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QT n. 4, aprile 2019 Cover story

Trentino colonizzato

La bolzanina Athesia si compera (quasi) tutta l’informazione trentina. Siamo terra di conquista?

C’è stato l’improvviso cambio di direttori di Trentino e L’Adige a evidenziare presso la pubblica opinione un dato di fatto già noto dall’estate scorsa: l’informazione trentina è tutta (o quasi) in mano sudtirolese: L’Adige, Trentino, Radio Dolomiti, Bazar, Trentino Mese sono state acquisite dal Gruppo Editoriale Athesia. Il gruppo bolzanino (1.225 dipendenti), già monopolista in Alto Adige per la parte tedesca – quotidiano Dolomiten, settimanale Zett, riviste, tre portali on line, 19 negozi, una sessantina di libri all’anno – e ora anche per quella italiana, avendone acquistato lo storico portavoce Alto Adige, a tutto ciò quest’estate ha aggiunto anche la conquista della quasi totalità dell’informazione in Trentino.

Cosa significa tutto questo? Stiamo per essere colonizzati dai nostri vicini sudtirolesi? E come è potuto accadere?

I bei tempi

Per capire vediamo l’evoluzione dei giornali trentini negli ultimi anni. Ottime premesse hanno portato a scelte rivelatesi azzardate, e poi – causa la più generale crisi della carta stampata - a uno stato di grave difficoltà che evidentemente non si è stati capaci di gestire in loco.

Partiamo dal 2003. La stampa trentina si trovava in una situazione invidiabile, con due giornali locali – L’Adige e il Trentino – forti come numeri di copie vendute e anche come qualità. Ad essi si aggiungeva l’edizione locale del Corriere della Sera. La concorrenza fra tre testate spronava la competizione: la qualità era da noi di QT sempre osservata con occhio critico (e anche questo forse a qualcosa serviva), ma globalmente era incomparabilmente migliore di quella media della stampa di provincia italiana, invece notoriamente prona ai potentati locali.

Era stata questa forza che aveva spinto le due testate a progetti di ampio respiro, rivolti alle aree circostanti. L’Adige, sotto la direzione di Paolo Pagliaro, aveva aperto due nuove testate, La Cronaca a Verona e Il Mattino a Bolzano: un progetto editoriale lungo l’asta dell’omonimo fiume Adige. Il Trentino invece - che fino al 2002 si chiamava Alto Adige, con due edizioni, a Trento e a Bolzano – formava, all’interno del gruppo editoriale L’Espresso, un pool di giornali dolomitici assieme al Corriere delle Alpi di Belluno.

Progetti decisamente interessanti e potenzialmente lungimiranti. Ma non supportati da una parallela azione della classe politica (che mai si è mossa incontro a una Belluno schiacciata dalla predominanza degli interessi della Pianura veneta; e poco ha fatto anche sull’asse Bolzano-Verona); e nemmeno da capacità e solidità industriali. I progetti finirono malamente: il Corriere delle Alpi venduto ai veneti per fare cassa; Il Mattino e La Cronaca chiusi con vistose perdite.

Grafico 1

Del resto i giornali, in Italia, iniziano a perdere copie nel 2007. L’anno prima sia Repubblica che il Corriere (vedi grafico 1) sono sui loro massimi livelli di diffusione. Poi la concorrenza del web, in Italia come in tutto l’occidente, erode ogni anno migliaia di copie cartacee, solo in piccola parte riassorbite dalle edizioni digitali.

Grafico 2

Nella nostra provincia (vedi grafico 2) il Trentino, fino al 1997 giornale leader, poi raggiunto da L’Adige e via via staccato, soffre sia la dinamicità del concorrente, sia le rigidità dell’appartenenza a un grande gruppo editoriale. Rimane con una grafica del tutto sorpassata, e deve competere con un rivale che ha più potenza di fuoco: più giornalisti (oggi sono il doppio, 38 contro 19), più pagine, inserti, libri e altre iniziative editoriali collaterali, spesso interessanti e sempre proficue.

Il grafico mostra una drastica contrazione: da 16.000 copie nel 2003 a 5.700 (cui sono da aggiungere meno di mille copie digitali) nel 2017. Una perdita peraltro di molto inferiore a quelle della capogruppo Repubblica sul territorio provinciale (che deve fronteggiare la concorrenza di un Corriere della Sera con inserito l’apprezzato Corriere del Trentino) e anche sul territorio nazionale (cosa che difatti è costata la rimozione del direttore Calabresi).

