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MART: la scommessa del grande museo è già persa?

Non produce più le grandi mostre, non riesce a gestire gli archivi, ha grossi problemi organizzativi. Il Museo d’Arte Moderna, fiore all’occhiello della cultura trentina, sembra in crisi proprio quando sta per trasferirsi nella nuova grandiosa sede. Le cause, le responsabilità, le grosse potenzialità ancora aperte. Purché...

Nel cuore della città il grande cantiere procede con speditezza; le gettate di cemento si susseguono, si innalzano i pilastri, la maxi-costruzione comincia a prendere visibilmente forma: appartata, dietro la cortina dei palazzi di corso Bettini, eppur imponente. E’ il nuovo Polo culturale di Rovereto, e al suo interno la nuova grandiosa sede del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, 15.000 metri quadri di superficie, come dire centocinquanta appartamenti. “Pensare in grande”, questo lo slogan con cui l’intellighentia roveretana ha lanciato e supportato l’idea del grande museo, scontrandosi (e per una volta, vincendo) con le resistenze dei trentocentrici, coloro che ritengono che tutto debba essere concentrato nel capoluogo. Pensare in grande, quindi; e poi sfida, scommessa ecc, tutto il noto armamentario lessicale. Poi però, quando si passa dai progetti ai miliardi e ai mattoni, le parole vanno commisurate con i fatti. Oggi, dodici anni dopo l’istituzione del Museo e a due dall’apertura della nuova grande sede, in che condizioni si trova il Mart? E’ in grado di coprire il nuovo ruolo che comporta una sede prestigiosa (e costosa)? Riuscirà ad essere un punto di riferimento nazionale, oppure vivacchierà come baraccone, con un bilancio costi/benefici pesantemente negativo? Oggi questi interrogativi - mentre si discute del rinnovo del consiglio d’amministrazione, mentre il Museo viene lambito da un’inchiesta giudiziaria, mentre in Provincia si iniziano a fare conti preoccupati sui futuri costi di gestione - questi interrogativi sono quanto mai attuali.

Il progetto politico-culturale era quello di realizzare “un Museo del 2000, in cui è ospitato un pezzo della memoria del ‘900. Una memoria viva, non solo da conservare, ma anche da studiare, da trasmettere - afferma Fabrizio Rasera, assessore alla Cultura del Comune di Rovereto - E questo sarà tanto più vero se il Museo sarà il luogo dove non si lavora solo sui quadri, ma anche sugli altri linguaggi, che oggi sono sempre più interconnessi: danza, musica, anche cinema...” Obiettivo molto ambizioso, da perseguire attraverso due percorsi, entrambi portatori di evidenti ricadute economiche. Il primo è quello della ricerca che sbocca in una grossa mostra: “Come nella mostra sul Romanticismo - ci dice Franco Rella, docente di Estetica all’Università di Venezia, filosofo, a suo tempo animatore del comitato scientifico del Mart - abbiamo interessato filosofi, letterati, storici della scienza e della musica, oltre che storici d’arte e direttori di museo di tutta Europa: abbiamo avuto 16 curatori, nel catalogo ci sono trenta firme, abbiamo fatto fare un salto in avanti alla ricerca sul Romanticismo; e abbiamo avuto decine di migliaia di visitatori”. Ma la ricerca, oltre a questo sbocco dagli evidenti risvolti anche turistici, ha altre ricadute sul piano sia culturale che economico. Si sta parlando infatti di arte contemporanea, che è strettamente connessa con un mercato ultramiliardario delle opere d’arte. Un Museo su questa disciplina, con le sue esposizioni, cataloghi, studi, archivi, condiziona questo mercato, valorizza gli autori che espone, diventa, soprattutto se autorevole, creatore di ricchezza. E’ quanto il Mart ha già fatto con Depero, le cui opere, a iniziare da quelle di proprietà del Museo, si sono di molto rivalutate in seguito all’attività critica ed espositiva intrapresa sul futurista roveretano. Non solo. L’attività di studio e ricerca su testi, archivi relativi ai vari fenomeni artistici contemporanei, può essere molto intensa: coinvolgere molteplici studenti e studiosi, costituire la base per ulteriori rapporti con l’Università, di cui verrebbe ad essere un obiettivo rafforzamento.

