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MART: un museo sempre più piccolo

Dalla mostra di Segantini all’inaugurazione del nuovo Polo: un Museo dalle grandi ambizioni internazionali, ma in realtà sempre più modesto. E dietro alla stucchevole polemica fra il presidente Pasini e il consigliere Cattani, c’è il vero problema irrisolto: il contenimento di una spesa sempre più debordante.

E' presentata come la mostra di fine secolo, il grande evento che chiude l’importante stagione del Museo delle Albere, e apre quella del Polo di Rovereto, la nuova multimiliardaria sede di un grande museo internazionale. Questo il significato della mostra su Giovanni Segantini, aperta nei giorni scorsi. E secondo noi proprio questa mostra illumina sulla situazione del Museo d’Arte Moderna, ben oltre le misere - e pur significative - beghe su un presidente dimissionario.

Dunque l’attuale mostra espone numero 8 (otto) dipinti di Segantini; il resto sono carboncini, pastelli, opere varie di grafica. Attenzione, non tanto studi preparatori, ma successive riproposizioni grafiche dei quadri, che avevano una finalità prevalentemente mercantile, eseguire in poche ore opere di basso costo, facilmente smerciabili. E così fa una certa impressione vedere il celeberrimo "Alla stanga", quadro immenso, luminosissimo, dipinto in mesi di lavoro su una grande tela posizionata in alta montagna per riprenderne luci e colori, qui ridotto a un lavoro a carboncino su mezzo metro quadro.

"Alla stanga", il gesso nero su carta marroncina in esposizione alla mostra del Mart.

Intendiamoci, Segantini è pur sempre un grande artista, e anche taluni di questi lavori minori riescono ad impressionare, specie se posti in dialogo con gli (ahimé pochi) quadri a olio. La mostra quindi è una mostra vera, è interessante, e consigliamo tutti di andare a vederla (la recensiremo nel prossimo numero). Ma è una mostra che qualifica un grande museo internazionale, come vorrebbe presentarsi il Mart? E’ una mostra che porta avanti gli studi su un artista, che sposta migliaia di persone che dall’estero si muovono apposta per vederla? La risposta non può essere che negativa.

E questo è tanto più chiaro se la paragoniamo alle grandi mostre che - ormai troppi anni fa - hanno lanciato il nome e costruito il prestigio del Museo. Riportiamo dei dati solo quantitativi (ma significativi dei rapporti che, attorno a veri progetti culturali, il Mart riusciva allora a tessere con gli altri musei): la precedente mostra su Segantini, quella "vera", dell’87, oltre 80 dipinti; quella sul divisionismo, oltre 100 dipinti; quella sul romanticismo, 260 dipinti provenienti da 60 musei.

Analogo discorso per la progettata mostra di apertura del nuovo Polo di Rovereto: un "grande evento" dovrebbe essere, costosissimo (come vedremo), in grado di lanciare il nuovo Mart sulla ribalta internazionale, attirare flussi di turisti e di studiosi. Il progetto: chiedere a ciascuno degli altri grandi musei il prestito di un dipinto, a suo giudizio significativo della contemporaneità. Come si vede, un progetto inconsistente: un minestrone, un pot-pourri di stili e messaggi, che poi qualche scribacchino dovrebbe legittimare inventandosi un qualche percorso interpretativo. Significato scientifico, zero.

"E anche dal punto di vista culturale, che senso avrebbe? - si chiede un illustre accademico - Ammesso che gli altri musei dessero in prestito tutti grandi capolavori, cosa ne trarrebbe il fruitore, se non un senso di stordimento?" Ammesso che...; infatti è presumibile che - proprio per l’assenza di un progetto - gli altri musei si astengano dal sacrificarsi concedendo le proprie opere più celebrate.

Questi fatti insomma mettono a nudo il processo da noi descritto in un precedente servizio (MART: la scommessa del grande museo è già persa?): dopo gli anni delle grandi mostre, il Mart si è progressivamente inaridito sul versante culturale. Esautorato di fatto il Comitato scientifico (che una volta annoverava personalità di levatura europea mentre ora è un ectoplasma, con solo 2 membri su 6 che partecipano alle riunioni) il Mart si è ridotto ad essere il "Museo della direttrice", la dott.ssa Gabriella Belli, persona dalle molteplici doti, ma pesantemente accentratrice e non all’altezza, dal punto di vista scientifico, di un museo internazionale.

E così si arriva all’attuale proposta della macedonia di quadri; un abisso rispetto al progetto del Comitato scientifico dei tempi d’oro, che anni addietro aveva indicato, come tema della mostra d’apertura del costruendo nuovo Polo "L’incontro tra il mito germanico e il mito mediterraneo", come conclusione e coronamento di un paio d’anni di ricerche di una molteplicità di studiosi internazionali. Ma per giungere a questo ci vuole lavoro scientifico, capacità di coordinare studi incrociati, grande spessore culturale: tutte cose che evidentemente il Mart non ha più.