È in questa situazione che nel 2016 il Gruppo Editoriale L’Espresso cede il Trentino ad Athesia.

Più complesso il percorso dell’Adige.

Proprietaria era la famiglia del conte Francesco Gelmi di Caporiacco, nobiluomo innamorato del Trentino, disposto, sia lui che in seguito gli eredi, ad accollarsi qualche perdita. In pratica, a dirigere la casa editrice Sie era l’amministratore delegato Luciano Paris, un manager ma anche un intellettuale. “Dell’area cattolico-sociale – tiene a precisare Renzo Grosselli, per anni giornalista all’Adige oltre che studioso di emigrazione – Coerentemente, in tutti questi anni, anche nei momenti di difficoltà, non ha mai licenziato nessuno”.

Paolo Ghezzi

Le prime difficoltà le abbiamo viste, con il fallimento del progetto Cronaca di Verona e Mattino di Bolzano. A Trento invece L’Adige va bene. Il giornale, dopo la non felice era di collateralismo democristiano, reimpostato a fine degli anni Ottanta con entusiasmo e lungimiranza da Piero Agostini e poi con le direzioni di Paolo Pagliaro, Giampaolo Visetti e Paolo Ghezzi, diventa il primo quotidiano in provincia. Tante pagine, tanti giornalisti, tante notizie, sbrodolate di cronaca nera peraltro apprezzate da molti lettori, autonomia dalla politica (non dai centri dell’economia), inchieste.

Pierangelo Giovanetti

Con la direzione di Pierangelo Giovanetti, Luciano Paris lancia un progetto ambizioso: giornale full color, realizzato in un nuovo centro stampa di proprietà. Il primato dell’Adige si consolida. Ma siamo nel 2008, all’inizio della crisi della carta stampata: L’Adige mantiene le sue 25.000 copie, ma non assorbe le perdite del Trentino. E tre anni dopo inizia anch’esso a perdere lettori.

La famiglia Gelmi segnala che, pur senza fretta, vorrebbe vendere. Paris inizia a sondare vari possibili acquirenti. Ma diversi asset pesano: la monumentale sede in via Missioni Africane, il cui valore sul mercato immobiliare è drasticamente ridimensionato; il centro stampa, che non ha saputo attrarre clienti e accumula deficit; il numero dei giornalisti ritenuto eccessivo per il numero di pagine stampate, a loro volta eccessive rispetto al numero di lettori. Arrivano diverse proposte: tutte presuppongono vendita della sede, chiusura del centro stampa, drastica riduzione dei giornalisti. Per Paris sono improponibili.

Bolzano avanza

È in questo quadro che matura la proposta di Michl Ebner, amministratore delegato di Athesia. E che ha già iniziato la penetrazione in provincia con l’acquisto di Trentino, Radio Dolomiti, ecc.

Ebner non si formalizza sulla sede (ci penserà poi alla sua valorizzazione); impone la stampa a Bolzano ottimizzando il suo stabilimento tipografico, presso il quale si impegna ad assumere i lavoratori dell’attuale centro stampa di Gardolo; ridurrà le pagine a 48, causa vincoli dei suoi impianti; si impegna però a non licenziare nessun giornalista. I Gelmi e Luciano Paris accettano.

In effetti il disegno di Ebner industrialmente è razionale. La concentrazione dei media, con la stampa a Bolzano, rappresenta di per sé una decisa razionalizzazione. Per di più il monopolio bolzanino gli ha permesso di tenere molto alti i costi delle inserzioni pubblicitarie, fino a otto volte maggiori di quelli trentini, a suo tempo depressi da una politica di dumping dell’Adige, e di cui ora è facile prevedere un allineamento molto proficuo. È facile immaginare anche una diversa gestione dei necrologi, nel Dolomiten molto accorta, e fonte di introiti di prima grandezza.

Arnold Tribus

Insomma, Athesia è un’azienda forte, sana, offre solide garanzie. “Gli italiani di Bolzano – ci dice Arnold Tribus, editore del quotidiano Südtiroler Tageszeitung, alternativo al Dolomitenhanno accolto con favore l’acquisto dell’Alto Adige da parte di Athesia, che pur ne rappresenta lo storico contraltare etnico. Ritengono che il loro giornale, nelle mani di un padrone serio, sia in sicurezza; della concentrazione editoriale, per di più in mano a una sola componente etnica, sembra che siamo in pochi a preoccuparci”.