Questi i presupposti e gli obiettivi. Ci si sta muoven- do in questa direzione? Sul fronte delle mostre, dopo la stagione delle grandi esposizioni di risonanza internazionale, che hanno riempito di visitatori l’attuale sede di Palazzo delle Albere (quella su Segantini dell’87, sul Divisionismo del ’90, sul Romanticismo del ’93), le ambizioni culturali - e i numeri dei visitatori - sembrano ridotti. A parte “Trash. Quando i rifiuti diventano arte” del ’97 ( 18.000 visitatori) e “La collezione Giovanardi” di quest’anno (14.000 visitatori), nessuna mostra è arrivata a staccare 10.000 biglietti, anzi la maggior parte ha arrancato a quote decisamente basse, e i quasi 40.000 dell’esposizione sul Romanticismo sembrano ormai un sogno irraggiungibile. “Il fatto è che non c’è più lavoro di studio, non si fanno più mostre di ricerca, ma esposizioni che possono essere fatte da una qualunque galleria, anche privata - commenta Rella - E anche la pur ottima “Trash” che ha avuto meritati riconoscimenti internazionali, è stata appaltata a persone esterne, non è il risultato di un lavoro collettivo promosso e coordinato dal Museo.” Sull’altro fronte decisivo, del Museo come luogo di conservazione del sapere, di consultazioni di archivi e biblioteche specialistiche, ci sono state grandi novità. Il Mart in questi anni - e questo, come vedremo, è un merito storico della direttrice Gabriella Belli - ha acquisito montagne di materiali: biblioteche, archivi, progetti. Ma ahimé, il Museo non sembra in grado di gestire in maniera adeguata questo cospicuo patrimonio. Oggi quello della documentazione è un mercato in espansione turbolenta, affollato di sempre nuove iniziative sia accademiche che commerciali, che hanno trovato nelle nuove frontiere della telematica uno spazio ricco di grandi possibilità, purchè ci si attrezzi per coglierle. Ma al Mart l’automazione dei materiali documentari e la costruzione degli strumenti di consultazione che l’automazione consente, sembra in affanno, non ancora in grado di decollare. Tant’è che il museo non possiede nemmeno un proprio sito Internet, attraverso il quale promuovere la conoscenza del proprio patrimonio. E la stessa cospicua massa documentaria è di fatto inaccessibile; non in quanto non venga data a chi la chiede, ma perché l’utente non sa dove cercare ciò che lo interessa. Tutto questo è dovuto, oltre che alla disorganizzazione e alle carenze di personale tecnico di cui poi parleremo, a una visione “privatistica” del Museo e delle carte: invece di metterle in rete, di promuovere la conoscenza e l’afflusso di studiosi, vige il principio che per accedere ai documenti bisogna chiedere il permesso, passare dall’archivista, farsi guidare passo passo. E così diversi studenti, giunti al Museo per eseguire ricerche, se ne sono dovuti andar via a bocca asciutta, non potendo trovare i documenti.

Per capire questi fatti, bisogna partire dal personaggio cen- trale della vicenda Mart: la direttrice Gabriella Belli. Donna non di grande classe e fascino, ha fatto regolarmente girare la testa a tutti gli uomini, politici, studiosi, direttori di Museo, che hanno avuto a che fare con il Mart. Più in generale, la sua capacità di allacciare rapporti ha costituito - e tuttora costituisce - per lei e per il Museo, un atout di tutto rispetto. E’ grazie a queste sue capacità se, in un certo periodo, si sono riunite attorno al Mart alcune delle personalità più insigni del mondo artistico-museale europeo; è grazie a lei se la collezione del Museo, inizialmente poco significativa, si è via via arricchita, soprattutto tramite donazioni e depositi (raggiungendo oggi un valore - assicurato - di un centinaio di miliardi, di cui il 65% costituito da depositi); è grazie al suo lavoro se il patrimonio di documenti e archivi acquisiti in questi anni costituisce un autentico giacimento culturale. Ed ancora, è oggi lei la carta su cui il Museo può puntare per incrementare - con spese contenute - la collezione e l’archivio. D’altra parte la direttrice ha anche dei vistosi difetti. Il primo dei quali è il ritenere, visceralmente, il Museo come cosa propria; imponendo quindi a tutti le proprie decisioni, e finendo con il rovinare gran parte di quei rapporti prima costruiti con grande sagacia e passione. Così è stato con il comitato scientifico dei primi anni ’90, con personalità come il direttore del Louvre, così è stato con Franco Rella, così con Lea Vergine (la maggior critica italiana di arte contemporanea curatrice di Trash), così con tanti altri. Attorno alla Belli le personalità di grande rilievo culturale hanno iniziato a latitare. “Quando me ne sono andato erano in cantiere una mostra su come è vista la montagna, una sul rapporto mito nordico-mito mediterraneo, una sulla nascita delle avanguardie - ci dice Franco Rella - Queste tre grandi mostre, più quelle per valorizzare i nostri artisti, formavano un programma approvato all’unanimità. Cosa è stato realizzato di tutto questo? Nulla”.

