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Per chi suona la campana

Dopo la "fuga" della Casa Rurale di Storo, la crisi della cooperazione trentina è ufficiale. Eppure...

Il fatto ha meritato i titoli di testa dei giornali: al termine di un’infuocata assemblea, i soci della Cassa Rurale di Storo hanno voltato le spalle al movimento cooperativo, e aderito alla fusione\ annessione alla bresciana Banca Valsabbina. In un colpo solo gli abitanti di Storo hanno tirato una riga sulla storia (quasi un secolo) della loro banca; hanno mandato a quel paese la potentissima Federazione trentina delle cooperative (presente all’assemblea al gran completo, presidente Angeli in testa); hanno preso vistosamente le distanze dal Trentino. Decisione quindi clamorosa. Anzi, storica per Storo, e assai indicativa per il movimento cooperativo, che è stato ieri ed è oggi parte fondamentale della comunità trentina.

La decisione è stata sofferta, l’assemblea a tratti una bolgia; ma la nettezza del risultato (727 voti contro 429) non lascia adito a dubbi sulla volontà dei soci, sul secco no alla cooperazione. Come si è giunti a questo? Le motivazioni contingenti sono chiare: la Cassa Rurale di Storo ha registrato un ammanco di 18 miliardi (a fronte di un patrimonio di 17) e sofferenze per altri 30 miliardi, dovuti alla disinvoltura del vicedirettore, ma anche alle carenze dei controlli della Federazione. La quale Federazione promette di colmare il buco, e propone di superare in avanti il momentaccio, attraverso una fusione di cinque Casse rurali (poi ridottasi alla fusione con la vicina Rurale di Darzo).

Ma gli storesi dicono no: dalla cooperazione si sentono traditi, alle belle parole sugli ideali di don Guetti rispondono digrignando i denti, e scelgono la proposta della Banca Valsabbina, che come contropartita dell’assorbimento promette dieci sonanti milioni per ogni socio. Ma il fatto che il caso sia ben delineato non deve far pensare a una sconfitta secondaria, circoscritta.

Come avevamo scritto in un servizio di alcuni mesi fa, il movimento cooperativo, pur fortissimo, attraversa un’evidente crisi di identità; della quale il caso di Storo è solo un piccolo esito, anche se virulento: non è un campanello di allarme, è una sirena.

Iproblemi di fondo che la vicenda riporta in evidenza, sono a diversi livelli. Il primo, più banale se vogliamo, è quello dei controlli, che dovrebbe essere una delle ragioni d’essere della Federazione delle cooperative; ma che invece si sono rivelati del tutto insufficienti, e sinceramente non è una grossa sorpresa. Ora è vero che il problema dei controlli è apertissimo anche in altri settori della società, specie nelle attività economiche - a Trento solo recentissime iniziative della magistratura hanno trasformato il compito dei collegi sindacali in un lavoro vero, prima era una sinecura, i commercialisti sindaci firmavano i bilanci e toglievano il disturbo - ma questo non può essere un alibi. Soprattutto per il movimento cooperativo il quale, proprio perché fondato su motivazioni anche ideali, non può tollerare alcuna disinvoltura nei rapporti economici.

Ma il discorso sugli ideali porta al secondo punto, centralissimo: oggi cosa è una cooperativa? In cosa si distingue da un’altra impresa? La risposta, classica, è che la coop è dei soci: ma questo ormai è mero catechismo cooperativo, nella realtà i soci sono espropriati dalle decisioni, sia tecniche che strategiche, da un ceto professionale di direttori/presidenti che, proprio per la crescita delle cooperative, è diventato sempre più manageriale e avulso dalla base societaria, tenuta buona con i regalini alla vigilia delle assemblee.

Ma allora, se la coop la gestisce il direttore, se il socio non conta niente, qual è la differenza tra il supermercato Sait e il Poli? Quale tra la Cassa Rurale e qualsiasi altra banca? Ed ecco che il paese non sente più la Cassa Rurale come cosa propria, il socio considera la sua posizione alla stregua di qualsiasi altra partecipazione azionaria, e se c’è da guadagnare vendendo azioni, si vendono.

Tutto questo si interseca con la crisi delle piccole comunità, che sono sempre meno dei paesi (il giovane con la Tv è collegato con il mondo, con l’auto con le discoteche del nord Italia, e snobba la piccola realtà comunitaria) e contemporaneamente non sono città. Non è un caso che è nelle realtà di valle, non nelle città, che si susseguono episodi anche acuti di violenta inciviltà, come tagli delle gomme e delle piante, incendi dolosi...

E si interseca con la latente crisi del Trentino; che con l’attuale impasse politico-progettuale, con la fine dei soldi dell’Autonomia, rischia di diventare una realtà geografica opinabile: le popolazioni delle valli del Chiese e del Sarca sentono l’attrattiva del Bresciano; quelle di Riva-Arco dell’enclave del Lago di Garda; il Primiero del Bellunese; la Valsugana del Veneto; la Val di Fassa di Bolzano; Rovereto e la Vallagarina non sono ancora attratti da Verona, ma se va avanti così... Se il Trentino non riprogetta l’Autonomia è esso stesso a rischio e i casi Storo sono destinati a moltiplicarsi.

Torniamo alla cooperazione. Che le cose dette prima le ha ben presenti, in quanto oggetto di svariati convegni: sulla "Centralità del Socio" la cooperazione del 2000, ecc. Ma che poi non è stata in grado di passare dalla teoria alla pratica: le grandi idee vanno bene per i discorsi e le celebrazioni; quando si passa all’operatività si va avanti con la prassi di sempre.

Il tutto aggravato da un ulteriore dato: se nelle cooperative, che devono stare sul mercato, è cresciuta una leva di manager spesso molto efficienti, nell’organizzazione centrale invece, condotta con criteri burocratici, guidata da un padre padrone (il presidentissimo Angeli) di chiara cultura dorotea, sono avanzati solo i mediocri. E il rinnovamento del movimento dovrebbe promuoverlo la Federazione.

Questi rilievi, come dicevamo, li avevamo esposti in un servizio di alcuni mesi orsono. Angeli reagì: dopo aver consegnato a ciascuno dei consiglieri una copia dell’articolo, aprì il cda della Federazione con queste parole "Se volete che me ne vada, ditelo"; e poi in separata sede fece capire che non è il caso che su QT ci sia troppa pubblicità della cooperazione. E’ il discorso dello specchio: quando ti rimanda una brutta immagine...

Ora con la vicenda Storo-Valsabbina il problema è esploso, e sui quotidiani sono apparse analisi altrettanto preoccupate delle nostre. La Federazione come ha risposto? Con alcuni provvedimenti settoriali (nelle Casse rotazione dei direttori e dei revisori, per evitare il consolidarsi di contiguità potenzialmente pericolose; istituzione di un comitato di crisi); e con ulteriori promesse sul coinvolgimento dei soci. Nessun responsabile in Federazione, il ceto dirigente rimane compatto ed inamovibile.

A primavera, dopo otto anni di presidenza, scade il terzo mandato di Angeli. Ed è prevista una sua ennesima riconferma. Avanti verso il 2000...