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Moena, un paese urbanisticamente disastrato

Ai pentimenti sugli errori del passato hanno fatto séguito nuovi sbagli: progetti irrazionali e impattanti.

Sui temi ambientali, la valle di Fassa ha passato un’estate calda, un’afa che nemmeno le quotidiane piogge sono riuscite a mitigare. Si è vissuto un clima di arroganza, di protervia, di intimidazione, attuato da albergatori e amministratori pubblici contro tutti i soggetti, persone, enti o quotidiani che si sono permessi di dare spazio alle voci di dissenso sul potenziamento degli impianti sciistici (vedi Jumela) o della viabilità.

Abbiamo anche letto un’estate di pentimenti: il presidente di Superski Dolomiti, Fiorenzo Perathoner, proprio nel corso del dibattito su val Jumela, ha elencato i quarant’anni di errori dello sviluppo di Fassa: viabilità, seconde case, impianti di risalita, come Buffaure, costruiti in aree non idonee. La soluzione proposta? Un nuovo errore, culturale, economico ed urbanistico: un nuovo collegamento tra Buffaure e Ciampac, in val Jumela.

Il secondo pentito lo troviamo nell’amministrazione comunale di Moena, e su quanto accade in paese ci soffermiamo.

Ogni opuscolo turistico degli anni ’60-’70 definiva Moena la fata delle Dolomiti: oggi, assieme a Pozza, è il paese di Fassa più soffocato, il centro al quale è stata tolta ogni identità, il simbolo dell’invivibilità nel periodo turistico. Oggetto del pentimento è la costruzione del centro polifunzionale Navalge, ormai in fase avanzata di costruzione. Un’opera voluta da tutte le amministrazioni comunale degli ultimi vent’anni: si era partiti con un centro definito polifunzionale: sale riunioni e grande palazzo dei congressi, aree sportive per tennis e bocce, parcheggi interrati e, in superficie, stazione autocorriere e qualche negozio, possibilmente "di qualità".

Tutto questo doveva sorgere nella periferia sud del paese, nell’ultimo spazio libero lungo l’Avisio, allora ancora coperto da piccoli orti, percorso da una tranquilla e pianeggiante passeggiata, l’unica del paese.

Nell’opera si sommavano troppe ambizioni, i costi erano esorbitanti, non si trovavano fondi. Si entra così con un fiume di parole negli anni d’oro dell’epoca dei grandi progetti nel Trentino, la fine degli anni ’80. Attraverso i fondi Fio (quelli serviti per l’arredo di Trento) si pensa di aver trovato la soluzione ai problemi finanziari, ma arriva Tangentopoli e con la caduta della giunta Malossini-Nicolini tutto si ferma. In poco tempo la nuova amministrazione di Moena espropria comunque gli orti, fa dell’area un grande e pietoso parcheggio e riesce a convincere il Comprensorio di Fassa a finanziare quest’opera "a valenza sovracomunale", con fondi provinciali.

Il centro polifunzionale diventa un grande teatro con enorme torre scenica, si rinuncia a qualche parcheggio, alla complessa area sportivo-ricreativa e tutto viene ridimensionato, all’infuori dei costi che si aggirano comunque sui 15 miliardi. Il paese e gli amministratori brindano alla sofferta vittoria.

Nel 1997 iniziano i lavori: ci si accorge in ritardo che è necessaria anche la costruzione di un possente murazzo di contenimento della montagna verso Spinac. I lavori proseguono a rilento, e nella primavera del 1999 l’imponente struttura dell’edificio è visibile a tutti. Un orrore, un volume che si abbatte su ogni equilibrio dell’abitato, gli spazi aperti scomparsi, sembra di non poter raccogliere nemmeno più aria. Ci si accorge anche che i 15 miliardi non sono sufficienti, occorrerà, in tempi brevi, recuperarne almeno altri due. Dove? Non certo in Comune, amministrazione già sofferente dal punto di vista finanziario, quindi ancora in Provincia, attraverso il Comprensorio di Fassa.