Il secondo difetto della direttri- ce, derivante dal primo, è la sua smania accentratrice. Ha sempre voluto vedere tutto, controllare tutto, dai bozzetti dei pieghevoli al testo di un comunicato stampa. Questo aspetto si è venuto intersecando con un altro: la struttura del Mart. Nato da un’operazione intelligente/furbastra dell’allora assessore alla cultura Tarcisio Andreolli, sviluppatosi poi con Tarcisio Grandi e - con minor influenza - con Paola Vicini Conci, il Museo, ente funzionale della Provincia e quindi soggetto a minori controlli, è stato infestato dal tradizionale clientelismo doroteo, ad iniziare dalle assunzioni (ai tempi del Museo delle Albere e dell’assessore Lorenzi venivano assunti i valsuganotti, poi i clienti di Andreolli, e via così). Questi criteri di gestione sono noti: uso delle risorse come strumento clientelare, personale assunto e promosso in base alla fedeltà, la professionalità mortificata in quanto vista come pericoloso incentivo all’indipendenza. La Belli tentò di contrastare questa deriva, vincendo una prima battaglia e ottenendo l’allontanamento dell’ex segretario generale della Pat Stedile, che come consulente aveva impostato tale gestione dell’ente; ma perse la guerra, e ben presto si acconciò a convivere con il sistema. E così al Mart si continuano ad assumere segretarie ma non un tecnico informatico, quasi tutti i dipendenti hanno il santo protettore, e tutta la macchina è di una straordinaria inefficienza. Al contrario di Reagan che predicava “scegli i collaboratori migliori, e poi delega” al Mart arrivano i raccomandati, e poi si accentra. Il meccanismo, nel vecchio Museo delle Albere, riusciva ancora a funzionare, con il dinamismo della direttrice che suppliva ad altre carenze. Ma con il salto di qualità imposto dal nuovo Museo (non solo le mostre, ma l’ampliamento della collezione, l’acquisizione degli archivi, la loro gestione) e con una macchina più grande, l’efficienza diventa imprescindibile. Anche Fabrizio Rasera, da sempre strenuo difensore del progetto, ammette: “Il Mart in questi anni ha dimostrato le sue grandi potenzialità. Però è vero, organizzativamente va rifondato.” Del problema se ne sono ac- corti anche a Trento, dove la Provincia è una cosa strana: capace di pensare di spendere allegramente 1.000 miliardi per un nuovo ospedale quando quello attuale è stato inaugurato trent’anni fa; e al contempo di preoccuparsi - in maniera seria - dell’incremento della spesa corrente, che se non si prendono provvedimenti rischia a breve di travolgere l’intero bilancio. E così squadre di tecnici e funzionari si sono messe a monitorare alcune situazioni esposte. E tra esse il Mart. Il Museo assorbe oggi oltre sei miliardi; con l’apertura della nuova maxi-sede le spese, secondo uno studio a suo tempo commissionato, lieviteranno a 10-12 miliardi: il gioco vale la candela? Ci sono ritorni adeguati? Non è che il Museo finirà con l’assorbire tutti gli stanziamenti del settore cultura? Il discorso è delicato e può facilmente prendere una brutta piega. Il Mart è anche il frutto più significativo del nuovo clima di collaborazione tra Trento e Rovereto instaurato dall’allora sindaco Dellai, prima con il roveretano Monti, poi con Bruno Ballardini. Dopo gli anni degli stucchevoli campanilismi dei Guarino (per Trento) e dei Michelini (per Rovereto), fra gli amministratori delle due città è finalmente avanzata la consapevolezza della necessità di lavorare insieme per non frammentare ulteriormente la già piccola realtà urbana della val d’Adige. E il Mart, corposa realtà comune che ha messo insieme i patrimoni artistici delle due città, è stata la prima concretizzazione di questa consapevolezza, la prima vera sinergia. Certo, gli ambienti più grettamente trentocentrici non hanno digerito che una grande opera di valenza sovraprovinciale come il Polo museale fosse - ohibò! - localizzata a Rovereto. E così si è dato vita a una costosa Galleria Civica d’Arte Contemporanea in evidente concorrenza (allegria, i soldi non mancano!) con il Mart, troppo roveretano; e i rappresentanti del Comune di Trento all’interno del Mart spesso sono stati percepiti come “antipatizzanti” verso una realtà ritenuta estranea. In questo quadro la doverosa iniziativa della Provincia di fare le pulci al Mart e alle sue spese, può attizzare i contrapposti latenti campanilismi.

