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Lettera aperta all’assessore Andreolli

Fino all’estate dello scorso anno, in provincia di Bolzano, operava il Centro "Lahuèn", struttura "alternativa" per la cura ed il recupero di giovani affetti da gravi disagi psichici. Caratteristica del Centro, il coinvolgimento graduale della persona malata in attività di gruppo, di lavoro, ludiche e di scambio di esperienze, con l’obiettivo della ricostruzione di una normalità di vita e di rapporti, senza necessariamente ricorrere agli psicofarmaci.

L’attività del Centro, accompagnata da significativi casi di successo, aveva aperto grandi speranze a diverse famiglie, desiderose di sperimentare strade nuove per i propri malati. In sostanza, il Centro aveva rappresentato, in un certo qual modo, un’alternativa ai tradizionali percorsi di cura offerti dalla sanità pubblica, i cui metodi e i cui risultati andrebbero, forse, analizzati e valutati con maggiore attenzione e trasparenza.

Risulta, inoltre, che il Centro avesse attivato delle convenzioni con le Province autonome di Bolzano e Trento. Ad un certo punto, il dott. Encina, responsabile da moltissimi anni del Centro "Lahuèn" di Bolzano, decide il trasferimento della struttura a Ruffrè, in Val di Non. Non è dato capire il perché di questo trasferimento, né i motivi per i quali, successivamente, il luogo di cura è stato costretto a sospendere la propria attività non molto tempo dopo il suo trasferimento in terra trentina.

Sono forse venute meno le convenzioni? Se sì, sarebbe interessante conoscerne i motivi. La struttura non era in regola con i parametri richiesti per lo svolgimento della sua attività? Oppure il dott. Encina aveva dato fastidio a qualcuno?

Sono interrogativi che mi pongo nell’ambito della mia esperienza a fianco di una persona, fragile psichicamente e soggetta, talora, a delle crisi pesanti; nel corso di queste crisi, essa si riduceva ad una larva in seguito alla somministrazione, da parte del Centro di salute mentale, di potenti psicofarmaci. Aggiungo, inoltre, che, oltre a rappresentare l’unico approccio alla malattia, queste cure hanno provocato danni gravi al metabolismo di questa persona. Di contro, le terapie del dott. Encina si sono rivelate un’alternativa promettente e già contrassegnata da risultati molto positivi.

Ora, perché non rendere possibile questo percorso, nell’ambito del servizio sanitario pubblico, per tutti coloro che intendono sperimentarlo? Una risposta convincente da parte del responsabile della sanità trentina a queste mie domande rappresenterebbe un contributo apprezzabile per fugare eventuali sospetti, offrire trasparenza e una soluzione razionale a una vicenda che sta a cuore a molte famiglie con malati psichici.

una_madre@infinito.it

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