A questo vanno aggiunti problemi di clientelismo nelle assunzioni, efficienza, organizzazione interna: che hanno portato il Museo a non riuscire a svolgere il compito di istituto propulsore di studi sull’arte moderna.

L’organizzazione carente, le catalogazioni inadeguate, hanno reso la biblioteca e l’archivio locali pleonastici, pochissimo frequentati (mentre la vicina biblioteca civica di Rovereto registra migliaia e migliaia di presenze); il catalogo su Depero (opera minimale per un’istituzione che proprio dai lasciti dell’artista roveretano ha preso l’avvio) promesso da dieci anni, non è mai stato realizzato.

Ed ecco quindi la parabola del Mart: aveva le premesse per essere un grande museo, un autorevole centro di studi, un punto di attrattività del Trentino a livello europeo. Invece si è perso per strada, rischia di essere una modesta istituzione di rilevanza regionale.

Nonostante tutti i propri proclami, e le tante spese per darsi un’immagine ormai non più rispondente alla realtà.

Le cose poi si fanno più complicate. Perché di istituzioni un po’ megalomani, che si danno grandi arie, è pieno il mondo, e la cosa è metabolizzata: tu dici di avere un prestigio mondiale, io fingo di crederci, e siamo tutti felici e contenti. Ma al Mart invece il discorso si fa problematico perché, proprio in funzione di una realtà internazionale, è stata realizzata la nuova sede, il multimiliardario Polo museale di Rovereto. Miliardario nell’investimento e nelle spese di gestione (10-12 miliardi all’anno, secondo uno studio della Bocconi).

In Provincia, dove inizia a farsi strada la consapevolezza della necessità di tenere la spesa sotto controllo, si sono allarmati. Il grande Mart, con le sue spese di gestione, rischia di assorbire da solo metà delle risorse dell’intero assessorato alla Cultura. E un grande museo internazionale, noto in tutto il mondo, può valere la spesa (anche perché genera risorse); un museo che ha solo delle grandi arie, non la giustifica.

Arrivato il momento di rinnovare il consiglio d’amministrazione, Dellai aveva due strade: nominare un presidente culturalmente "forte", in grado di ridimensionare la direttrice, rilanciare il progetto culturale, e portare il Mart a un livello adeguato, che ne giustificasse la sede e le spese (magari opportunamente limate). Oppure rassegnarsi al ridimensionamento del Museo, tirandone però le logiche conseguenze: e nominare quindi un presidente che puntasse alla razionalizzazione e al contenimento della spesa.

Celso Pasini, il manager nominato per razionalizzare, e convertitosi all’aumento delle spese.

Dellai sceglieva la seconda opzione: scartata la presidenza del filosofo Franco Rella, già animatore del comitato scientifico del Mart dei tempi d’oro, e sostenuta (con quanta determinazione?) dal Comune di Rovereto, nominava presidente Celso Pasini, manager digiuno d’arte, cinturando inoltre il cda con le nomine in due posti chiave di due alti dirigenti della Pat (Ivano Dalmonego e Nicola Salvati) noti come fautori del contenimento della spesa.

Ma questa strada Dellai la imboccava con ambiguità: a Pasini (di area socialista, e nominato anche per meriti partitocratici) non spiegava con chiarezza il suo compito. E Pasini pesantemente equivocava. Digiuno della materia specifica, ha subìto - come tanti altri in passato - l’indiscusso fascino della direttrice, sposandone in toto la linea. Una linea di costante dilatazione della spesa, nel disperato tentativo di compensare con i soldi la perdita di autorevolezza culturale del Museo.

Ed ecco quindi che la mostra d’inaugurazione del nuovo museo proprio perché senza spessore scientifico, viene proposta con un budget astronomico di tre miliardi (per fare un raffronto, la mostra sul Romanticismo, con le assicurazioni per 280 quadri, i rimborsi per 30 relazioni di studiosi internazionali, costò 680 milioni, e sembrava uno sproposito). "Faremo i fuochi d’artificio" - sembra abbia detto la direttrice ai dipendenti; non potendo puntare sul significato culturale, si punta sull’effimero: la pubblicità, le pubbliche relazioni con la stampa che, incentivata dai rimborsi spese, parli tanto e bene, la presenza di direttori di museo, ambasciatori, politici...

