I dilemmi dell'ebraismo al tempo di Gaza
Israeliano ed ebreo stanno diventando la stessa cosa. Da “Una Città”, mensile di Forlì.
Dopo il 7 ottobre 2023, il sentimento di vendetta non ha avuto difficoltà a diffondersi nella società israeliana, in primo luogo perché il trauma che la strage di civili aveva prodotto era stato enorme, ma anche perché da oltre cinquant’anni esisteva una assuefazione all’esercizio della supremazia nei confronti dei palestinesi. E anche perché gli estremisti, i Ben Gvir, gli Smotrich e una parte del Likud hanno intuito un'opportunità: il post 7 ottobre era l’occasione per realizzare il sogno di costruire nuovi insediamenti in Cisgiordania ed eventualmente annetterla e ricolonizzare Gaza.
Neanche due settimane dopo il 7 ottobre, un giornalista di Haaretz scriveva: “Non si è mai parlato così tanto di vendetta in Israele… E come se ciò non bastasse, i rabbini dell’esercito girano per le basi militari e predicano l’ingiunzione biblica di distruggere Amalek”.
Quando si pensa all’ebraismo, la vendetta non è la prima cosa che viene in mente. Anzi. Per spiegare quest’apparente incoerenza faccio un salto indietro. Per duemila anni gli ebrei non hanno avuto uno stato nazione. Sono stati dispersi come minoranze soggette, subendo persecuzioni ed elaborando una cultura composita, dando uno straordinario contributo alla civiltà occidentale.
Privi di potere politico e militare, non hanno avuto né la possibilità né la vocazione a opprimere altri popoli. Con la costituzione dello Stato di Israele, questo privilegio ha avuto termine e la logica della forza è entrata nel novero delle vocazioni dell’ebraismo, prevalendo sulla sua tradizione diasporica disposta al compromesso per sopravvivere nella coesistenza.
L’esercizio della forza per gli israeliani non è stata una scelta. Nelle guerre combattute nel 1948, nel 1967 e nel 1973 era in gioco la sopravvivenza. Combattere e sconfiggere gli eserciti arabi è stata una necessità. Ma l’occupazione della Cisgiordania nel 1967 è stata un punto di svolta e ha dato origine a una situazione inedita per Israele e per l’ebraismo. In meno di mezzo secolo gli ebrei, che fino a metà degli anni '40 vivevano quasi tutti nella diaspora, sono passati da uno stato di vulnerabilità tale da rischiare l’estinzione a un livello che gli consente di esercitare un potere senza precedenti su una popolazione di non-ebrei. In un orizzonte temporale brevissimo c’è stato un cambiamento eccezionale.
Da una parte la vulnerabilità si è ridotta notevolmente, ma dall’altra l’autopercezione del proprio status di vittima tra gli ebrei israeliani è rimasta costante o è addirittura cresciuta. Più Israele ha acquisito capacità di difendersi fino a divenire una potenza militare regionale, più si è acuita la percezione di combattere guerre esistenziali per la sopravvivenza.
Questo non sorprende: trovarsi a un passo dall’estinzione non è esperienza che si dimentica. Detto questo, una cosa è sentirsi vittime quando si è odiati e perseguitati e un’altra è continuare a sentirsi vittime anche quando la vulnerabilità si riduce drasticamente come è successo agli israeliani tra il 1948 e – diciamo - il 1982 (l’anno dell’invasione del Libano) e poi fino ad oggi.
Non sto dicendo che il vittimismo sia una esclusiva degli israeliani o degli ebrei. Negli anni '90 i serbi hanno scatenato quattro guerre: contro Slovenia, Croazia, Bosnia e infine contro il Kossovo sostenendo sempre di essere vittime dell’eredità politica di Tito, o dei musulmani, o dell’Europa, o della Nato. Nel frattempo hanno invaso tutti i paesi della ex Jugoslavia, commettendo crimini di guerra e contro l’umanità.
Quanto a Israele, la sua superiorità militare non ha cancellato la sensazione d’insicurezza che è esplosa una volta di più dopo il 7 ottobre, rafforzando la percezione collettiva degli ebrei israeliani di essere vittime della storia.
