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Il sessantotto: storia, miti, valori

Il questionario

Il questionario viene qui riportato in una veste meno pedante, e quindi meno rigorosa, dell’originale distribuito agli studenti. Per la precisione, alla domanda

Quanto conosci questi fatti?

Nell’originale si poteva rispondere

Per niente - Poco - Abbastanza - Molto

diventati,

No - Poco - Abb. -

Alla domanda

Come commenti?

le risposte nell’originale erano:

Totale disaccordo - Parziale disaccordo - Concordo parzialmente - Concordo pienamente

diventati anch’essi

No - Poco - Abb. -

1

Le “occupazioni” consistevano nell’allontanare professori, bidelli, e tutto il personale dalla scuola o università, sbarrarne le porte, presidiare l’istituto giorno e notte. All’interno ci si organizzava in gruppi di discussione, cui erano invitate persone esterne, tra cui eventualmente anche professori consenzienti.

Conoscenza dei fatti

No 35.3
Poco 46.5
Abb. 16.6
Sì 1.6

Commento

Erano atti radicalmente illegali (interruzioni di pubblico servizio) quindi da condannare senza riserve.

No 15.2
Poco 43.5
Abb. 32.9
Sì 8.0

Era una maniera di affermare la propria autonomia da parte degli studenti, troppo spesso i prof ritengono la scuola casa propria, e gli studenti ospiti da sopportare.

No 10.2
Poco 21.4
Abb. 49.9
Sì 17.2

Era una maniera per elaborare autonomamente un sapere che non fosse la meccanica ripetizione di quanto imposto dai docenti.

No 10.2
Poco 21.4
Abb. 49.9
Sì 17.2

Erano atti di goliardia, che facevano perdere tempo a chi voleva studiare

No 33.3
Poco 35.1
Abb. 25.7
Sì 5.8

2

Nei primi anni ‘60 in molte scuole venivano allontanati gli studenti che si presentavano in jeans. 15 anni dopo molti presidi indossavano loro i jeans.

Conoscenza dei fatti

No 51.7
Poco 34.9
Abb. 11.8
Sì 1.4

Commento

È stata una regressione: la scuola si fonda sull’ordine anche esteriore, e sull’autorità – rappresentata anche nel vestiario – di chi la dirige.

No 34.1
Poco 29.9
Abb. 26.5
Sì 9.2

È stata un’evoluzione antiautoritaria: più libertà per gli studenti, anche nel proprio look; per prof e presidi ha significato più vicinanza ai giovani, anche nelle modalità di apparire.

No 3.4
Poco 13.2
Abb. 44.1
Sì 38.5

È ininfluente, poiché al cambiamento nel modo di vestire non si è accompagnato un reale cambiamento nel modo di essere e di pensare.

No 15.0
Poco 32.1
Abb. 30.1
Sì 22.4

3

Nella maggioranza delle scuole fino agli anni ‘70 le ragazze erano obbligate ad indossare un grembiule nero. L’usanza fu Sì contestata e travolta dal movimento.

Conoscenza dei fatti

No 40.7
Poco 38.3
Abb. 18.0
Sì 2.8

Commento

Il movimento ha fatto bene. Il grembiule – come una specie di burka – fatto indossare alle sole ragazze era espressione di misoginia e repressione sessuale.

No 26.1
Poco 11.0
Abb. 21.2
Sì 41.5

Il movimento ha fatto male. Il rispetto per l’istituzione passa anche attraverso l’attenzione nei confronti dei comportamenti e dei vestiari.

No 35.1
Poco 32.9
Abb. 21.2
Sì 10.2

Non ha importanza. Non c’è legame tra abbigliamento e modo di vivere.

No 23.4
Poco 30.9
Abb. 23.8
Sì 14.8
Non so, non risponde 7.1

4

L’antefatto del ‘68 può essere considerato il caso de La zanzara, giornale studentesco del Liceo Parini di Milano che, pubblicata un’inchiesta sulla sessualità degli studenti, si vide tre redattori denunciati e processati. In una società che ancora esigeva la verginità delle ragazze, il movimento propugnò e praticò la liberazione sessuale (le notti nelle scuole occupate erano notoriamente momenti a ciò dedicati) anche con aperte provocazioni e con aspre denunce, soprattutto della cosiddetta “doppia morale” (molti padri, rigidissimi con le figlie, accompagnavano il figlio divenuto diciottenne al bordello, perché “si facesse uomo”).

