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Il Mart non è solo mostre

Al lavoro di ricerca si presta poca attenzione e si danno mezzi insufficienti.

"Esiste un lavoro sommerso del museo che nessuno né vede né vuole vedere. E’ questa la tragedia. Il museo nella sua complessità non è colto dal pubblico di Rovereto, né dagli altri istituti".

Si dispera a ragione, Gabriella Belli, rispondendo al Corriere del Trentino. Nella discussione suscitata dall’anniversario della gloriosa apertura della nuova sede, si avvertono pochi riferimenti alla dimensione propriamente culturale del Mart e in particolare a tutto ciò che non è direttamente connesso al ciclo di produzione e consumo di mostre. Belli ricorda alcuni dei risultati delle attività editoriali e di ricerca, in particolare il grande Dizionario del futurismo e tutto il lavoro svolto sugli archivi futuristi (sui quali il Museo ha promosso un convegno internazionale i cui atti sono in preparazione).

Avrebbe potuto ricordare molto altro, ad esempio il rilevante volume su Angiolo Mazzoni, l’architetto di tanti edifici pubblici dell’Italia degli anni ’30, stazioni ferroviarie e palazzi delle poste in particolare. Oppure il convegno Nuove scritture, dedicato alle ricerche verbovisuali dagli anni Sessanta ad oggi. In tutti questi casi il Mart non si è inventato, per così dire, un interesse occasionale. La costruzione di un centro studi sul futurismo è uno degli obiettivi costitutivi del Museo; l’Archivio di Nuova Scrittura depositato presso il Mart e presso Museion di Bolzano dal collezionista Paolo Della Grazia fornisce lo stimolo (ed il vincolo) a farsi centro di iniziative su un terreno di ricerche artistiche ben individuato, quanto ricco di sviluppi e connessioni; la storia dell’architettura del ‘900 è uno dei filoni su cui il Museo si è meglio caratterizzato.

Se ci si accorge poco di questi e di altri lavori sommersi, è anche perché stenta ad affermarsi la percezione del Museo come centro di ricerca, che pure è elemento imprescindibile del modello che è andato configurandosi fin dalla sua nascita. Discutendo delle prospettive del Mart, ci si cimenta nella valutazione delle cifre dei biglietti acquistati, ma si bada poco alla crescita della biblioteca e degli archivi, alla loro effettiva fruizione, al numero e alla qualità delle ricerche e dei ricercatori, alle relazioni con le altre istituzioni culturali, con le scuole, con le università. Nell’angusta concezione dell’economia che affiora in molti discorsi, vengono in evidenza le voci di spesa, ma si ignorano le entrate non monetarie rappresentate dall’incremento e dalla valorizzazione del patrimonio, dall’avanzamento delle conoscenze, dai risultati formativi, dalla quantità e dalla qualità dei prodotti culturali che si concorre a realizzare.

E’ necessario chiedersi però se non ci siano responsabilità del Mart in questa seria difficoltà di comprensione. A noi pare che ce ne siano a più livelli. Il primo, e meno grave, è quello della capacità di comunicare quello che fa. Il Dizionario del futurismo è un’opera di rilievo nella cultura nazionale, ma a Rovereto non è stato nemmeno presentato. Il volume su Mazzoni ha la visibilità pubblica di un manoscritto non schedato. Al convegno sulle nuove scritture la stampa non ha concesso un centesimo dello spazio dedicato alla gestione del ristorante o all’acquisto dell’enigmatica porta dell’artista ucraino: segno dei criteri selettivi delle cronache locali, ovviamente, ma anche della pigrizia o inefficacia dell’informazione che parte dal Museo.

Ma c’è un secondo tipo di responsabilità, assai più grave. Il Mart dà esso stesso una rilevanza inadeguata agli obiettivi che pure si assegna. Il Centro studi sul futurismo non decolla ancora, dopo un’incubazione lunghissima. Avrà bisogno di risorse non piccole, di collaborazioni non occasionali, di autonomia di funzionamento, di una figura che possa dedicare al suo coordinamento buona parte delle sue energie: se il Museo non avrà partner esterni che garantiscano i finanziamenti necessari (attualmente sta discutendone con la Fondazione Cassa di risparmio), dovrà pure trovare lo spazio nei propri bilanci per un primo avviamento. La crescita della biblioteca e degli archivi reclama investimenti più consistenti sull’organico e sulla catalogazione. Il salto di qualità realizzato con la nuova sede incentiva la disponibilità dei proprietari a cedere archivi e collezioni di documenti: ma una strategia di sviluppo comporta a sua volta mezzi finanziari.

In che rapporto stanno le cifre stanziate a questo fine con quelle impegnate per l’affitto e l’acquisizione delle opere? L’impressione è che, nella definizione delle effettive priorità di bilancio, a questa parte del Museo sia dedicata un’attenzione ridotta. Analogo discorso si potrebbe fare per le borse di studio e per i contratti di ricerca. L’obiettivo di fare compiutamente del Mart un grande laboratorio richiede consistenti spostamenti di risorse dalla gestione alla valorizzazione del patrimonio, o l’acquisizione di nuove risorse rigorosamente finalizzate. Ogni serio confronto sul suo futuro dovrebbe assumere questo come uno dei problemi principali.