Celso Pasini, il manager, approva e sostiene. E pure approva quando si chiedono più soldi per costosi arredamenti della nuova sede. E ancora approva, e un po’ goffamente rilancia, un’altra idea della Belli: dopo il trasloco del Mart a Rovereto, fare delle Albere, (con l’ulteriore acquisto di edifici adiacenti) un altro Polo, questo trentino, dedicato all’arte moderna "in sinergia con le gallerie private". A parte l’idea peregrina delle gallerie trentine (che si muovono a un livello infinitamente più modesto di quello del Museo, che invece espone quadri da 18 miliardi l’uno), è il concetto di ulteriori investimenti, ulteriori spese, a essere demenziale. Ma come, si dovrebbero spendere altri soldi (oltre al Polo Botta di Rovereto, il Polo delle Albere, e da non dimenticare il Museo Depero da ristrutturare) per l’arte moderna, che in definitiva è solo uno spicchio del pianeta cultura? E’ questo il lavoro del manager che doveva razionalizzare?

In Provincia, quando Pasini - invece di lavorare con le già ampie risorse a disposizione, e magari risparmiare - viene a bussare ad altri quattrini come un qualsiasi cliente di stampo doroteo, si fanno quattro risate sul "manager". E l’assessore Molinari neanche lo riceve.

Ed ecco come il problema Mart viene ridotto al problema Pasini. Anzi, nei resoconti della stampa, che in questo caso si ferma assolutamente in superficie, al contrasto personalistico tra il presidente Pasini e il consigliere Cattani.

Le cose vanno in questa maniera. Al consiglio di amministrazione del Mart, i resti del Comitato scientifico (due membri su sei, più la direttrice) presentano il progetto scientifico del nuovo museo. Le critiche di Silvio Cattani (preside della scuola d’arte di Rovereto, turista politico già assessore alla cultura a Rovereto con la giunta autonomista di Chiocchetti, oggi della Margherita) e di Micaela Bertoldi (assessore alla cultura del Comune di Trento) si concentrano sulla mostra d’apertura - spesa astronomica per un progetto inesistente - e chiedono che il progetto sia riformulato dal nuovo Comitato scientifico, da nominare in febbraio. Richiesta sensata, cui la direttrice risponde con il fatto compiuto ("Ho già preso i contatti con gli artisti, i musei..."), in ciòspalleggiata da Pasini; e il cda vota a favore, tranne Cattani e Bertoldi.

La notizia approda sui giornali, viene presentata come un contrasto personalistico tra Cattani e Pasini, che invoca l’arbitraggio di Dellai. Dellai fa il Ponzio Pilato e Pasini, gonfio d’orgoglio, si dimette. Un mese e mezzo dopo la nomina.

Male? Molto male: discorsi su ruolo e futuro del Museo: zero.

Ma non si è toccato ancora il fondo. Pasini, forse meditando rivincite, la butta in politica, anzi in partitocrazia. E al congresso dei Socialisti Democratici si presenta come il martire socialista buttato a mare dal presidente dc-margheritino che gli ha preferito il consigliere brutto e cattivo, ma margheritino anch’egli (SDI: Riforme o poltrone?). Ancora, discorsi sul Museo zero, ma il congresso dei neo-socialisti, solleticato nei propri istinti peggiori (la "visibilità", la spartizione delle poltrone) insorge e il neo-segretario Nicola Zoller, già presidente dell’Itea per esclusivi meriti partitocratici, lancia avvertimenti minacciosi.

E Dellai? Dellai si barcamena. E’ sensibilissimo ai ricatti partitocratici, ma si trova anche pressato dal proprio assessore Molinari che vede nel Mart una possibile voragine mangia-soldi, e dalla struttura provinciale che del "manager" Pasini non vuol più saperne. E allora abbozza: ai socialisti fa mezze promesse, a Cattani dà mezze bastonate, spera che le acque si calmino. Ma le acque da sole, non si calmeranno; il problema Mart, mai seriamente affrontato, rimane a marcire.

E gli sponsor politici del Museo, la sinistra roveretana, l’intellighenzia al potere nella città della Quercia? Inerti, in anni di permanenza nel consiglio d’amministrazione del Museo hanno assistito al rinsecchire del grande progetto; il Museo, presentato come fonte di ricchezza anche economica per la città, si è trasformato, senza che se ne curassero, in una crescente fonte di spese, di dipendenza dai soldi della Provincia. Hanno tentato di reagire, presentando - debolmente - la candidatura Rella alla presidenza; ma subito accettando la (riduttiva) soluzione Pasini; e sostenendone poi l’ulteriore rincorsa agli incrementi di spesa. "Siamo stati affascinati (sic!) da Pasini in queste settimane di lavoro comune" - ha dichiarato l’assessore roveretano alla cultura Fabrizio Rasera. Mah...

E se non viene da Rovereto un livello adeguato di progettualità culturale per il Museo, è proprio difficile che venga da altre parti. E allora sarebbe da augurarsi che passi in fretta la linea dei dirigenti provinciali: da lì non viene fuori niente, riduciamo i danni, tagliamo.

I dipendenti, con le loro antenne, questo lo hanno già intuito; la grande maggioranza ha pronta nel cassetto la domanda di trasferimento ad altro incarico.