Conoscenza dei fatti

No 50.5
Poco 37.9
Abb. 10.6
Sì 1.0

Commento

È stata un’evoluzione positiva, e va dato il merito a chi l’ha sostenuta.

No 14.4
Poco 25.1
Abb. 37.9
Sì 21.8

Si è passati da un estremo all’altro.

No 7.4
Poco 21.4
Abb. 48.1
Sì 21.6

Il processo alla Zanzara fu emblematico di un ulteriore aspetto: il rifiuto di concedere ai giovani libertà di pensiero ed espressione. Doverosa la mobilitazione contraria

No 10.8
Poco 19.6
Abb. 38.5
Sì 28.5

Anche oggi persiste una “doppia morale”: un ragazzo che in discoteca si accompagna con sei ragazze è un macho, una ragazza che fa lo stesso è una sgualdrina.

No 17.0
Poco 8.8
Abb. 20.6
Sì 52.7

5

“Perché noi studenti protestiamo? Perché a scuola ci insegnano quanto sono alte le piramidi, non come vivevano, e come morivano, gli schiavi che le costruivano” disse Mauro Rostagno a Trento, in una Piazza Cesare Battisti gremita per la festa del 1 maggio. Questo è un episodio che descrive il tentativo degli studenti del ‘68 di democratizzare la cultura, costruendo un nuovo sapere, più agganciato alla realtà sociale.

Conoscenza dei fatti

No 51.1
Poco 35.1
Abb. 11.4
Sì 1.8

Come giudichi questi fatti?

No: il significato e la solidità della conoscenza non vanno messe in discussione 3.8

Poco: forse le intenzioni erano positive, ma fu tutto buttato in politica 15.6

Abb.: comunque il rinnovamento della cultura italiana era necessario 25.3

Sì: aprire gli orizzonti culturali e sociali è sempre positivo. 54.1

6

Si voleva ridefinire quale compito della scuola l’istruzione, non la selezione dei più bravi e l’espulsione dei meno bravi. Questo intendimento, unito a un certo sindacalismo studentesco, portò prima a contestare i carichi di studio (all’università continuamente crescenti) poi a pretendere - e spesso ad ottenere - la promozione garantita, con il 6 politico (voto minimo dato a tutti), o l’esame di gruppo (uno studia, tutti prendono il suo voto).

Conoscenza dei fatti

No 46.3
Poco 35.9
Abb. 16.4
Sì 1.4

Commento

La “nuova conoscenza” era un paravento. I sessantottini in realtà volevano studiare poco o niente, e avere le promozioni garantite. La scuola ne risentì pesantemente, ed alcune facoltà ne risentono tutt’ora.

No 13.4
Poco 33.5
Abb. 43.7
Sì 9.0

Certamente nel movimento ci fu anche opportunismo e parassitismo, e il 6 politico fu un errore e diede un pessimo messaggio alla pubblica opinione. Ma la molla fondamentale non fu l’opportunismo, bensì la ricerca di un nuovo orizzonte più ampio, per la propria conoscenza e la propria vita.

No 4.4
Poco 25.1
abb. 49.7
sì 19.8

Volere che la scuola punti ad insegnare senza bocciare, era giusto. In Italia si continua a bocciare troppo.

No 30.1
Poco 34.5
Abb. 25.5
Sì 9.6

7

Il movimento, uscito da scuole e università, si mise innanzitutto a cercare un rapporto con la classe operaia, individuata - sulla scorta dei testi di Marx - come il motore della agognata rivoluzione. E gli operai erano visti come i concreti rappresentanti della realtà sociale, che invece appariva troppo distante e astratta quando immaginata solo sui libri. Di qui gli studenti che andavano a distribuire volantini davanti alle fabbriche, e gli operai - incuriositi o alla ricerca di appoggi a vertenze sindacali - che entravano nelle università.