Oltre a questo, ci si accorge che un simile centro dovrà anche essere gestito e che costerà annualmente al Comune un minimo di cento milioni, probabilmente duecento, e inoltre serviranno gli arredi. Ecco piovere lacrime amare in Consiglio comunale e sui giornali, lacrime che sgorgano dagli occhi di quelle persone che da vent’anni chiedevano l’opera, da coloro che hanno bloccato i dissensi sempre presenti nel paese, che si sono recati decine di volte in Provincia, presso ogni assessore possibile, con il cappello in mano ad elemosinare i fondi per l’opera ed il via politico e urbanistico. Proprio come fanno Perhatoner e l’onorevole Detomas riguardo le seconde case quando, con eccesso di disinvoltura, dimenticano che i piani regolatori e le licenze edilizie venivano staccate da sindaci ladini e non da assessori provinciali o da prepotenti romani.

Ma come Fassa nulla ha imparato dagli errori del passato, anche Moena si ripete, costruisce situazioni negative irreversibili.

Pensiamo alla circonvallazione. E’ una infrastruttura necessaria, indispensabile per questo paese. Era prevista nella cartografia del Piano Urbanistico fin dal 1967, nel versante che poggia verso Sas da Ciamp. Ma allora insorsero i commercianti del Paese: togliere il traffico dal paese, a loro dire, significava perdere potenziali clienti. In breve tempo si raccolsero oltre 600 firme per fermare la circonvallazione. L’allora sindaco si premurò di concedere licenze edilizie che interessassero il tracciato. Detto fatto, in pochi anni tutto il versante risultò coperto di case, alberghi. Il nuovo Pup si è visto quindi costretto a prevedere il passaggio della nuova strada sul versante opposto, quello geologicamente instabile, il versante più costoso da incidere, un impatto ambientale incredibile.

Si fa il progetto seguendo le orme della logica degli anni ’80, raccogliendo le proposte della società Autostrade del Brennero, con percorsi appena accennati, grandi movimenti terra, viadotti e costi impressionanti, assenza di una logica urbanistica complessiva e di un piano traffico provinciale. Oggi la giunta provinciale ha ereditato questo percorso, questa logica, e ha finanziato l’opera: sono previsti 108 miliardi di spesa. Saranno, come sempre accade, insufficienti. Per Moena significherà la fine di ogni possibilità di tenuta del turismo estivo. La strada inciderà in modo violento tutto il versante del passo San Pellegrino, appena a monte del paese, deturpando irreversibilmente l’area prativa. Sono necessari muri di sostegno notevolmente impattanti, si costruiscono due viadotti e una galleria, non è stata data risposta razionale al traffico che scenderà da Passo San Pellegrino e Lusia per immettersi in valle di Fassa, il cantiere di lavoro rimarrà aperto per almeno 3-4 anni. Tutto questo significa rendere improponibile la presenza turistica a Moena durante il periodo estivo.

Le grandi preoccupazioni della scelta del tracciato le incontriamo nella fragilità idrogeologica del versante. L’intera montagna scarica tutte le sue acque solo a valle, in località Spinac. Già nel 1996, durante un temporale violento, l’abitato recentemente costruito era stato invaso da centinaia di metri cubi di materiale roccioso, fango e ghiaia. La Provincia è intervenuta cercando di ricucire questa profonda ferita, spendendo centinaia di milioni per proteggere le case. Appena a monte del tracciato stradale, solo un decennio prima i servizi forestali avevano impedito al Comune la costruzione di una pista di esbosco di legname larga circa due metri che impedisse al legname fatturato di cadere sulla statale o di arrivare nelle case, come già accaduto in quanto il versante non si poteva assolutamente incidere. Gli stessi servizi hanno però espresso parere favorevole a questa opera impattante, larga otto metri, sostenuta da muri imponenti. Come abbiamo già detto, l’intera montagna rappresenta un forte rischio geologico, acuito, come dimostra la storia della località Spinac e come sanno tutti i contadini e i boscaioli di Moena, dalla presenza delle enormi bolle d’accumulo di acqua situate a fondo pendio.