Il paradosso è che il sionismo dei padri fondatori ambiva a emancipare gli ebrei dalla condizione di vittime. Eppure, dopo il processo Eichmann (1961), i governanti hanno approfittato dell’ideologia vittimistica perché hanno compreso che essere riconosciuti come vittime è uno strumento per assicurarsi un salvacondotto che esonera lo stato dalla responsabilità qualunque cosa faccia.
La logica è la seguente: abbiamo subìto un torto terribile; siamo vittime e in quanto tali siamo innocenti perché le vittime sono sempre innocenti. E - mediante un temerario salto logico - incapaci di commettere il male. Di qui la ricorrente auto-designazione di esercito più morale del mondo.
Non sto affermando che Israele non abbia motivi per sentirsi in pericolo. Impossibile non continuare a sentirsi vulnerabili dopo la Shoah, dopo le guerre del 1948, 1967, 1973, dopo il terrorismo suicida della seconda intifada, dopo il 7 ottobre. Resta il fatto che per le leadership israeliane è diventato importante esaltare strumentalmente la condizione di vittima di Israele. Quanto più la potenza di Tsahal sovrasta quella dei nemici, tanto più i primi ministri israeliani sottolineano che i conflitti in cui Israele è coinvolto sono esistenziali: dal loro esito dipende la sopravvivenza dello stato.
La sera prima dell’invasione del Libano nel 1982 Menachem Begin disse ai suoi ministri “L’alternativa all’invasione è Treblinka”. Affermazione a cui Amos Oz rispose: “Hitler è morto 37 anni fa. Hitler non si nasconde a Sidone o a Beirut”. Dieci anni più tardi, Netanyahu, allora funzionario nel governo Shamir, resistendo alle pressioni americane perché Israele non costruisse nuovi insediamenti in Cisgiordania, affermò che i confini pre 1967 erano “i confini di Auschwitz”.
L'israelizzazione della diaspora
Quest’evocazione della minaccia di una nuova Auschwitz, quest’uso senza scrupoli del vittimismo coinvolge anche gli ebrei della diaspora. Qui entra in gioco la rivendicazione israeliana che Israele è lo stato degli ebrei, non solo di quelli israeliani, e quindi agisce a nome di tutti gli ebrei. Da alcuni decenni Israele è diventato lo stato guida per milioni di ebrei diasporici e non lo si mette in discussione per nessun motivo.

Per molti ebrei, non sostenere Israele significa abdicare allo sforzo collettivo per evitare un’altra Shoah. Magari si eccepisce sugli insediamenti, su Netanyahu e sull’estremismo di Ben Gvir, ma poi si condivide l’idea che non sostenere Israele sia venir meno al proprio legame con l’ebraismo e si guarda con distacco la guerra di sterminio a Gaza perché la responsabilità dei morti palestinesi è solo di Hamas.
Questo fenomeno è dovuto almeno in parte al processo in corso di “israelizzazione” della diaspora secondo cui gli ebrei si definiscono sempre più spesso nel legame con Israele più che nell’osservanza religiosa o nel rispetto di tradizioni millenarie. Il sostegno senza riserve a Israele è diventato -insieme alla memoria della Shoah- uno dei pilastri su cui si fonda l’identità ebraica.
Il risultato è sotto gli occhi. In Italia, le istituzioni ebraiche non ammettono che Israele sia responsabile della morte di decine di migliaia di civili. Sottoscrivono invece una narrazione secondo cui ogni critica nei confronti della condotta militare dell’esercito non è imputabile alle regole d’ingaggio, ma a malafede, ignoranza e soprattutto all’antisemitismo.
Gli esiti di questo pregiudizio sono inquietanti. Faccio un esempio: l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) pubblica un mensile, Pagine Ebraiche; se sfogliate i numeri dal novembre 2023 in poi osserverete che non è facile capire che l’esercito israeliano è impegnato in una guerra che ha causato la morte di oltre 46.000 palestinesi e più di 400 soldati israeliani. I rari riferimenti alla guerra sono per lo più indiretti. In 14 numeri non troverete una sola foto di Gaza. Se la guerra viene menzionata è solo per riferirne dell’impatto sull’economia e per ricordare che Hamas tiene ancora in ostaggio un centinaio di israeliani. Su Pagine Ebraiche c’è spazio per ricette tradizionali, editoriali sull’ideologia woke che imperversa nei campus americani, e soprattutto per articoli che stigmatizzano l’antisemitismo. Nessun riferimento all’impatto devastante che il conflitto ha avuto sui palestinesi.