Insomma, le garanzie industriali ci sono. Athesia è una potenza, si è anche allargata ad altri ambiti oltre l’editoria: all’industria turistica (Funivie Val Senales, Aveo Tours, Alpina Tourdolomit), informatica (Brennercom), alle banche (Raiffeisen Bolzano, Sparkasse, Banca Popolare). Ci sono anche le garanzie sociali: come abbiamo visto, sono stati preservati i diritti di tutti i lavoratori. Ma le garanzie politiche? Siamo di fronte al pericolo di una strisciante colonizzazione?

Chi è Michl Ebner?

Michl Ebner

Athesia vuol dire Michl Ebner. L’amministratore delegato è non solo uno dei principali industriali altoatesini, è anche un potente ed influente politico. Della Svp naturalmente, per 30 anni (1979-2009) parlamentare, prima a Roma, poi Bruxelles. Per non farsi mancare niente ora è pure presidente della Camera di Commercio di Bolzano. Dentro la Svp ha combattuto l’ultimo Luis Durnwalder, forse per ragioni personali, forse perché (giustamente) lo riteneva decotto, per l’età e gli scandali; e ne ha promosso la sostituzione con Arno Kompatscher, che comunque ora sembra non ritenere all’altezza. Sul versante politico-economico-urbanistico si sta opponendo all’avanzata dell’immobiliarista austriaco René Benko, non è chiaro se per contrastarne lo stravolgimento delle norme urbanistiche, o perché – come invece dicono i maligni - non è riuscito a mettersi d’accordo nella spartizione della torta.

Di sicuro Ebner è un efficiente uomo d’affari, un ottimo parlatore, un politico raffinato. A Bolzano pratica un “dispotismo illuminato”, ci dice Paolo Ghezzi, consigliere provinciale di Futura. Illuminato perché rifugge dagli estremismi etnici e destrorsi. Ma pur sempre dispotismo: “I politici sudtirolesi che entrano nella sua lista nera, non vengono attaccati sui media come gli potrebbe capitare con il Giornale o la Verità – conferma la nostra Alessandra Zendron, già presidente del Consiglio Provinciale bolzanino – vengono semplicemente cancellati. Qualsiasi cosa facciano, nessuno ne parla più”. Questo è il nuovo padrone dell’informazione trentina.

Come ha cominciato a muoversi?

Al Trentino, sotto Athesia già da due anni, sono soddisfatti. Non li turba nemmeno l’ipotesi che, riuniti i due giornali sotto un’unica proprietà, si razionalizzi ulteriormente passando poi a un’unica testata.

Ebner ci ha esplicitamente dato assicurazioni su questo. Ma soprattutto – ci dice un redattore - ha portato avanti dei fatti: ha riaperto le redazioni di Rovereto e di Riva (oltre, per l’Alto Adige, a quella di Merano), ha assunto due persone, ha operato – finalmente! – un rinnovamento della grafica, costoso ma molto efficace. Insomma, sul nostro giornale ha investito”.

Alberto Faustini
Paolo Mantovan

Più complessi i successivi passaggi, in seguito all’acquisto – nel luglio scorso - anche dell’Adige. Ne è uscito un piccolo tourbillon a livello di direttori. Alberto Faustini mantiene la direzione del bolzanino Alto Adige, lascia quella del Trentino al suo vice Paolo Mantovan e passa a dirigere L’Adige. Da dove Pierangelo Giovannetti fa le valigie.

In questi cambi è evidente, come ci sottolinea anche Paolo Ghezzi, “la doppia direzione alla stessa persona dei due quotidiani di riferimento”. Faustini diventa l’uomo di fiducia di Ebner.

Come mai? I dati, nudi e crudi, avrebbero detto il contrario. L’Adige con Giovanetti in questi anni ha perso in proporzione (vedi sempre grafico 2) decisamente meno lettori di quanti ne abbia persi il Trentino con Faustini. Le valutazioni sono però più complesse. Giovanetti aveva mezzi molto più potenti (ricordiamo solo la grafica e il numero di giornalisti, di pagine). E non era benvoluto dai collaboratori. “Giovanetti – ci dice tra gli altri Grosselli, che ora è in pensione - aveva da subito operato scelte normalizzatrici, emarginando in posizioni in cui non potevano esprimersi le ‘teste matte’, persone che invece erano culturalmente vivaci e preziose. E ha demotivato un po’ tutti. Ne è uscito – mentre il Trentino ultimamente era più sbarazzino - un giornale piatto, con in più i fuochi d’artificio degli editoriali del direttore, in cui sparacchiava di qua e di là”.

