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Ancora sulla mostra di Palazzo Trentini

La Mostra sull'Arte trentina dal '50 al '75: un affastellamento di opere senza alcuna linea interpretativa.

Non meriterebbe di tornare sulla mostra dedicata all’arte trentina tra il 1950 e il 1975 (Palazzo Trentini, fino al 24 novembre), di cui si è detto in breve sul numero del 13 ottobre, se non fosse per le ambizioni del progetto e per il fatto che esso prevede un’ulteriore tappa, quella dal 1975 ad oggi, con ogni evidenza la più difficile.

Martin Demetz, "Espansione" (1962).

Se i criteri e le premesse di metodo sono quelli che vediamo messi in opera con risultati desolanti in questa occasione, sarà ancora possibile scongiurare il rischio, più che mai plausibile, di vedere sprecata anche la prossima opportunità? Forse non è inutile, allora, riparlare di ciò che non funziona in questa mostra, ovvero, di come una mostra non andrebbe fatta.

Partendo dal fondo, diciamo dell’allestimento. C’è un evidente problema di sovraffollamento di opere, una ridosso all’altra e spesso su file sovrapposte, che - come ogni buon arredatore o vetrinista sa - toglie a ciascun oggetto lo spazio necessario per "respirare", strozzando sul nascere la nostra possibilità di percepirlo. E’ però istruttivo notare una cosa: la sensazione di caos che prende lo spettatore è, per paradosso, il risultato di una meditata impostazione della mostra, in base alla quale si pretenderebbe di far comprendere l’andamento della storia dell’arte semplicemente distribuendo opere in sequenza cronologica. Questo criterio, usato da solo, è già inadeguato quando è applicato a un singolo artista, laddove si rinunci a dare alle fasi creative il diverso peso che possono meritare. Applicato a vari artisti, diventa fonte di una confusa babele di linguaggi.

Soprattutto quando si voglia, come in questo caso, proporre un numero così discutibilmente alto di autori. E’ ben vero che una storia è fatta di grandi e di piccoli eventi, di presenze e di opere che hanno una diversa importanza: ma a che cosa serve una mostra storica, se non a cercare di assegnare il giusto rilievo a percorsi creativi che hanno un diverso peso, diverso valore, a segnalare queste differenze? E come può farlo, se non operando scelte e rinunce, senza segnalare caratteri, sottolineare relazioni, distribuire accenti, in una parola: senza interpretare la storia? Ritirarsi dietro il dito della registrazione apparentemente neutra e quasi notarile di opere, non riesce a nascondere l’intento e l’illusione di elevare la reputazione di ricerche anche modeste, senza permettere a quelle di qualità (sul piano locale e, talvolta, non solo su quello) di essere pienamente percepite nella loro importanza. Qui, al contrario, le ricerche personali si frammentano, si sperdono, si banalizzano. E non c’è storia dell’arte che possa prescindere dal comprendere il nucleo di una ricerca personale. Al tempo stesso, le influenze, i confronti anche contrastanti delle poetiche non si possono apprezzare. Nulla, inoltre, cerca di spiegarci come si rapportino le ricerche locali con quelle internazionali.

Purtroppo, come vediamo, non si tratta di un puro deficit di allestimento, ma della rinuncia a scegliere e rendere esplicite certe linee di interpretazione di questo tratto della storia dell’arte trentina ricco di cambiamenti. Che del resto, non andavano reinventate ex novo, perchè il lavoro svolto per la mostra del 1988 alle Albere ("Situazioni. Arte nel Trentino dal ’45") era notevole e resta finora insuperato.

Non parliamo del catalogo, che soffre degli stessi mali della mostra. Il saggio introduttivo di Scudiero somiglia molto alla cronistoria delle partecipazioni alle maggiori collettive, che intravvede delle linee di sviluppo ma non le focalizza e soprattutto non le traduce in chiari criteri-guida per la scelta e la proposta delle opere. Non basta, poi, affiancargli i saggi di esperti anche illustri sulla storia, l’economia, la società trentina del periodo, quando si è rinunciato a una esplicita ipotesi interpretativa nello specifico terreno della storia dell’arte.

Resta, e si accentua, il problema del ruolo che si vuole assegnare a Palazzo Trentini nel sistema pubblico dell’arte in Trentino. Se si pone come osservatorio dell’arte locale - come sembra - non è affatto detto che progetti impegnativi come quello di cui si parla non possano trovare profondi raccordi con le forze - di ricerca e di memoria storica, ma anche tecniche e logistiche - impegnate negli altri soggetti del sistema, a partire dal Mart. Il grado di competizione ammissibile in questo sistema, infatti, non può e non deve affatto assomigliare al modello di competizione del mercato.

Si tratta ora di vedere se si possa e si voglia affrontare in un’altra, diversa e nuova ottica, l’impegnativa progettazione e realizzazione dell’ultima fase di questa storia.