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Allora la scuola va bene com’é? Non proprio…

Troppi all’università non ci arrivano. E troppo dipende, ancora oggi, dalle condizioni sociali della famiglia.

A sentire i nostri studenti universitari la scuola superiore, all’ingrosso, funziona. La scuola in cui, ben protetti, chini sui libri, accompagnati dagli insegnanti, sono vissuti dai quattordici ai diciannove anni, è l’agenzia che più ha contribuito alla loro formazione culturale. Essa è prima in classifica con 3173 punti, davanti alla famiglia (3110), ai libri e ai giornali (2692), agli amici (2217). Seguono, staccati, le associazioni (1193), la televisione (1631), Internet (1228). Ultima è la Chiesa cattolica (1084).

Vittoriosa è dunque la scuola che, nella sua struttura, licei, istituti tecnici, e professionali, è stata "riformata" per l’ultima volta da Giovanni Gentile nel 1924. Proprio essa è considerata decisiva o importante dal 74,7% dei giovani, irrilevante solo dal 2%.

E’ la scuola in cui gli insegnanti si sentono sfiduciati e depressi. Lo dicono le cronache, i sondaggi, le indagini. Essi avvertono in forte declino il loro prestigio sociale. Nella società postindustriale, in rapida trasformazione, i mezzi di comunicazione di massa mettono in crisi l’aula come agenzia prevalente nella trasmissione di conoscenze e di modelli culturali. La classe dirigente poi, la classe politica, ma anche gli imprenditori, i sindacati, gli intellettuali, i giornali, ha considerato per anni la scuola un settore marginale. A resistere, i motivati, dice l’indagine Iard, sono il 25%, una minoranza che fatica a coinvolgere la massa di colleghi incerti o renitenti.

Eppure la cultura generale che questi insegnanti stanchi e impauriti hanno fornito è considerata dagli studenti universitari di livello buono (31%) o discreto (50%), insufficiente solo dall’1.5 %. Anzi, proprio questi insegnanti, che leggono poco i giornali (solo il 54% lo legge tutti i giorni), e hanno un rapporto difficile con la multimedialità, sono riusciti a convincere gli studenti, con l’insegnamento e l’esempio, che la cultura generale è decisiva o importante (98%).

E’ però, questa degli studenti universitari, una soddisfazione che non ci lascia tranquilli. Che insospettisce, e preoccupa, per dirla in tutta franchezza.

Non ha dunque bisogno di riforme la scuola? Quelle di Berlinguer e De Mauro, e oggi di Letizia Moratti, sono dunque chiacchiere a vuoto? "Fra l’una e l’altra non c’è differenza, che pensino gli insegnanti a insegnare, e gli studenti a studiare" - mi ripeteva qualche tempo fa un dirigente scolastico, un trentino, autonomista convinto. Semmai, par di capire, anche da certe risposte degli studenti, quello che manca, a una scuola già buona, è un’aggiunta di inglese, d’informatica, di stage in impresa (vedi Grafico 2). Che sarebbero le tre mitiche "i" con cui Silvio Berlusconi è stato incaricato di ammodernare la scuola e l’Italia.

GRAFICO 2 - Gli aspetti della scuola superiore che vorresti migliorati (graduatoria in ordine di importanza)

Prendiamo dunque atto che la cultura di destra non viene da Marte, ma interpreta un bel pezzo di società? La "scuola perenne", si dice, va rispettata e apprezzata, accompagnata nel suo lento fluire. Le riforme di cui va cianciando la sinistra politica è un voler raddrizzare le gambe ai cani.

Ma scavando un poco più a fondo, nei silenzi e nelle contraddizioni di questi giovani, fra le righe delle risposte, le cose si complicano. Intanto gli studenti universitari parlano ovviamente per sé, per coloro che all’università sono approdati. Ma i molti, troppi in Trentino, che hanno "scelto" di rinunciarvi, sono altrettanto entusiasti della scuola che li ha diplomati? E quelli che nemmeno al diploma sono approdati, i drop-out, che cosa pensano? Fra gli iscritti all’università, infine, ci sono tutti i liceali, un numero più ridotto di "tecnici", pochissimi i "professionali".

Sono dati che ci parlano, più che dell’efficacia della scuola frequentata, della bravura della famiglia a cui ci ha iscritti la nascita. Sono dati su cui ragionare anche i seguenti. Quasi il 30% dei ragazzi fra i 15 e i 18 anni di età non sono coinvolti in alcun progetto formativo, e la dispersione è originata dalle condizioni sociali delle famiglie. Al diploma di scuola media inferiore gli "ottimi" e i "distinti" si addensano sui figli dei laureati e dei diplomati, i "sufficienti" sulle famiglie di livello culturale medio-basso. I più a rischio, fra gli universitari, non sono i liceali.