L’alternativa era possibile ed era stata suggerita nel corso di dibattiti pubblici dal compianto ing. Lorenzo Chiocchetti: era sufficiente riprendere il percorso della statale del passo S. Pellegrino e adeguarlo alle nuove necessità senza incidere tanto pesantemente il versante, e collegarlo nel fondovalle alla statale 48 con il previsto ponte sull’Avisio. Ma né l’amministrazione comunale, né quella provinciale hanno voluto dare un addio alla progettualità degli anni ’80, gli anni delle tangenti. Per non molti anni sentiremo ancora la ripetitiva melodia di un prossimo sindaco di Moena lamentare i danni causati dall’imperizia, dalla fretta, dalla cecità di chi lo ha preceduto.

Ma a Moena tutto questo non basta: con l’intento di rafforzare l’offerta turistica estiva si insiste nella proposta turistica di costruzione di un grande campo da golf in area Palua, fra Moena e Soraga, in una zona servita da viabilità difficile e ripida, pericolosa, in un’area che oggi viene utilizzata come pascolo precoce del bestiame, nei mesi di maggio, prima dell’alpeggio e al ritorno, nell’autunno.

Un grande golf, si dice, finalmente sistema l’area, la rende ordinata e falciata.

Si tratta di un’opera dal costo incredibile, una decina di miliardi per cominciare, che insiste in una zona paludosa il cui nome ("Palua") non è casuale: saranno fondamentali drenaggi di dimensioni consistenti, sarà necessario potenziare la viabilità, costruire parcheggi ed infrastrutture in una zona oggi libera, che accede con dolcezza al ricco e vario bosco che porta verso Sas da Ciamp e la Roda di Vael. Sarà un’altra opera che non potrà reggere la concorrenza di località più facilmente accessibili e ormai storicamente riconosciute, vicine a Moena: Redagno, passo di Costalunga, Corvara.

Ragionando poi sulla possibilità di utilizzo di simili campi, nell’eventualità del ripetersi di stagioni estive tanto piovose come quelle appena trascorse, le conclusioni sono obbligate in senso negativo. Quest’anno mai si sarebbero potute usare le delicate scarpette del golfista: in una simile zona ci si poteva muovere solo con stivali o con scarponi da montagna, logicamente anfibi.

Questo è il patrimonio infrastrutturale che l’amministrazione uscente sta lasciando in eredità ai prossimi consiglieri comunali.

Si deve riflettere anche su come una debolissima amministrazione riesca ad incidere con forza sul destino di un paese. Moena ha vissuto 5 anni di confusione: non si è quasi mai riusciti a leggere l’identità politica dell’amministrazione, ad esclusione del sindaco, di chi sedesse in maggioranza e chi all’opposizione. Assessori che avevano ricevuto ampio mandato elettorale hanno lasciato dopo poco tempo sostituiti da esterni. Solo una lettura attenta dei fatti, giorno dopo giorno, permetteva di comprendere quanto avveniva, nessun percorso politico, ma rispondenza ad emotività personali, ad amicizie o a consolidati rancori sono stati il cemento o la caduta delle possibili maggioranze.

Nonostante, o proprio perché in presenza di tanta confusione, sono stati raggiunti gli obiettivi più impattanti: centro polifunzionale, circonvallazione progetto del golf, distruzione della Valsorda. Nessuna risposta invece è stata data al turismo dolce, al turismo della natura, alla richiesta di passeggiate sicure, alle esigenze di chi viene in montagna per trovare serenità, cultura, natura vivibile.

Moena, fata delle Dolomiti, la porta d’ingresso della val di Fassa, una valle conosciuta in tutto il mondo, non ha avuto il coraggio di cambiare rotta, ha dato ascolto alle sirene dello sviluppo anni ‘60, è rimasta schiava della logica delle grandi opere e sotto questa cultura ha deciso la sua sconfitta.

E’ la stessa logica che accoglie i pentimenti delle genti di Fassa sulla questione edilizia e sugli errori impiantistici e che li porta ad insistere, aggiungendo danno a danno, errore ad errore, sempre ovviamente a scapito dell’ambiente e con gran dispendio di soldi pubblici.