delle strade (ad esempio, intitolate Via dei senza fissa dimora) cui appunto poter fare riferimento in situazioni analoghe, ma questa procedura, inizialmente accettata da tutte le questure, è stata poi abbandonata per il rischio di facilitare troppo la domanda di asilo.

Un piccolo passo avanti, in un certo senso, c’è stato: le questure hanno iniziato a ritenere valido come domicilio gli indirizzi dei dormitori; un passo avanti, che ha però come effetto quello di riempire le strutture per i senza tetto. E c’è un altro problema: il periodo di permanenza in tali complessi è limitato e spesso non arriva fino al momento in cui si ottiene l’appuntamento in questura per formalizzare la domanda.

Eppure su questo la legge è molto chiara: bisogna concedere accoglienza al momento in cui viene manifestata la volontà di ricevere asilo e non quando questa volontà viene formalizzata.

Antenna Migranti

Antenna Migranti è un gruppo di attivisti nato per monitorare le condizioni dei diritti dei migranti lungo l’asse del Brennero, da Verona a Bolzano. A Trento si concentra proprio sulla situazione dei migranti che sono fuori dal circuito di accoglienza, che spesso vivono in strada, persone che hanno già manifestato la volontà di richiedere protezione ma non hanno ancora potuto presentare la domanda, oppure hanno terminato il percorso di accoglienza senza trovare una sistemazione: “Hanno ottenuto i documenti, ma non hanno lavoro o casa e ora sono senza un posto dove stare” spiega Sara Ballardini, attivista dell’associazione.

Il sistema trentino di accoglienza sembra funzionare generalmente bene, anche se si potrebbe fare di più; ci viene però un dubbio: non si corre il rischio che il Trentino diventi troppo “invitante” e che ci si trovi a dover fronteggiare numeri eccessivi di migranti che facciano collassare il sistema? “A volte – è ancora Sara Ballardini che parla - abbiamo l’impressione che non si vogliano garantire migliori condizioni di accoglienza sul territorio per timore di diventare più attrattivi; il rischio è che si preferisca seguire Bolzano e Verona che giocano al ribasso, piuttosto che migliorare gli standard. La speranza è che invece Trento possa funzionare ancor meglio e diventare un modello virtuoso da esportare anche per altre realtà”.

L’assessore Zeni tranquillizza: “Ci sono regole internazionali sull’accoglienza, da cui derivano anche doveri giuridici; e ci sono delle risorse che l’Europa e lo Stato stanziano. Noi non utilizziamo risorse del nostro bilancio ma risorse extra; questo è un punto che tengo a chiarire, perché aiuta a stemperare i toni di chi ci accusa di essere troppo buoni coi profughi. Le quote di persone da accogliere poi sono ripartite dallo Stato in base alla demografia. Al Trentino spetta lo 0,9% del totale, quindi non credo si possa parlare di rischio di essere troppo accoglienti con persone che arrivano da noi perché siamo più bravi”.

C’è però il caso di chi è fuori dal circuito di accoglienza: quelli possono spostarsi all’interno del territorio, come si fa a tenerne conto?

Le persone che non passano dai centri di prima accoglienza sono stimate in una quarantina (forse qualche decina in più, n.d.r.) e questi per entrare nel sistema necessitano comunque di un passaggio in questura: devono seguir delle procedure stabilite dalla legge. E rientrano anche loro nel computo dello 0,9%. In quanto alle questure che richiedono il domicilio rallentando l’iter è un problema di cui siamo a conoscenza; abbiamo cercato di gestire la cosa inserendoli nelle strutture per i senza fissa dimora, cercando per quanto possibile di dare continuità di domicilio per facilitare la presentazione delle domande”.

Zeni difende un sistema che, come detto, sembra funzionare tutto sommato bene: “Abbiamo impostato questa procedura dell’accoglienza diffusa, che dà più garanzie per quanto riguarda l’integrazione, con le stesse risorse che usano le altre regioni. Stiamo dimostrando che a parità di risorse si può gestire il modello in modo diverso e più efficiente”; ma ammette che è un sistema perfettibile: “Sicuramente è migliorabile la gestione, soprattutto dal punto di vista organizzativo o della manutenzione” - e qui ci sembra evidente il riferimento al centro di Marco.

Il Centro Astalli

Quello dell’integrazione nel tessuto sociale, una volta ottenuti i documenti, è una problematica che sta a cuore anche a Stefano Graiff, presidente del Centro Astalli, che da anni persegue l’obiettivo di accompagnare e difendere i rifugiati sul territorio trentino. “Siamo abituati a gestire l’emergenza - dichiara Graiff - ma si ragiona troppo poco sul dopo: su come aiutare le persone la cui domanda viene accolta, su cosa fare perché vengano assorbiti nel nostro tessuto sociale”.

E poi ci sono le persone che non hanno ottenuto il visto o che non sono riuscite a presentare la domanda, che ritroviamo sul territorio; la loro presenza in giro per la città non è solo degradante per loro, ma rallenta il processo di integrazione, perché aumenta la diffidenza e le paure, già alimentate ad arte.

Persone che hanno diritto a una risposta, o che avendola avuta negativa non possono tornare indietro, persone che sembrano aver guadagnato lo status di indesiderati e che magari finiscono in strada a causa di qualche lungaggine burocratica o qualche scellerato provvedimento amministrativo, come ad esempio la cosiddetta “circolare Critelli”, che a Bolzano dispone che l’accoglienza sia negata a coloro, inclusi i casi vulnerabili, che provengono da altre regioni italiane dove avrebbero potuto chiedere asilo. Se trovare degna sistemazione a questi ultimi significa correre il rischio di essere troppo attrattivi, allora forse vale la pena correrlo; perché non farlo significherebbe lavarsene le mani e cercare di spostare il problema da un’altra parte.