In effetti la politica non ha fi- nora svolto un ruolo positivo nelle vicende del Museo. E se non c’è da stupirsi che gli assessori provinciali dorotei da tali si siano comportati, più difficile diventa il discorso sull’intellighentia roveretana, che dopo aver sponsorizzato il grande progetto culturale, arrivata al potere (dipendono dalla giunta di sinistra Ballardini le nomine di 4 degli 8 consiglieri d’amministrazione) finora mai si è preoccupata della concreta realizzazione dei propri progetti, mai ha posto la questione dell’efficienza della struttura, o del clientelismo delle assunzioni. Rasera rifiuta questi rilievi: “Cosa ci si imputa? Il Museo ha forse un’immagine scientifica compromessa nel mondo? No. Ha sbagliato strada? No. Si poteva fare di più, d’accordo; ci si poteva dotare di modelli organizzativi migliori, più efficienti; c’è bisogno di più professionalità, di più innovazione tecnologica. Ma non è stato facile operare in un consiglio di amministrazione con una parte - i rappresentanti di Trento - che al progetto non ci credeva, e che quindi induceva negli altri un atteggiamento di difesa che può essere stato eccessivo. Ma nonostante questo, il progetto resta, le strade imboccate sono buone, si tratta solo di rivedere il modello organizzativo.”

Insomma, incomincia a farsi strada la consapevolezza che bisogna darsi una raddrizzata. E la cosa è emersa in questa estate di fronte al problema del rinnovo del consiglio di amministrazione. Dapprima si è aperto il solito ridicolo balletto delle nomine: il consigliere Verde che strepita per mantenere il posto del collega consigliere Verde, il comprensorio della Vallagarina che vuole un posticino anche lui, Dellai che a presidente vuole nominare il preside Cattani, naturalmente della Margherita... Poi l’assessore provinciale Molinari sembra cambiare registro: rompendo con la tradizione instaurata dai suoi predecessori, rinuncia al posto di presidente (otto milioni al mese più i benefici politico-clientelari) e dà il via al monitoraggio sulle spese del Mart (e non solo: per la tranquillità dei roveretanisti incalliti vengono severamente monitorate altre strutture, tra cui il trentinissimo Centro culturale Santa Chiara). Gli imminenti problemi di ristrettezze di bilancio sembrano aprire la strada alla consapevolezza che anche nella cultura deve esserci una razionalità nel rapporto costi-benefici; e che con le mezze figure partitocratiche nei consigli di amministrazione, non si va da nessuna parte. E incominciano a circolare nomi di maggior peso. Mentre andiamo in stampa non si conosce ancora l’esito delle varie consultazioni. “Oggi il comitato scientifico non è in grado di condizionare il Museo; e il consiglio di amministrazione è incapace di controllare la direttrice. In questi termini sono organismi assolutamente pletorici - ci dice Franco Rella, che alcuni giorni dopo l’intervista è stato proposto a nuovo presidente del consiglio di amministrazione, come pure a presidente del comitato scientifico - Il fatto è che la mancanza di una guida all’altezza del compito ha fatto perdere al Mart tempo prezioso: in questi anni in altre città sono sorte diverse istituzioni che lavorano sul contemporaneo; con tale concorrenza il Polo, per decollare, dovrà presentare realizzazioni di livello culturale molto alto”.