Conoscenza dei fatti

No 52.3
Poco 34.9
Abb. 11.4
Sì 1.2

Commento

Gli studenti dovrebbero solo studiare, e non fare gli agitatori

No 38.3
Poco 39.3
Abb. 18.4
Sì 3.2

Fu un atteggiamento positivo: gli studenti dovrebbero portare le loro conoscenze anche nella vita sociale, e da essa anche imparare.

No 1.6
Poco 4.6
Abb. 28.9
Sì 64.9

8

Il connubio operai\studenti generò molti “collettivi” che diventarono la base del movimento. Ma si diffuse anche nel privato: studenti/studentesse e operai/operaie vivevano assieme, andavano in vacanza, si amavano, facevano sesso. Diversi studenti e laureati fecero la scelta più radicale: andarono, e per diversi anni, a lavorare in fabbrica (e non in quella di papà, ma in stabilimenti di multinazionali).

Conoscenza dei fatti

No 50.9
Poco 36.3
Abb. 12.2
Sì 0.

Commento

Furono comportamenti utopistici, idealmente belli ma fuori dal mondo.

No 17.2
Poco 44.9
Abb. 32.5
Sì 4.6

Era una visione generosa della società, per quanto difficile da realizzare.

No 3.4
Poco 31.9
Abb. 55.7
Sì 8.4

Erano comportamenti eccentrici, generati da un’irrazionale esaltazione collettiva.

No 19.4
Poco 45.3
Abb. 29.9
Sì 4.8

9

Si voleva una società più giusta e fatta da uguali. Questa spinta egualitaria riuscì a trasferirsi nei luoghi di lavoro: per alcuni anni, la maggioranza dei contratti collettivi di lavoro prevedeva aumenti “uguali per tutti”, dal manager all’addetto alle pulizie, e alcuni addirittura “inversamente proporzionali” (cioè il manager aveva un aumento irrisorio, il pulitore dei gabinetti quello più consistente). Si pensava che la società egualitaria potesse essere anche efficiente, poiché lo studio e la qualificazione sarebbero stati remunerati dalla soddisfazione di svolgere un lavoro importante.

Conoscenza dei fatti

No 45.9
Poco 36.7
Abb. 16.0
Sì 1.2

Commento

Belle idee, non come quelle prevalenti nel periodo recente, in cui le disuguaglianze si sono amplificate a dismisura.

No 8.6
Poco 29.7
Abb. 41.7
Sì 19.8

Un’utopia che non poteva stare in piedi: la professionalità deve essere remunerata.

No 7.6
Poco 25.5
Abb. 41.5
Sì 23.8

Idee pazzesche e controproducenti, logicamente travolte dalla storia.

No 15.2
Poco 39.1
Abb. 34.7
Sì 9.0

10

Il movimento, sorto propugnando la libertà sessuale, e diventato profondamente egualitario, non poteva non intersecarsi con il femminismo, che denunciava la disparità uomo-donna, nella cultura, nella sessualità, nella società. A Trento si costituì il circolo “Lotta femminista” (che editò il testo “La coscienza di sfruttata” secondo il quale la donna è sfruttata due volte, sul lavoro e dal proprio uomo). Si posero le basi per le lotte per il divorzio e la depenalizzazione dell’aborto. Nel movimento i maschi erano tenuti a comportamenti più paritari nei confronti delle femmine, e queste a non sentirsi vincolate agli stereotipi maschili (emblematico il rifiuto del reggiseno, ritenuto una coercizione per dover apparire come il maschio ti desidera).

Conoscenza dei fatti

No 29.5
Poco 37.9
Abb. 28.5
Sì 3.8

Commento

Le femministe, che vivevano in maniera negativa i loro problemi, furono solo uno sgradevole fenomeno passeggero all’interno della progressiva emancipazione della donna, che si sviluppò nel corso di un secolo indipendentemente da loro.

No 42.3
Poco 33.9
Abb. 18.8
Sì 4.4

Il femminismo di quegli anni ebbe il merito di porre per la prima volta e a livello di massa il tema del rapporto uomo-donna dal punto di vista della cultura e della sessualità. Se oggi le donne sono Sì più libere, ed esercitano in tutte le professioni, è per gran parte dovuto a quell’impulso.

No 2.4
Poco 8.6
Abb. 49.7
Sì 39.3

Sessantottini e femministe fecero solo tanto chiasso senza cambiare alcunché.

