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“Parliamone al MART”

Mauro De Carli

Il dépliant "Parliamone al MART", curato e studiato ad opera del museo, è una testimonianza di come e di quanto la dirigenza del museo sia poco competente e come al contempo si trattino con superficialità i valori e i contenuti che caratterizzano il mondo dell’arte. Così il prospetto delle attività culturali del museo resta una semplice e sterile opera di propaganda, non riuscendo a dare la neppure minima informazione di contenuto. Oltre che una accurata guida agli orari e agli appuntamenti, i curatori del dépliant ad un certo punto si avventurano maldestramente nel tentativo di destreggiarsi attorno ad alcuni concetti sull’arte che vale la pena, a mio avviso, di considerare da vicino.

Si comincia con una riflessione sulla difficoltà di valutazione dell’arte contemporanea: giusta osservazione, ma che non tiene conto che la stessa difficoltà esiste nel comprendere l’arte del passato; parlare di questo come del "problema dell’arte contemporanea" significa che si hanno, riguardo all’arte, due angoli diversi di valutazione, e questo è un terribile vizio di concetto tipico di una cultura del pregiudizio.

Curioso che si prosegua poi: "...non può fermarsi a giudizi di gradimento spesso elementari e stereotipati". La valutazione di una opera d’arte è sempre un gradimento, altrimenti non la si capisce! Il fascino dell’opera è che ti obbliga a "godere", pienamente e senza ritegno. Che questo avvenga senza pregiudizi e stereotipi dipende dall’educazione che ognuno di noi ha e, se mi si permette, anche da un altro piccolo fattore, una cosa che è un mistero nel mistero e che si chiama sensibilità! Non esiste pudore nel messaggio poetico dell’opera e bisogna affidarsi ad essa in maniera totale e libera. Parole come "bello" e "armonia" sono usate da chi di arte non capisce nulla, mentre gli stessi alla parola "godimento" inorridiscono come ad una bestemmia, un termine che ci sprofonda nel baratro dei sentimenti.

Il giudizio critico in arte è legato strettamente alla capacità di interessamento del singolo, un valore quindi relativo ma indispensabile, una necessità di "essere" misteriosa ma che quando si manifesta ha la forza di scuotere gli individui e di proiettarli a indagare, ad approfondire verso tutto quello che l’opera saprà loro rivelare. Più sapremo farlo liberi e maggiori saranno le nostre possibilità. La cura delle necessità all’arte non è delle apparenze ma della sostanza e non può essere propagandistica né superficiale. Sistemi come il disegno in otto lezioni, o tutti insieme a costruire statuine, invece che produrre genuino interesse culturale non fa che alimentare la superficialità e gli equivoci che tanto impoveriscono il valore dell’arte Condurre sistematicamente con questo principio le scolaresche in visita ai musei è sì una azione socialmente meritevole, ma culturalmente una vera canagliata. Se l’attitudine a disegnare è di tutti è perché tutti hanno il diritto di usufruire degli strumenti, ma allora che senso hanno le scuole di "attitudine", i licei artistici, gli istituti d’arte? Non contribuiscono anch’essi a coltivare il minestrone degli equivoci? Possibile che non si possa concepire che le materie artistiche debbano far parte integrante dei curricula di ogni scuola, come strumento preposto alla conoscenza al pari di tutte le altre? Perché alla parola "laboratori", nel dépliant del MART si dà al pubblico una informazione così equivoca?

Alla spiegazione del paragrafo di copia dal vero si dice: "Il laboratorio fornisce le basi per la copia dal vero". Anche un tonto capisce che questa non è una spiegazione, al massimo si può considerarla una presa in giro; non si capisce perché non si parla di "disegno" ma di copia dal vero, mentre si sa (o si dovrebbe sapere) che il "mezzo", lo strumento sul quale si deve indagare è il disegno: la copia dal vero ne è solo un aspetto Così in un susseguirsi di leggerezze e banalità che sconcertano.

Se chi ha la responsabilità di educare non riesce a mettere quel minimo di ordine necessario alla comprensione di tutti, si corre il rischio che strutture costose e importanti vengano avvilite nella loro funzione e defraudate della loro ragione sociale di esistere. Sciocchezze. comeil paragrafo disegnare ad occhi aperti un museo come il MART dovrebbe avere il pudore di non scriverle: l’attitudine al disegno di ogni individuo non c’entra nulla con l’arte; insistere con questi concetti distrugge il genuino interesse della gente al mondo dell’arte: di descrizioni scientifiche dell’occhio, della simbiosi di mano e cervello e di tutte queste convulsioni teoriche che da anni si sforzano di dare credibilità al "metodo", non se ne può proprio più.