Crollo della democrazia?
Mentre scriviamo Trump è dato favorito, sia pur leggermente, alle imminenti elezioni americane. Un golpista, narcisista, incompetente, sessista, mentalmente instabile e – sostanzialmente – fascista. In contemporanea Israele sta procedendo in una sistematica eliminazione della presenza palestinese a Gaza, e nella frammentazione del territorio e il soffocamento della comunità in Cisgiordania.
Però Stati Uniti e Israele sono due democrazie, si dirà. Invece proprio questo è il punto: le due derive descrivono in maniera evidentissima l’attuale crisi della democrazia. Una crisi comica fino al grottesco la prima, tragica e disumana la seconda.
Come si è potuti arrivare a tanto? Anche perché questo disastro è un buco nero. E come tutti i buchi neri, tende ad allargarsi. L’esempio sciorinato davanti agli occhi dei paesi del Terzo Mondo li farà allontanare dagli ideali democratici: che attrattiva possono avere, se portano a tali esiti? E il tam tam dei media che – giustamente, in teoria – distingue tra paesi democratici ed autocratici, è destinato a perdere sempre più credibilità. Si narra che al tempo della prima invasione americana dell’Irak, un giovane del posto andasse festoso incontro alle truppe a stelle e strisce. “Cosa ti aspetti dall’Occidente?” gli chiesero. “Sesso e democrazia” fu la risposta, colma a nostro avviso di buon senso. Oggi dubitiamo che la risposta sarebbe la stessa, almeno nella sua seconda parte. E’ facile prevedere quindi che tale involuzione, se non contrastata, sarà gravemente controproducente. Per cui innanzitutto è importante interrogarsi sui suoi perché. Come è potuto succedere?
La prima risposta viene da una dinamica da tempo individuata: la crescita esponenziale, da trent’anni almeno, delle disuguaglianze. Non è un caso che Trump abbia tra i suoi più accesi sostenitori i blue collar, i lavoratori manuali, in America molto più esposti alla disoccupazione, all’inflazione, alla mancanza di sanità pubblica. Come non è un caso che la classe operaia italiana sia oggi per la Lega o per Fratelli d’Italia. Né il probabile fallimento, sul medio periodo, del centrodestra italiano cambierà granché: se l’ultimo pifferaio ha fallito, ne spunterà un altro con nuove promesse.
Analogamente in America: l’establishment ha perso di credibilità, e così i partiti e gli esponenti che si rifanno alla politica degli ultimi decenni. Quindi largo ai santoni, ai ducetti, ai televenditori, o peggio, a chi ti presenta la guerra come soluzione, magari ammantata da risposta a un eccidio terroristico, vedi Israele.
La politica, che ha seminato disuguaglianza e insicurezza (vedi non tanto l’immigrato, ma lo strisciante smantellamento della sanità pubblica), mina alle basi la coesione sociale. La cultura piegata all’economia, anzi all’impresa (sono sempre più pressanti le spinte per rendere la scuola un’articolazione del sistema produttivo) sposta l’accento dalla coscienza dell’individuo alle leggi del mercato. L’homo aeconomicus, e il resto sono sciocchezze. A quel punto gli ideali democratici sono un imbroglio (“come mai, come mai, sempre in culo agli operai?”), la cultura cui sono sottesi non esiste, soppiantata dal culto del mercato; e in definitiva crollano. Per questo, più ancora che dal pur doveroso contrasto alle risorgenti nostalgie fascistoidi, bisognerà ripartire da una lotta tenace a questa economia e a questa cultura. Che oggi è dominante, e che alla nostra società, per ora pacifica e sicura, sta gradatamente scavando la fossa.