No 49.5
Poco 36.7
Abb. 11.2
Sì 1.8

11

Il mondo cattolico, da una parte sensibile – in teoria, e in parte anche in pratica – alle istanze degli ultimi; dall’altra organizzato attraverso una gerarchia rigidissima e implacabilmente autoritaria, potente tra i potenti, e per di più sessuofoba, non poteva non essere investito dal movimento. A seguito anche del Concilio Vaticano II, in America latina si sviluppò la “Teologia della liberazione” che ribadiva la centralità nel cristianesimo della scelta in favore dei poveri, da perseguire anche con l’appoggio alle rivolte popolari armate; in Italia sorsero i “cattolici del dissenso” contrari alla banalizzazione del Concilio e all’alleanza Chiesa-Democrazia Cristiana.

Conoscenza dei fatti

No 62.3
Poco 30.9
Abb. 6.0
Sì 0.8

12

A Trento otto studenti, stilando un documento in cui si confermavano cattolici, ma contro la scuola confessionale, passarono dall’Arcivescovile al Liceo Prati, dove poi convinsero la loro classe a rifiutare l’insegnamento della religione. Un gruppo di nove studenti in teologia lasciò il Seminario pubblicando una lettera di denuncia (sottoscritta da altri 20) contro le resistenze al rinnovamento nella Chiesa e contro la figura del prete “professionista del sacro” “fatto eunuco… in un ambiente di segregazione”. Durante la Quaresima del 1968 in Duomo il predicatore fu contestato e interrotto da uno studente di sociologia, che con altri diede vita sul sagrato a un contro-quaresimale con letture dal Vangelo, da don Milani, da padre Balducci, suscitando peraltro le ire dei tradizionalisti, che dalle valli si riversarono minacciosi in città, assediando “Zozzologia” occupata, che dovette essere difesa da un cordone della Polizia.

Conoscenza dei fatti

No 69.1
Poco 24.0
Abb. 5.4
Sì 1.4

Commento

I sessantottini erano, nel profondo, dei miscredenti, non potevano coltivare un rapporto serio con i cattolici: l’unione tra le due anime fu strumentale, meramente di facciata.

No 15.6
Poco 51.1
Abb. 28.5
Sì 3.8

I militanti del 68 credevano nell’egualitarismo e antiautoritarismo, i cattolici nella collegialità del Concilio e nell’attenzione ai poveri del Vangelo. Questa era una base vera per l’intrecciarsi dei due mondi.

No 7.0
Poco 27.3
Abb. 54.1
Sì 9.4

Questi cattolici non combinarono alcunché: la Chiesa rimase povera a parole, ricchissima, potente e corrotta (vedi Vatileaks o i preti pedofili) nei fatti.

No 6.8
Poco 21.6
Abb. 40.7
Sì 29.5

È stato comunque molto positivo che dei giovani, anche con azioni coraggiose, abbiano cercato di cambiare strutture e ingiustizie millenarie.

No 4.2
Poco 8.8
Abb. 32.7
Sì 53.9

13

Le manifestazioni erano numerose, affollate e ritmate da slogan.

“Studenti, operai, uniti nella lotta”

“Il potere deve essere operaio”

No 5.4
Poco 21.4
Abb. 49.9
Sì 21.8

14

E questi, ripresi dal Cile e dalla Francia?

“El pueblo, unido, jamasseràvencido”

“Ce n’est qu’undebut, continuons le combat” (È solo un inizio, continuiamo la lotta)

No 5.2
Poco 22.0
Abb. 47.1
Sì 23.6

15

E questi altri?

“Padroni, borghesi, ancora pochi mesi”

“Fascisti, carogne, tornate nelle fogne”

No 12.0
Poco 25.3
Abb. 36.3
Sì 25.1

16

Questo invece, il più popolare slogan femminista

“L’utero è mio, me lo gestisco io”

No 3.6
Poco 8.0
Abb. 28.3
Sì 59.9

17

Questo slogan era invece diffuso nel movimento americano.

“Don’t trust anybody over thirty”(Non ti fidare di nessuno che abbia più di 30 anni)

Tu, quanto lo condividi?

