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Il suicidio dell’Ulivo: una spiegazione

Il progetto di Prodi (superare le distinzioni tra laici e cattolici) da una parte, e quello di papa Ratzinger (accentuare l'identità religiosa) e del cardinal Ruini (assicurarne la proiezione politica) dall'altra: radicalmente divergenti. Di qui lo strappo di Rutelli?

Comprendere le ragioni per cui ciclicamente i leader del centro sinistra italiano entrano nel vortice delle polemiche, delle vendette, delle accuse e delle contro-accuse, è impresa più da psicanalista che da osservatore politico. Quanto ai cittadini elettori, confusi o indignati dal "pane e cicoria" rutelliano o dalle funamboliche alchimie lessicali di Arturo Parisi (che passa dall’Ulivone al centro-sinistra con trattone anziché con trattino, dal Listone alla Federazione), sono giunti ad invocare come programma unico dell’opposizione l’imperativo, sempre disatteso, "Non litigate!"

Prodi e Rutelli.

Ma, ahimè, gli ormai famosi nove segretari dell’Unione, se annusano il profumo della vittoria, ricominciano a litigare. Troppo facile sarebbe fare sarcasmo e troppo impegnativo comprendere le ragioni politiche (che pure, al di sotto di tutto, ci sono) che hanno spinto alla rottura Prodi e Rutelli.

In questa sede vogliamo infatti tentare di dare un quadro più ampio, ritenendo, forse con eccessiva ingenuità, che dietro l’ennesima fibrillazione ulivesca non ci siano soltanto rancori e apparati, nomenklature e strategie personali di potere, organigrammi e poltrone di governo, ma si possano forse scovare analisi politiche degne di tale nome.

Il famoso progetto con cui Prodi ha fatto nascere l’Ulivo nel 1995 era quello - che ora viene ripetuto come una nenia - di superare la distinzione tra laici e cattolici in politica, situazione che aveva segnato tutto il dopoguerra. Questo progetto culturale è avanzato o regredito negli ultimi dieci anni? L’atmosfera sociale e politica odierna favorisce od ostacola questa idea? E la Chiesa del dopo-Wojtyla, con il suo nuovo protagonismo nella battaglia politica italiana, c’entra qualcosa? Non vorrei mescolare sacro e profano, o mettere sullo stesso piano giganti e nani, ma il clima che oggi si respira in Italia e non solo ci invita a svolgere alcune riflessioni più generali.

Dall’11 settembre in poi è tornato alla ribalta l’incandescente ed ambiguo concetto di identità culturale e/o religiosa. Dio è tornato in primo piano non tanto nell’effettiva spiritualità degli uomini, ma nelle parole dei grandi condottieri degli eserciti del bene e nei proclami efferati dei terroristi. La religione, dietro cui si nascondono i soliti meccanismi politico-economici e gli interessi di potere, torna a dividere in modo netto, sanguinoso a volte. Ma mentre tutti dibattevamo sullo spauracchio della guerra di civiltà, lentamente rinnovate divisioni di carattere religioso si insinuavano nelle nostre società occidentali. Ovviamente a partire dagli Stati Uniti, dove comunque esistono da sempre validi anticorpi. In Europa la realtà è molto più complessa con un tumultuoso fenomeno di immigrazione, anche islamica, e con ferite di carattere etnico-religioso ancora aperte. Il tema delle "radici cristiane dell’Europa" ci rimanda ancora al concetto di identità di fronte a un diverso "non-cristiano".

Le sfide etiche che la scienza e la tecnica ci pongono in maniera prorompente, soprattutto in materia di genetica umana, accentuano in maniera inarrestabile le differenze di carattere culturale e soprattutto religioso. Come molti osservatori hanno notato, Bush ha rivinto le elezioni più per la sua fede che per la sua politica, più per la sua posizione sui matrimoni gay e sull’etica della vita (paradossale per il recordman delle condanne a morte) che per la guerra in Iraq.

In Spagna lo scontro fra governo laico e Chiesa cattolica raggiunge apici riscontrabili solamente nel periodo precedente la guerra civile, mentre quasi ovunque in Europa aumenta la paura verso gli immigrati islamici, anche se per ora almeno le Chiese tentano di fare argine a questa deriva.

La Chiesa cattolica ha risposto a questo scenario con l’elezione al soglio pontificio del cardinal Ratzinger, roccia dell’ortodossia, fautore di un’identità forte seppur dialogica, accusatore senza infingimenti di quella "civiltà della morte" e "dittatura del relativismo", che, secondo le parole dell’ex custode della dottrina della fede, hanno la loro base proprio in Europa. Con i non credenti si può dialogare, mai confondersi; si possono tollerare, ma da posizioni diverse; si possono trovare comuni campi di impegno, ma mai "fermentarsi a vicenda" come suggerirebbe il cardinal Martini.