Al contrario Faustini dai suoi era benvoluto. “E probabilmente ho trovato una maggior intesa con l’editore - ci dice l’interessato – Comunque, sia chiaro, io sono un uomo libero e ritengo di essere stato scelto per questo: la libertà mi è stata garantita in questi due anni con Athesia al Trentino, e ora viene riconfermata all’Adige. Anzi, sono molto contento del fatto che sia stato un addetto ai lavori, indubbiamente competente, ad acquistare i nostri giornali”.

A Faustini segnaliamo quella che in molti vedono come una prima smagliatura. Ugo Rossi da presidente della Provincia era da Faustini duramente attaccato. Ora invece che in Consiglio regionale funge da collegamento con la Svp di padron Ebner, le critiche sembrano molto attenuate.

Contesto questo giudizio. Al congresso del Patt ritengo di aver fatto uno scoop con Rossi che mi ha dichiarato ‘Andiamo oltre il Patt’. Questo è quanto, e nel mio commento ho scritto di sue posizioni dettate dal rancore, che non è un complimento. I miei lettori possono esserne sicuri: se Ugo Rossi operasse altre lacerazioni, come quando ha tentato di regalare la sede dell’A22 a Bolzano, noi sapremo scrivere con la dovuta severità”.

Imprenditori trentini latitanti

I giornalisti sono quindi contenti. In tempi procellosi ora hanno una proprietà solida, con un chiaro disegno industriale, dimostratasi pronta ad investire e disponibile ad assumersi qualche onere per non mettere nessuno sulla strada. Ma il Trentino può festeggiare?

Il Trentino prima ha perso le banche, ora i giornali” commenta con una certa amarezza Paolo Ghezzi, ora consigliere regionale, ma prima giornalista al Trentino e direttore all’Adige.

Come mai non ci sono stati imprenditori disponibili a fare una cordata per rilevare i giornali? Magari assieme ad Athesia, se serviva un partner del settore, ma mantenendo comunque a Trento un forte condizionamento proprietario?

Il che sarebbe stato l’esatto contrario di quanto successo. Infatti la SIE Spa, editrice dell’Adige, ha un consiglio d’amministrazione tutto trentino, la crème dei nostri poteri forti: presidente Paolo Piccoli (notaio, personalità indipendente ma di sicuro non lontano da Isa) consiglieri Fabrizio Lorenz (presidente ITAS), Gianni Bort (presidente Unione Commercio), Enrico Zobele (già presidente dell’Associazione Industriali), caposindaco Michele Iori (Fondazione Caritro). Ma la proprietà sta tutta in Athesia e nell’amministratore delegato – di Athesia e di SIE – Michl Ebner. La sfilata dei nomi trentini sembra quindi un cuscinetto, un paravento, tra chi conta (Ebner) e chi compra (i trentini).

Ora, a parte il fatto che se vedessimo un elenco di proprietari fatto da Isa e soci non saremmo di certo felici; e a parte il fatto che, come dice Franco de Battaglia (che del Trentino allora Alto Adige è stato direttore), “meglio i sudtirolesi che i veneti, c’è tutta una cultura dell’Autonomia e della montagna che ci unisce. Ma si diventa subalterni a Bolzano”. Il Trentino rischia di esser pesantemente condizionato da un’informazione che viene gestita altrove.

Sarebbe stata un’impresa in cui ci si poteva solo rimettere – ci risponde un imprenditore – E poi c’è la convinzione che oggi sia ormai scarsa la reale influenza della stampa, e ancor più lo sarà in futuro”.

“Non è così – replica de Battaglia – È vero, la stampa non serve a fare eleggere un consigliere, ma serve a formare la cultura di fondo di una popolazione. È la pagina scritta, quella che resta, che pesa, molto di più degli aleatori social e new media”.

L’influenza non cala, anzi. Tutti i dibattiti in tv partono sempre dalle opinioni espresse dai giornali. Sono quelle che stabiliscono i temi” aggiunge Faustini.

