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La grande sete della pianura

Il Veneto in difficoltà pretende l’acqua della montagne trentine. Che nessuno pensa a gestire.

La pianura ha sete e pretende acqua, da ogni situazione. Nel Veneto si sta ammazzando definitivamente il fiume Piave, in Lombardia si prosciugano i torrenti delle valli alpine, il Trentino subisce le pressioni dei grandi consorzi agricoli lombardi e veneti.

Il torrente Vanoi.

Questi ultimi impongono un’agricoltura intensiva che attinge da decenni alle imponenti risorse idriche provenienti dalle Alpi, strutturando l’intero settore sul principio dello spreco. Ma ora, causa i cambiamenti climatici, sempre più evidenti, sta arrivando il conto di simili comportamenti, un conto che sembra definitivo. Tutti i pozzi sono prosciugati, le falde acquifere prima sfruttate oggi sono invase dalle sabbie o dal terreno, i terreni sono ormai incapaci di assorbire e trattenere acqua, e la fertilità di queste grandi estensioni appare compromessa.

Sono elementi che avrebbero dovuto indurre preoccupazione nella classe dirigente politica, avrebbero dovuto suggerire la percezione di un’emergenza che come tale andava affrontata. Come sempre accade sulle questioni ambientali, si ricorre invece alle scelte del giorno dopo giorno, in assenza di valutazioni ampie e di ricerca di sinergie fra settori e competenze diverse.

La centrale di Porto Tolle rimane senz’acqua perché utilizzata dai consorzi irrigui? Semplice, si chiede un maggiore rilascio dal lago di Garda. Questo provoca un abbassamento del livello delle acque ed un danno all’economia turistica? Ancora più semplice, si usi la galleria dell’Adige e si prelevino acque da questo fiume per mantenere corretti livelli nel lago. Ognuno pensa al suo particolare ed è totalmente assente una politica territoriale d’insieme.

Identica la situazione nel Trentino. Avevamo già scritto nel passato delle devastazioni subite dal Brenta, fin dalla sua nascita, lungo tutta la Valsugana ed i danni ancor più evidenti presenti nel passaggio da Bassano del Grappa fino al mare Adriatico.

Anche in questo caso i consorzi agricoli hanno sempre più sete, hanno esaurito e cancellato i pozzi presenti, e così le campagne ad ogni pioggia poco più che consistente vengono allagate e poi costrette a lunghi periodi siccitosi. Invece di investire in un’agricoltura diversa, invece di programmare il risparmio della risorsa idrica, invece di lavorare per un recupero di naturalità, e quindi di equilibrio della campagna, si guarda alla montagna, uno scrigno che raccoglie risorse che sembrano inesauribili.

L’alta valle del Vanoi dispone ancora di acque libere? "Servono a noi"- dicono nella ricca pianura veneta. E aggiungono: "Imbrigliatele con una diga e mettetele a nostra disposizione".

La precedente giunta provinciale (gestione Andreotti) qualche promessa in tal senso l’aveva lasciata fuggire, forse anche l’allora sindaco di Canal S.Bovo Luigi Zortea, ma tutto era stato bloccato dalla protesta degli abitanti del Vanoi e del Primiero, dall’attività di personaggi politici che oggi siedono in giunta provinciale. In questi giorni di grande caldo i consorzi della pianura sono ritornati all’attacco: non accettano mediazioni, vogliono la grande diga, utile per raccogliere e conservare acqua e produrre energia elettrica. Delle conseguenze sul territorio, sull’economia del Vanoi, delle esigenze delle popolazioni locali a loro nulla interessa. Siamo sempre davanti alla solita questione: la pianura deve soddisfare ogni suo bisogno, ed i politici delle regioni montane hanno abituato i grandi potentati economici e politici ad essere assecondati, hanno subìto mezzo secolo di totale asservimento. Altro che autonomia. Altro che rispetto.

Dopo l’esperienza di cinque anni fa, anche in situazione di piena emergenza, era lecito attendersi comportamenti diversi: rispetto della montagna, una proposta meno indecente innanzi a tutto. Ma c’era stato anche il tempo per dare avvio ad un lavoro di risanamento degli squilibri ambientali causati dall’agricoltura intensiva della pianura: un ripristino ambientale dei corsi d’acqua e il diffondersi di una gestione della risorsa idrica basata sul risparmio. Erano promesse che i responsabili dei consorzi agricoli avevano portato nella valle del Vanoi. Non è avvenuto niente di tutto questo, la voce veneta si è alzata con la solita prepotenza, come altrettanto arrogante pochi giorni prima era stata la voce dei gestori della centrale di Porto Tolle.

Chiedere di gestire al meglio le risorse presenti nella montagna non significa certo alzare muri e chiudersi alle esigenze di vita che la pianura esprime, anzi. E’dovere di chi dispone di risorse costruire politiche solidaristiche basate anche sulla ridistribuzione. Ma chi abita e vive la montagna ha anche il dovere della conservazione di questi beni; deve quindi investire in infrastrutture leggere che non producano danni irreversibili, deve imporre la sua capacità amministrativa e la sua autonomia decisionale. E nella pianura deve nascere la consapevolezza di un rapporto diverso nei confronti della montagna, che non può essere territorio di scorribande affaristiche (seconde case, grande viabilità, impianti sciistici), ma terreno fragile, che va utilizzato con mano dolce. Perché questo avvenga, è necessario che la popolazione locale mantenga forte la sua identità e il legame con il territorio di appartenenza; è necessario le venga permesso di utilizzare il suo territorio senza dover subire imposizioni.

Le proposte che ritornano verso il Vanoi vanificano questi percorsi basati sul rispetto. Non solo: permettono ai consorzi della pianura di rinviare ancora scelte ormai mature basate sul risparmio e sul corretto utilizzo delle risorse. Sta alla Provincia di Trento ora riscrivere su contenuti forti i valori della propria autonomia, come gia abbiamo detto senza tralasciare doveri solidaristici, ma senza dover subire altre imposizioni, si chiamino queste Valdastico, dighe o collegamenti sciistici.