Come si riverbera questo quadro nella politica italiana? E’ completamente avulso dalle squallide beghe di bottega degli unionisti? Credo di no, perché le influenze del clima internazionale trovano sovente applicazione all’Italia e perché in fondo il Vaticano è nel cuore di Roma.

Il pontificato di Giovanni Paolo II nei confronti della politica italiana è stato "progressista", nel senso che si è guardato bene dall’intervenire personalmente negli affari interni italiani, attirandosi per esempio le critiche di non pochi presuli per non aver mosso un dito per salvare la DC. Qualcuno potrebbe obbiettare che, dopo la morte del partito unico dei cattolici, il potere di influenza della Chiesa è sproporzionatamente aumentato: ma questo perché in un regime bipolare maggioritario è fondamentale la caccia all’ultimo voto, specie se di centro moderato.

Il cardinal Camillo Ruini, presidente della Cei.

In secondo luogo non è un caso che dopo il giubileo del 2000, venuta meno la missione spirituale che il pontefice si era dato e cominciando il suo vistoso e debilitante declino fisico, papa Wojtyla abbia subito il protagonismo di alcuni cardinali, in primis di Camillo Ruini. La Chiesa così ritorna alla grande in politica con delegazioni di presuli a palazzo Chigi (soprattutto nei primi anni del governo Berlusconi, quando Silvio era considerato da alcuni l’uomo della Provvidenza) per discutere di finanziamenti alle scuole cattoliche, della legge sulla procreazione assistita, dell’importanza dei simboli religiosi nelle scuole.

La divaricazione tra laici e cattolici anche in politica è aumentata in questi ultimi anni, subendo un’accelerazione (per alcuni imprevista, ma in realtà prevedibile, visto quanto si muoveva nella Chiesa) incredibile dopo l’indizione del referendum contro la legge 40.

Sono troppo giovane per ricordare le battaglie sul divorzio e sull’aborto, ma penso che bisogna ritornare a quei tempi per cercare un paragone con l’interventismo ecclesiale odierno. Sicuramente i vescovi hanno diritto di esprimere con vigore anche aspro le loro convinzioni, ma l’invito, anzi l’imposizione ai cattolici di astenersi dalla consultazione referendaria ci fa tornare ai momenti più acuti di dissidio tra mondo laico e mondo cattolico. Il nuovo motto "Dio ti vede ma Ruini ti vede meglio" rischia di impedire a quei cattolici che volessero votare no di farlo in piena libertà senza qualcuno che controlli se sei andato alle urne o meno. Su questo punto si attende addirittura una dichiarazione, magari solamente allusiva, di appoggio all’astensione da parte di Benedetto XVI.

Di fronte a questa situazione molti politici si sono inchinati convintamente, altri subdolamente, altri per pura convenienza politica. Prodi, solo per aver manifestato che si recherà alle urne (per votare quasi sicuramente no) è stato praticamente linciato dal gran parte del mondo cattolico. Rutelli invece completa la sua conversione, non solo al cattolicesimo ma al più puro clericalismo, per ora stando zitto sul referendum poi, se i sondaggi glielo confermeranno, scommettiamo che dichiarerà di astenersi.

In questo quadro era possibile che Prodi, Rutelli e i DS potessero stare nello stesso partito o listone, o confederazione? Forse sì. Ma se Rutelli ha l’intenzione o l’illusione di allargare a tutti i costi il consenso della Margherita e di farla diventare il terzo partito italiano (di qui i continui elogi di Blair, la formazione di un gruppo liberale al parlamento europeo) gli si può aprire un’altra strada, cinica fin che si vuole, ma, almeno apparentemente redditizia: lavorare per intercettare il voto cattolico, tenendosi opportunamente lontano dall’abbraccio con la sinistra (e con i laici) nel vagheggiato partito prodiano.

Certamente Rutelli non ha l’intenzione di ricreare un partito cattolico, ma rivolgersi a quel mondo potrebbe alla lunga rivelarsi strategico: quando poi Berlusconi va in pensione si potrebbero creare convergenze alternative al bipolarismo odierno, magari come in Spagna o in Germania, dove esiste l’alternanza tra socialisti e popolari-democristiani.

Tuttavia è difficile pensare che la Chiesa italiana, mai come in questi anni influente nella politica proprio per l’assenza di un partito cattolico, abbia la convenienza a tornare indietro.

Eppure a volte sono proprio le chimere del passato a ispirare nuovi progetti.

Che poi magari possono ridursi ad assicurare per alcuni anni il protagonismo di qualche nomenklatura.