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Università trentina: la tentazione della laurea facile

Dai tutor, agli esami a quiz, agli studi internazionali: la distanza tra le parole e i fatti. Per incrementare le iscrizioni (e quindi i finanziamenti), ci sono due strade...

Nel quartiere di San Bartolomeo, nella periferia di Trento Sud, su un'area di 30.000 metri quadri, realizzato dall'Opera universitaria, nascerà un grande studentato. E ancora più a sud, a Mattarello, l'ex convento dei Cappuccini, un posto stupendo, è anch'esso di proprietà dell'Università, parimenti destinato alla residenza di professori e soprattutto di studenti.

Tutto bene: queste ed altre realizzazioni stanno calmierando il mercato degli affitti, permettono un soggiorno più fruttuoso agli studenti. Però...

Però ci si potrebbe aspettare qualcosa di più: il mitico campus delle università anglosassoni: dove professori e studenti vivono assieme, in un continuo confronto di culture e travaso di sapere (e dove forse, se un docente ci prova con una studentessa e questa non gradisce, risponde "No, grafie", e la cosa non finisce in tribunale, come quando a "provarci" è un qualunque altro maschio - o femmina -in età riproduttiva).

E se non il campus, almeno il college, dove lo studente è seguito e aiutato a superare le difficoltà: "II valore aggiunto del college " è il titolo di un recente convegno all'università di Udine, in cui si spiegava come tale tipo di organizzazione degli studi universitari sia più produttivo per chi li frequenta, e remunerativo per chi li promuove.

E ancora, se non il college, almeno una qualche attività di "tutoring", cioè l'assistenza di neolaureati e\o laureandi agli studenti dei primi corsi, per ridurre l'attuale drammatica mortalità studentesca.

Invece, a Trento, niente di tutto questo.

Di campus non se ne parla neanche. A San Bartolomeo la struttura stessa è progettata per una residenzialità di buon livello (camere singole, spazi comuni, eccetera), ma non per attività didattiche. E nelle facoltà il tutor è stato introdotto solo a Matematica, dove non occorrono grandi sforzi, dato l'elevato numero di docenti rapportato ai (pochi) studenti, che a questo punto non bisogna proprio perdere.

Un progetto di introduzione significativa dei tutor, che avrebbe impegnato un numero consistente di laureandi, neo-laureati e ricercatori di fascia bassa in attività di appoggio agli studenti, specie dei primi anni, è rimasto nel limbo delle buone intenzioni: non si sono trovati i soldi.

E come sempre, quando non si trovano i soldi vuoi dire che si da poca importanza al problema.

Ma se le cose stanno così si apre subito un discorso di fondo: che importanza ha la didattica all'università di Trento? "Quali sono le scelte - si chiede Lorenzo Fedel, già rappresentante degli studenti in consiglio di amministrazione - con quale caratterizzazione vuole qualificarsi la nostra Università?"

Il problema non è di poco conto. I nuovi ordinamenti sull'autonomia degli atenei hanno innescato nei fatti una spinta all’autoriforma, facendo leva sul punto più sensibile, i soldi. Ogni sede riceve finanziamenti in proporzione al numero degli studenti, ogni università quindi ha a questo punto come scopo primario quello di risultare attrattiva per il maggior numero di giovani. E in una situazione di calo demografico la concorrenza tra gli atenei diventa serrata.

Su cosa può puntare l'Università di Trento?

"Un punto di forza attuale è il basso rapporto studenti/professori, le generali condizioni di vivibilità, la buona strumentazione " - ci dice Mirko Busetti, studente di ingegneria nel Consiglio di amministrazione dell'Opera Universitaria. Non si dovrebbero esaltare queste caratteristiche, sfruttarle per fare di Trento una sede dove notoriamente la didattica è al primo posto, lo studente è seguito, studiare è più produttivo?

Invece i tutor non sono decollati, i soldi non si sono trovati.

"Il fatto è che anche a Trento il professore non ha tra i suoi obiettivi primari la didattica, sempre subordinata alla ricerca " - ci dice Busetti.

"Diciamolo chiaramente - rincara un professore ordinario - occorrerebbe un segnale forte sulla didattica, sul dovere dei docenti a seguire gli studenti. Invece tra di noi c'è la convinzione che quelli che seguono gli studenti e fanno le tesi, sono professori di serie B, mentre quelli che a Trento fanno dei blitz perché hanno da intessere i rapporti con i laminari, quelli sono i professori veri."

"Oggi questo atteggiamento non è più sostenibile - ci dice un altro professore - la leva finanziaria è molto stringente e ci obbliga a svegliarci. Un progetto come quello dei tutor è oggi indispensabile."

Speriamo. Il fatto è che non è detto che il meccanismo innescato dalle varie riforme debba necessariamente approdare a esiti virtuosi.

I finanziamenti, come abbiamo visto, sono legati al numero di studenti; ma anche al numero di laureati, e ai tempi di laurea (cioè al numero di studenti che si laurea in pochi anni). Tutto questo può portare a una nuova centralità della didattica, ma può pure portare alla laurea facile, all'università di serie C. Esito, questo, che può essere non il frutto di una scelta deliberata, ma della forza delle cose, su cui poi si finisce con l'adagiarsi: anche perché non è detto che un'università di serie C non sia confortata dai numeri: ad essa accorrerebbero gli studenti meno motivati, quelli che sul lavoro poi confidano - e non saranno pochi - nella spintarella, nella pratica che vale più della grammatica, nel posto in cui conta solo il valore legale del titolo, ecc.