No 38.9
Poco 37.1
Abb. 18.4
Sì 5.2

18

La critica politica investì non solo i partiti, e in particolare quelli di sinistra (accusati di aver tradito, per 4 poltrone, l’ideale rivoluzionario), ma anche lo stesso sistema istituzionale e la democrazia rappresentativa (Parlamento, Consiglio comunale, ecc). Ad essa si contrappose la “democrazia diretta” rappresentata dalle assemblee. Che ovviamente, al di là di una certa scala, non riuscivano a funzionare.

Conoscenza dei fatti

No 56.7
Poco 33.9
Abb. 7.8
Sì 1.4

Commento

La confusione istituzionale ben rappresenta la mancanza di realismo del movimento.

No 7.0
Poco 45.1
Abb. 42.9
Sì 3.4

L’umanità e la storia vanno avanti per tentativi: quando sono generosi e disinteressati, come in questo caso, sono positivi anche se non danno frutti nell’immediato.

No 4.2
Poco 28.9
Abb. 49.9
Sì 14.8

19

Al ‘68 studentesco seguì il ‘69 operaio, “studenti e operai uniti nella lotta” da slogan divenne realtà. In quell’anno contemporaneamente scadevano diversi contratti nazionali di lavoro, tutta la società e tutta la nazione fu attraversata dalla mobilitazione per rinnovarli cercando di conseguire migliori condizioni per i lavoratori. Fu fermata da un attentato terroristico alla Banca dell’Agricoltura di Milano (17 morti, 87 feriti) di cui furono incolpati degli anarchici, ma che era stato realizzato (come solo poi rivelarono i processi) da estremisti di destra coperti dai servizi segreti. Sull’onda emotiva del fatto, per evitare ancor più gravi tensioni, i sindacati chiusero in fretta la contrattazione, portando a casa consistenti miglioramenti salariali e normativi.

Conoscenza dei fatti

No 55.3
Poco 28.7
Abb.
Sì 0.8

Commento

Il movimento in effetti riuscì ad attenuare l’ineguale distribuzione della ricchezza all’interno della nazione, quello fu il risultato importante. Basti pensare a oggi, con gli squilibri che sono tornati, e più gravi.

No 4.2
Poco 26.9
Abb. 4.9
Sì 12.0

A prescindere da chi materialmente mise le bombe, c’era un clima di caos e confusione, da cui non poteva nascere nulla di buono.

No 6.6
Poco 25.9
Abb. 43.3
Sì 22.8

20

Il ‘68 fu un movimento planetario. Dal Giappone alla Cina (con la “rivoluzione culturale”, attuata dagli studenti ma promossa dallo stesso presidente Mao-tse-tung contro i suoi avversari di partito che si opponevano a una società rudemente egualitaria) all’Europa (praticamente in ogni paese, più famoso fu il “maggio francese” con la rivolta degli studenti parigini) agli Stati Uniti (fortissima la contestazione – alla fine vincente – contro la guerra in Vietnam; significativa la convergenza con le Pantere Nere, movimento estremista contro la discriminazione razziale) all’America latina (dove Cuba con Che Guevara cercava di esportare la propria rivoluzione; e il Cile in cui un governo socialista si opponeva allo sfruttamento delle multinazionali). Agli studenti di allora sembrò di essere protagonisti di una nuova, esaltante pagina della storia mondiale.

Conoscenza dei fatti

No 35.9
Poco 37.9
Abb. 21.6
Sì 3.6

Commento

Fu il lato emotivo (cortei, slogan, canzoni; e poi le notizie che da ogni angolo del mondo rimbalzavano, su nuove proteste e rivolte) unito a un certo conformismo generazionale (se non eri di sinistra, e “rivoluzionario”, eri out), a prevalere sulla razionalità.

No 9.2
Poco 34.3
Abb. 48.7
Sì 6.4

Proprio la mondialità del movimento, e la sua capacità di investire ogni aspetto della cultura, dalle arti alla musica ai modi di vivere, testimonia della sua profondità.

No 4.6
Poco 18.6
Abb. 51.9
Sì 23.4

21

L’illegalità era connaturata al movimento fin dalle prime occupazioni (“siamo non contro la legge ma fuori dalla legge, che noi non ci considera proprio”); e ben presto anche il tema della violenza: se vuoi cambiare il mondo, devi aspettarti reazioni, violente, da parte del potere, cui devi essere pronto a rispondere.

