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Incultura politica

Come si pasticcia con le istituzioni, a Roma come a Trento. E come si sovraccarica il quadro istituzionale di nuovi enti, nuovi livelli di potere.

Colpisce, ed un po’ deprime, la miseria, ad essere generosi, la mediocrità culturale della politica dominante dei nostri giorni.

Rocco Buttiglione.

Un onorevole Buttiglione, addirittura filosofo, che vuole andare a Bruxelles a fare il commissario e non ha l’accortezza di tentare, davanti al Parlamento Europeo, una diplomatica mediazione delle sue idee private un po’ vecchiotte con la cultura laica e tollerante affermatasi in Europa. O era ignaro di un tale prevalente orientamento culturale o ha sdegnato di tenerne conto. In entrambe le ipotesi il suo atteggiamento è apparso grezzo, privo di stile, appunto culturalmente mediocre, tale da sfigurare come persona e nostro rappresentante.

La maggioranza parlamentare che sta faticosamente portando in porto una riforma dell’ordinamento giudiziario con una legge formata da un articolo unico, lungo più di trenta pagine, contorto, illeggibile, incomprensibile, il cui contenuto erode l’indipendenza dell’ordine giudiziario ma contiene un meschino privilegio a favore dei suoi estensori, i magistrati dell’ufficio legislativo del ministero, che per avere ricoperto un tale incarico dovranno essere preferiti, secondo la nuova legge, nell’assegnazione dei ruoli direttivi degli uffici giudiziari.

Che dire poi della riforma costituzionale che sta marciando a tappe forzate sotto il ricatto leghista? Si parla di federalismo ignorando che con questo termine si designa un processo di accentramento di poteri e non di decentramento. Il testo che si sta per varare mescola derive secessioniste e rivincite centraliste, minaccia l’unità nazionale e soffoca l’autogoverno, mette a rischio l’universalità e l’eguaglianza di diritti fondamentali, fomenterà il contenzioso fra Stato, Regioni e Comuni. Abbandona la forma di governo parlamentare senza approdare ad un modello presidenziale, mette il Parlamento alla mercè del Primo Ministro, ignora l’esigenza di un equilibrio e bilanciamento dei poteri, dà la stura ad un incremento incontrollato dei costi pubblici. Non vi è un criterio ispiratore, un modello di riferimento, una logica che contemperi democrazia liberale ed efficienza, non vi è alcuna traccia di cultura costituzionale.

Non è migliore il quadro locale. L’assessore Bressanini aveva impostato secondo un organico disegno la cosiddetta riforma istituzionale. Volendo smagrire la provincia è necessario delegare agli enti locali numerose funzioni oggi accentrate in Piazza Dante.

Ma vi sono troppi Comuni e troppo piccoli. I servizi delegabili esigono almeno una dimensione di valle. Da qui la logica deduzione di promuovere l’accorpamento consensuale dei Comuni minori in Comuni di valle. Il progetto così concepito ha una sua logica. Ne è seguito uno sfacelo. Comunità di Valle, ente intermedio con presidente eletto a suffragio universale ed assemblea ad elezione di secondo grado, ente intermedio inserito nella Costituzione ad opera di due baldi deputati dell’Ulivo, (quando sarebbe logico invece togliervi la zavorra delle provincie ordinarie), legge regionale che conferisce alle Provincie il potere di far eleggere gli organi delle comunità di valle a suffragio universale. Si è perso ogni ben dell’intelletto!

E tutto perché? Per salvare le tradizioni raccolte nei piccoli comuni. Ove non c’è democrazia... ma ci sono le tradizioni! Per custodire tali tradizioni basterebbero i consigli di frazione o di villaggio, con poteri adeguati a tali limitate funzioni. Ma i servizi delegabili, le funzioni proprie dei Comuni si attribuiscano ai Comuni di Valle, senza bisogno di inventare un nuovo ente, di intasare la pubblica amministrazione di nuove, inutili strutture. Questo suggerisce, a me pare, una onesta cultura istituzionale. Certo, ci saranno meno sindaci.

Ma davvero i nostri problemi sono trovare un incarico illustre all’on. Buttiglione, garantire ruoli direttivi ai magistrati del ministro Castelli, coccolare la Lega perché prenda voti in nome della devolution, blandire la vanità dei cento sindaci dei nostri minuscoli comuni?