In contemporanea si stanno avviando le lauree brevi: per avere una laurea di primo livello basterà un minor numero di anni. E questo comporta una revisione dei piani di studio, dei programmi, e così via: "E' quella che viene chiamata semplificazione - ci dice Lorenzo Fedel, che studia giurisprudenza -// che va bene, perché lo sfrondamento di tanti programmi è doveroso, ma bisogna fare attenzione a non rimanere in superficie, a perdere la dimensione dello studio e della discussione critica."

"Sì, semplificazione può voler dire studio meno approfondito; però questo non è negativo - dice invece Mirko Busetti - I laureati italiani oggi studiano di più, sono più preparati (soprattutto dal punto di vista teorico) della media europea: stiamo andando verso l’omogeneizzazione europea degli studi."

Insomma, di fronte all'imprescindibile necessità di avere più studenti e di laurearli in fretta, ci sono due strade: aiutarli o rendere gli studi più facili.

L'Università di Trento, quale delle due opzioni intende privilegiare?

Al rettore prof. Egidi non poniamo la domanda in tali termini. La risposta sarebbe ovvia: perbacco, Trento sta scegliendo la qualità. Chiediamo invece che ne è dei progetti di facilitazione dello studio.

"E' vero, non si è dato subito corso all'ipotesi di impiegare un 50-60 tutor per assistere gli studenti. Ed è anche vero che la creazione di un vero campus, una struttura all'inglese, rimane nei nostri progetti, ma nel futuribile. Però vogliamo che la qualità dello studio sia una caratteristica di Trento, e su questo intendiamo investire: penso di trovare a breve nuove risorse per una sistematica azione di tutoraggio che permetta di ridurre gli abbandoni al primo anno".

Un altro aspetto è la semplificazione. " Che può tradursi in banalizzazione dello studio - avverte Daniela Anesi, rappresentante degli studenti nel Consiglio di amministrazione - L'esempio più chiaro è la sostituzione dell'esame orale con le provette (test scritti con risposte tipo quiz della patente, n.d.r.); è conseguente la perdita di tutta la dimensione critica dello studio."

"Beh, certi studenti hanno una visione un po’ aristocratica dell'Università - replica il rettore - La nostra è pur sempre un 'università di massa, l'apprendimento non può avvenire come ai bei tempi di Socrate. Detto questo, le prove scritte vanno bene se comportano degli elaborati in cui si argomentano delle tesi; non vanno più bene quando sono dei test a crocette: ma questi ultimi sono un 'assoluta minoranza, un paio di casi, e sono contrario alla loro diffusione".

Per riaffermare l'importanza della qualità dello studio, Egidi ci presenta un altro progetto, "che riguarderebbe un’élite di studenti:

una specie di scuola normale, in due settori, in campo umanistico e tecnico-scientifico, con borse di studio per 100-200 studenti eccellenti provenienti da tutta Italia, cui chiederemmo di più nello studio, ma a cui forniremmo anche un supporto sia economico che di tutor ad hoc".

L'altro aspetto che dovrebbe caratterizzare l'università trentina sono i rapporti internazionali, molto presenti sulla stampa, ma quanto importanti, quanto diffusi?

Il progetto più noto è l'Erasmus, che permette agli studenti europei di frequentare per periodi di sei mesi-un anno università estere, magari sostenendovi esami. Trento è la sede che percentualmente ha più Erasmus: e per i giovani è una bella esperienza, culturalmente significativa. Ma che difficilmente diventa qualcosa di più, perché all'estero non si studia davvero. Per andare oltre, si era parlato di passare da Erasmus a Socrates, un progetto che prevedesse un inserimento più mirato degli studenti in corsi corrispondenti: ma non ne è uscito niente, e abbiamo avuto la sensazione che anche il rettore non ne sia a conoscenza.

Così possono ancora accadere casi come quello della studentessa di Sociologia da noi intervistata lo scorso anno, che ci raccontava: "Ho passato sei mesi a Parigi, città straordinaria ed eccezionale centro culturale; e anche nella mia università insegnavano dei premi Nobel, ma non nella facoltà che io frequentavo, che era decisamente scadente; c'erano pochissimi francesi e gli altri erano tutti studenti Erasmus, che facevano i turisti; e così anch'io mi sono goduta la città, punto e a capo ".

"Anche questo è un discorso un po’ ' aristocratico - replica il rettore - Anche se è vero, l'Erasmus non deve essere turismo, gli studenti devono essere indirizzati verso facoltà adeguate. Queste cose non devono succedere e prenderò provvedimenti. Però questo è un discorso che riguarda Sociologia;nelle facoltà scientifiche l'approccio agli scambi esteri è molto più organizzato."

Anche nei rapporti con l'estero si punta comunque a soluzioni d'avanguardia per gli studenti d’élite: le doppie lauree. Le quali comportano un maggior impegno (e tempo) proprio perché danno molto: infatti una doppia laurea comporta il doppio studio di argomenti simili (per esempio il diritto commerciale in entrambe le nazioni), ma evidentemente formano un professionista preparato a livello europeo.

Per ora a Trento sono solo 20-30 gli studenti impegnati in questa esperienza, possibile con una decina di università, tutte tedesche. "Ora ci rivolgeremo alle università inglesi e francesi, più richieste dagli studenti per l'utilità della lingua (Inghilterra) e l'attrattività dell'ambiente e della vita culturale (Francia) - ci dice Egidi -Contiamo di arrivare a un centinaio di studenti che ogni anno arrivino alla doppia laurea, e ad altrettanti stranieri che studino da noi."