Più che altro negli imprenditori ha prevalso la considerazione che i giornali, già così come sono, non appaiono ostili: c’è un atteggiamento di rispetto (noi diremmo di subalternità, n.d.r.) verso i poteri economici, che si sentono comunque garantiti” dice Ghezzi.

Tutto questo indica un appannarsi di disegno strategico da parte dell’imprenditoria trentina, che si era già visto con lo smembramento del pool dei tre giornali dolomitici – prosegue de Battaglia - Ben diversa era stata la consapevolezza quando, a metà degli anni ‘80, al tempo del crack della Rizzoli-Corriere della Sera, si era formata una cordata imprenditoriale attorno al barone Salvadori, con Caracciolo, Del Favero, Isa e Tosolini che aveva rilevato l’Alto Adige impedendo che cadesse in mano a Tassan Din e piduisti”.

Insomma, sembra che ci tocchi rimpiangere Isa e uno speculatore come Tosolini.

È una debolezza della cultura trentina” conclude Ghezzi.

Io ci ho provato a mettere insieme degli imprenditori, ma non era mio compito né mia intenzione spendermi più di tanto” ci dice Rossi.

È così – allarga le braccia un altro imprenditore – i sudtirolesi hanno ormai una marcia in più. Più capacità, più visione”.

E l’Associazione Industriali, che ne pensa?

Ogni impresa deve seguire un progetto industriale, cosa tutt’altro che banale. Ebner il progetto lo ha, e attraverso di esso ottimizza risorse – ci risponde Fausto Manzana, presidente della Confindustria trentina - Io penso che un’impresa sia meglio averla in salute, invece di farla avvizzire e scomparire. E anche solo da un punto di vista strettamente economico, sarà logico non andare contro la sensibilità dei lettori”.

Un tema che lo stesso Ebner ha subito posto, in un incontro a Trento, è stato l’impulso che si dovrebbe dare all’Euregio. In questa visione organi d’informazione che sul territorio regionale spingessero per creare una cultura della cooperazione fra Trento, Bolzano e Innsbruck, avrebbero un senso di vasto respiro.

Il fatto è però che in questi anni, mentre Innsbruck spingeva e Trento latitava, Bolzano e la Svp mettevano i pali tra le ruote. L’Euregio è stata la fiera dei discorsi vacui, mentre non ci si riusciva a mettere d’accordo nemmeno sul traffico attraverso il Brennero, come periodicamente mostrano le code di Tir bloccati al valico.

L’Euregio di Ebner allora, è un progetto per il futuro o uno specchietto per le allodole, una foglia di fico? Lo vedremo ben presto.

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Commenti (1)

Non diventiamo schiavi dell’Alto Adige Mauro C.

Non si deve diventare succubi dell’Alto Adige in nome dei soldi e di questa ossessiva autonomia.
L’autonomia del Trentino aveva senso sotto l’Austria perché il Trentino era abitato da una minoranza italiana - i “famigerati” Welschen -, ma l’Austria non volle mai concederla, nonostante il prezzo di sangue versato dai trentini nel richiederla.
Non è vero, come ritengono alcuni, che, se l’Austria avesse concesso l’autonomia al Trentino, non sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale: le cause del conflitto sono altre e, comunque, l’impero austro-ungarico avrebbe ceduto il Trentino senza combattere purché il regno d’Italia non intervenisse nella guerra, ma interessava ad entrambi Trieste e il suo porto, per evidenti motivi.
De Gasperi, violando gli iniziali accordi con l’Austria, insistette per dare l’autonomia anche al suo Trentino, suscitando molti malcontenti in Alto Adige e riscaldando gli animi dei terroristi.
Con la Repubblica italiana ha senso solo l’autonomia altoatesina.
Bisogna avere il coraggio di dire la verità.
C’è già il Patt che porta avanti gli interessi della SVP in Trentino.
La sudditanza nei confronti dell’Alto Adige sarà fatale per il Trentino.
Il Trentino deve trovare entrate ulteriori a quelle fornite dell’autonomia e diventare, da solo, competitivo come il Sudtirolo.
Per sapere che cosa pensano gli altoatesini dei trentini basta fare un giro in Alto Adige ed interrogare la gente di lingua tedesca senza farsi capire che si è italiani.
Trentino kaputt?
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