Sono questi i dati che impongono di porre mano a una riforma democratica della scuola, dall’infanzia all’università. Un sistema produttivo, e di cittadinanza, all’altezza dei tempi, richiede "per tutti" un livello culturale elevato. Voglio dire: perché io possa trovare un lavoro "buono"(in cui i prodotti e i processi siano in funzione dell’uomo), e possa vivere in una città "buona" (in cui tutti si impegnino a ridurre il traffico, l’inquinamento, il consumo d’energia), è necessario che a scuola non si perda nessuno. Non oso pensare a uno studente universitario, soddisfatto, che se la cava dicendo che se il compagno di banco è finito drop-out è certo per colpa sua. Che il ministro, l’assessore, il preside, l’insegnante, e lui, compagno di banco, non c’entrano proprio: che c’entra la scuola con la politica?

Ma non è solo questione di numeri, di quanti arrivano e di quanti si perdono. Facciamo un esempio. Più dell’80% di questi studenti dichiara buona o discreta la propria padronanza della lingua italiana, che è la competenza fondamentale che la scuola deve fornire. Quella che ti permette di imparare per tutta la vita: di ascoltare una conferenza sull’energia, di intervenire in assemblea, di leggere la politica sul giornale, di scrivere una lettera di protesta.

I docenti universitari affermano invece che gli arrivano giovani che non sanno più scrivere. E anche gli esperti che hanno analizzato i testi scritti agli esami di Stato sono impietosi: soltanto l’ortografia pare salvarsi, cioè le maiuscole, gli accenti, le doppie. Il lessico e la sintassi, cioè i connettivi logici e la precisione, sono una frana. E così lo stile e il registro, cioè la competenza a gestire testi diversi, perché l’avviso non è un telegramma, né il saggio una lettera, né la cronaca un commento adatto ai giornali. E’ vero che poi certi docenti universitari come cura rimpiangono il "tema", invece che sviluppare il plurilinguismo che Tullio De Mauro ha da poco introdotto a scuola con immensa fatica. L’ultima, a sinistra, Lidia Ravera, che ho rimproverato, per quello che vale, su QT n.15, Rimpiangere il "tema"?.

Che le cose siano complicate lo prova il fatto che, fra i miglioramenti richiesti, da questi studenti che della scuola sono contenti, il primo, il primissimo, sono gli insegnanti più motivati: il punteggio è 2321 (vedi ancora grafico 2). Questo è un punto cruciale e delicato, perché la nave su cui giovani e adulti sono imbarcati, è la stessa, le stesse le onde, la stessa la sfida.

La crisi di trasformazione è epocale, paragonabile al passaggio dall’oralità alla scrittura, e dalla scrittura alla stampa: è la "terza fase", per usare le parole di Raffaele Simone. L’intelligenza simultanea sta prevalendo su quella sequenziale, la comunicazione per immagini su quella discorsiva e scritta. Sul libro la mente procede linearmente un passo per volta, e ordina, gerarchizza, struttura i pensieri, in modo da renderli successivi. I giovani sono invece attratti dalla visione non alfabetica, che rifiuta analisi e gerarchie logiche. Il loro sapere accenna e allude, piuttosto che ordinare e strutturare.

E’ la crisi di un’egemonia secolare su cui si è formato lo Stato moderno: ne sono sintomi il prevalere della popular culture sull’Alta Cultura, il declino dei "saperi esperti" come guide all’amministrazione della cosa pubblica, la disgiunzione tra politica e cultura, la divaricazione tra capitale economico e capitale culturale. L’indebolimento del prestigio sociale dei ceti intellettuali è interno a questo processo. Dopo il "disincanto" siamo a un "reincanto" del mondo: Arnold Schwarzenegger ha vinto nella ricca California. E prima, chi ha vinto in Italia?

Della partita, in cui è coinvolto chi apprende e chi insegna, non conosciamo il risultato. Gli studenti universitari, senza distinzione di scuola, di famiglia, di facoltà, se potessero tornare indietro, studierebbero meglio la storia. Non i re, i papi, gli imperatori, e i generali, immagino. A questo rimpianto c’è ancora rimedio: esistono libri, convegni, cassette, CD, per capire il passato, e orientarci così nel presente. Abbiamo bisogno del mercante e dell’ingegnere, ma anche del filosofo e del poeta.

Di fronte al mondo che cambia talvolta è opportuna la "resa", talaltra la "resistenza". Noi piccoli, alla fine degli anni ‘40, la maestra tentò di costringerci, in aula, a scrivere intingendo l’asticciola nell’inchiostro del calamaio, invece di usare la biro, che stava trionfando in città. Una volta persa quella battaglia, ci impegnò però a scrivere stando con ordine dentro le righe.

Anche oggi, l’età d’oro della scuola, e del mondo, non è nel passato, è in un futuro da costruire.