Non è la prima volta che degli ebrei restano indifferenti di fronte alla sofferenza di un altro popolo, ma quarant’anni fa, in Israele, manifestazioni pubbliche di questa cecità nutrita di sciovinismo erano rare e poco ascoltate. Oggi non è più così.
Per dare la misura di come sia cambiata la società israeliana vale la pena ricordare la figura del rabbino Meir Kahane. Kahane - cittadino americano emigrato in Israele nel 1971 – che diede vita a Kach, un partito che, dopo vari tentativi, riuscì nel 1984 a entrare alla Knesset. Kach promuoveva un’interpretazione dell’ebraismo esplicitamente razzista auspicando il trasferimento di tutti gli arabi fuori da Israele e sostenendo che l’ebraismo deve esercitare la vendetta nei confronti dei non-ebrei, considerati tutti indistintamente antisemiti. Per Meir Kahane la vendetta era “un principio fondamentale dell’ebraismo.” A metà degli anni '80, quando Kahane prendeva la parola alla Knesset, i membri del Likud si alzavano e uscivano dall’aula. Alle elezioni del 1988, Kach fu escluso in base a una norma che vietava la partecipazione di partiti che incitavano all’odio razziale. E nel '94, dopo il massacro a Hebron commesso da Baruch Goldstein -membro di Kach- il partito fu dichiarato terrorista e messo fuori legge.
Oggi la situazione è molto differente. I politici del Likud organizzano conferenze sulla colonizzazione di Gaza e Itamar Ben Gvir, discepolo di Kahane, è stato un ministro autorevole nel governo di Netanyahu. Una variante dell’ebraismo esplicitamente sciovinista tendenzialmente anti-democratica, marginale quarant’anni anni fa, è oggi sì minoritaria ma abbastanza influente da gestire le politiche della sicurezza e da condizionare il corso della guerra ritardando per esempio le trattative per il cessate il fuoco.
Se una corrente del pensiero ebraico fondata su una combinazione di iper-vittimismo, assuefazione al dominio su un altro popolo e indifferenza o addirittura ostilità ai principi democratici ha favorito la distruzione di Gaza, bisogna interrogarsi sullo stato di salute dell’ebraismo. E c’è da chiedersi quale mutazione abbia subito il senso comune di un popolo che nella sua maggioranza ha appoggiato il bombardamento indiscriminato di civili.
Gli ebrei sono sopravvissuti nella diaspora invocando diritti per se stessi e per altre minoranze e uguaglianza con i loro concittadini in Europa, nord-America e America Latina. Dopo la seconda guerra mondiale hanno ottenuto questi diritti. E adesso che sono maggioranza in Israele negano questi diritti sia in Cisgiordania che a Gaza. Dopo la legge Stato Nazione del 2018 li negano in parte anche entro la linea verde perché Israele è, per legge, lo stato del popolo ebraico. Ma non delle minoranze arabe e cristiane.
Questo contraddice la cultura ebraica a vocazione universalista per come si è formata in 2.000 anni. Mi riferisco a quella variante di cui si può essere orgogliosi in un paese democratico.
Alla luce della bestiale aggressione di Hamas del 7 ottobre e dei massacri nei 15 mesi successivi, è necessario chiedersi se la sfida principale del mondo ebraico nel XXI secolo non sia proprio quella di rivedere gli stereotipi identitari di vittima eterna che alimentano l’estremismo nazionalista. A mettere a repentaglio Israele e la diaspora che lo segue docilmente non è più la loro vulnerabilità ma il contrario: la forza e la potenza militare utilizzate non solo come legittima autodifesa ma come strumento di dominio su un altro popolo.
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David Calef è coordinatore di JCall-Italia (European Jewish Call for Reason) ed esperto di emergenze umanitarie e sicurezza alimentare presso la divisione di Emergenza e Riabilitazione della FAO.