Si manifestò allora la disponibilità a difendere il cambiamento, anche con il sacrificio, anche con la violenza. Disponibilità vista come la vera differenza tra il militante autentico e il “rivoluzionario da salotto”.

Commento

Era una questione di onestà intellettuale: non si può essere per un cambiamento radicale e poi tirarsi indietro di fronte alle inevitabili conseguenze.

No 2.8
Poco 19.6
Abb. 41.7
Sì 34.9

Questa impostazione è propria di tutti gli integralismi: e quando si sdogana la violenza si sa da dove si inizia, non dove si finisce.

No 2.4
Poco 19.4
Abb. 48.3
Sì 27.1

22

Le risposte del potere ci furono, e violentissime. Nell’aprile del ‘68 fu assassinato il leader nero Martin Luther King; nel giugno fu ucciso il candidato alla presidenza degli Usa Robert Kennedy, che in un memorabile discorso aveva aperto alla cultura del movimento; nell’ottobre a Città del Messico l’esercito sparò contro gli studenti che contestavano le Olimpiadi, uccidendone circa 300; un anno prima Che Guevara, fatto prigioniero dall’esercito boliviano, era stato ucciso e mutilato; nel gennaio del ‘69 dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia per stroncare la Primavera di Praga, per protesta lo studente JanPalach si era bruciato vivo nella centralissima Piazza San Venceslao; nel settembre ‘73 in Cile un golpe sanguinoso rovesciò il governo socialista di Allende, torturando, stuprando ed eliminando almeno 100.000 persone.In Italia si sviluppò la “strategia della tensione”: una lunga serie di sanguinosi attentati terroristici contro obiettivi civili, ad opera di gruppetti di estrema destra coperti dai servizi segreti.

Conoscenza dei fatti

No 21.6
Poco 32.7
Abb. 36.7
Sì 8.2

23

A questo punto le interpretazioni storiche divergono.

1. C’è chi imputa alla repressione e alle bombe (“terrorismo di stato”) l’involuzione del movimento. Involuzione che portò al “riflusso nel privato” della maggioranza dei militanti, alla “scelta della lotta armata” da parte di un’esigua minoranza, che diede vita al terrorismo rosso (sequestri e uccisioni di industriali, magistrati, politici).

2. C’è invece chi ritiene decisive non la repressione internazionale o le bombe fasciste, ma la sconfitta del movimento nel sociale. Il ‘68 ottenne grandi cambiamenti nella cultura e nel costume; portò nuovi valori sfociati anche in leggi (come lo Statuto dei Lavoratori, sui diritti dei dipendenti; o il nuovo diritto di famiglia, basato sull’uguaglianza dei coniugi); impose la fine della guerra del Vietnam; ma non riuscì a promuovere una società egualitaria, né a far funzionare la democrazia diretta come alternativa al sistema dei partiti. Il movimento aveva ormai esaurito la sua ragione storica, la sua carica propulsiva, quello fu l’esito vero; le gesta dei pochi irriducibili che risposero alla sconfitta sociale imbracciando le armi, furono temporalmente successive e in fin dei conti secondarie.

Commento

Concordo con l’interpretazione 1, il movimento si arenò quando si trovò stretto nella morsa delle bombe neofasciste da una parte, del terrorismo rosso dall’altra. 20.6

Concordo con l’interpretazione 2, il movimento si arenò quando, pur con tutta una serie di vittorie, le sue idealità non riuscivano più a concretizzarsi nella società. 60.5

Con nessuna delle due: il ‘68 fu un movimento idealmente confuso, che giustamente finì perché aveva, fin dall’inizio, poco senso. 13.8

24

Le conoscenze sul ‘68 che avevi prima di rispondere a questo sondaggio, da dove ti provenivano? (puoi contrassegnare più di una risposta)

(somma delle risposte in valori assoluti)

Dall’ambito familiare 216

Da amici e conoscenti 57

Dalla scuola 179

Da libri, giornali, tv 220

Dalla rete (social, blog, Wikipedia ecc) 156

Non saprei specificare 91

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Il ’68: tra i giovani, che ne rimane?
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