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Il sonno della ragione

L’identità: siamo sicuri che sia un valore?

Ma l’identità è davvero un valore? Non crediate che sia una domanda futile. Non mi riferisco naturalmente alla nozione matematica o filosofica del termine. E’ pacifico che 2 è identico a 2 ed A è identico ad A. Nessuno sospetta che queste formule esprimano dei valori: rappresentano solo concetti logici. La questione comincia a complicarsi se applichiamo il termine alla persona umana. Restiamo ancora in una zona tranquilla, quasi banale, se consideriamo l’identità anagrafica di una persona; il nome, il cognome, data e luogo di nascita, stato civile, insomma le cosi dette generalità riportate dalla carta appunto di identità. A questo livello l’identità non è ancora espressione di valori.

Quando invece l’identità si materializza nei caratteri somatici di una persona ci rendiamo conto che essa inizia a porci l’opportunità di scelte. Non sono sempre in gioco valori veri e propri, ma se una persona è bella o brutta, maschio o femmina, bianca o di colore, ebbene questa sua diversa identità fisica suscita in ciascuno di noi una varietà di possibili variazioni emotive, sia pure di bassa intensità. E persino anche può stimolarci giudizi di valore quando l’identità fisionomica si presenta in un identikit riservato di solito ai malavitosi.

Se entriamo poi dentro la persona umana ci accorgiamo che la questione dell’identità diventa centrale e sovente esplosiva. Nella psicologia di una persona l’identità è un contenuto essenziale della coscienza. Ciascuno avverte la propria uguaglianza a se stesso, e la consapevolezza che gli altri riconoscano la nostra identità è condizione necessaria alla nostra salute mentale. Le crisi di identità, che si verificano quando una persona crede di essere diversa da quella che è, sono all’origine di gravi patologie. E dunque possiamo fissare come prima conclusione che un equilibrato sentimento della propria identità è per certo un fatto positivo, cioè un valore.

Ma questo valore ha in sé una molla, spesso irresistibile che lo porta ad espandersi, a gonfiarsi mostruosamente. Con effetti deleteri, e sovente tragici, per una persona singola o per intere comunità. L’ipertrofia dell’ego, ossia una sopravvalutazione della propria identità, produce malformazioni del carattere anche pericolose. La superbia e l’arroganza, l’autocompiacimento narcisistico, l’egoismo e l’egotismo sono tutti vizi ben noti, generati appunto da un esagerato sentimento della propria identità. Essi sono fonte di attriti in tutti i rapporti sociali, in famiglia e nei luoghi di lavoro, ovunque vi siano relazioni umane. Ma il momento in cui l’identità può diventare esplosiva, talvolta micidiale, è quando acquista una dimensione di gruppo. Esce dallo spazio della coscienza individuale, si contamina e si diffonde con la coscienza identitaria di altri individui, si alimenta di reciproci nutrimenti, si carica di una energia dirompente.

In questo processo di amalgamazione, il fattore di coesione non è tanto l’attrazione del simile, quanto piuttosto la repulsione del dissimile. Poiché l’identità consiste in ciò che ci fa diversi dagli altri, sono appunto queste diversità che costituiscono gli impulsi dinamici della formazione del gruppo, il quale quindi finisce per essere caratterizzato piuttosto della sua ostilità per il diverso.

Ciò è reso evidente in tutte le forme che il fenomeno assume, dalle più circoscritte alle più devastanti. Nelle violenze degli ultras del tifo calcistico o nelle interminabili spirali di sanguinose vendette delle faide calabresi e delle cosche mafiose, l’identità di gruppo o di clan familiare è soverchiata dal fine di aggredire l’antagonista. I gruppi e le comunità razziste, dalle recenti vicende balcaniche al Ku Klux Klan all’apartheid, all’Olocausto, trovano i modelli della propria identità non in valori propri, ma nella negazione dell’altro diverso.

Più complessi, per il concorso di altre concause, ma non immuni da questa medesima logica identitaria, sono stati i conflitti religiosi e nazionalistici nel corso della storia remota e recente. In nome dell’identità di tifo, familiare, di religione, di lingua, di razza, ed anche di classe, sono stati commessi orrendi delitti. Quando l’identità viene brandita come una bandiera, il meno che si possa fare è diffidarne. L’identità celtico-padana di Bossi o quella carinziana di Haider, ma anche gli umori auto-contemplativi intrisi di un malcelato orgoglio tridentino che scorrono nelle vene di certo nostro autonomismo contengono un embrione più o meno sviluppato, che può diventare un mostro. Generato appunto dal sonno della ragione.

Teniamola, amici, ben desta!