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Home > QT n. 4, 23 febbraio 2002 > L’Olocausto a scuola

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Silvano Bert
23 febbraio 2002
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L’Olocausto a scuola

Gli studenti di Trento e il “Giorno della memoria”.

Indice:

"Noi studiamo meccanica!", è il commento, senza ironia, di un sedicenne, studente all’Istituto Tecnico Industriale, alla lettura del volantino che annuncia, per i giovani di Trento, la presenza di Elisa Springer, deportata ad Auschwitz, e salvatasi dalla camera a gas per essersi imbattuta in un kapò generoso. Come dire: "Noi abbiamo ben altro a cui pensare: numeri e formule, pezzi e motori. La tecnica, insomma.". Lo studente è di quelli seri, impegnato, non appartiene al branco degli sbracati.

Internati in un lager nazista.

"Il Giorno della Memoria", soprattutto, c’impone di essere franchi, nel valutare la scuola, il nostro lavoro. E’ anche l’invito di Amos Luzzatto, presidente delle Comunità ebraiche italiane, che in un’intervista ci chiede: "Che cosa possono dirci gli educatori?…Tutti siamo, inevitabilmente, moderni. Ma in che senso? Per costruire quale mondo, quale società?"

Perché i milioni di caduti nella Shoah sono il risultato di meccanismi culturali e propagandistici della "modernità": una scuola e un consenso di massa, un’organizzazione capillare, la scienza e la tecnica.

Immigrati filippini a Roma.

Quello studente, distinto, non ha tempo né interesse per il problema di Auschwitz. Mi domando se ora diverrà lui, con quei suoi pensieri, un "problema" per gli insegnanti, non solo per la collega di storia, ma per gli ingegneri, e i tecnici di laboratorio.

Tornavamo, cittadini di Trento, scolarizzati, non molto tempo fa, da un viaggio a Vienna, e il pullman fece sosta a Mauthausen. Un signore si rifiutò di visitare il lager con noi, riuscì anzi a trattenere al parcheggio altri turisti, ad attendere. Per lui quella visita era una sciocchezza, una perdita di tempo, una "monada", in dialetto trentino. Eppure era un signore distinto: a Vienna aveva ammirato il Duomo di Santo Stefano, e si era commosso nella casa di Mozart a Salisburgo.

Adolf Hitler, i gerarchi nazisti e fascisti, non erano pazzi. Né erano belve le SS di Auschwitz, o coloro, italiani o europei di altri paesi, che denunciarono gli ebrei e ne provocarono così lo sterminio. Erano, nella vita, distinti signori, uomini come noi. Anche il soldato che chiamò con un cenno del dito Elisa Springer, quando la vide soccorrere, durante l’appello, l’amica caduta stremata per terra, e la scudisciò sulla coscia con un ferro rovente: "Per i tedeschi era proibito aiutare, eravamo diventati ‘numeri’, ‘pezzi’."

Da giovane insegnante di storia usavo anch’io, con gli studenti d’allora, per definire i dittatori e i loro scherani, le categorie del pazzo e del mostro. Oggi so che non bastano, e mi arrovello a spiegare le cose in altro modo.

Porto una classe ad ascoltare le testimonianze di Sergio Marini, l’ebreo trentino che ha avuto nei lager assassinati i parenti, di Tina Anselmi, la staffetta partigiana nella Resistenza italiana, e le riflessioni di Diego Quaglioni e Federico Steinhaus. Gli studenti ascoltano con attenzione. Ma quando, a mezzogiorno, arriva l’ora del pullman di sempre, nella sala si fermano in cinque: per quei ragazzi "non vale la pena" ristrutturare l’orario della giornata per ascoltare anche Shimon Shtreet, il vicesindaco di Gerusalemme, la città lacerata di oggi. E quando, alla fine, anch’io me ne vado con gli ultimi, sulle poltroncine, poco prima affollate, notiamo parecchie copie abbandonate del quotidiano offerto in omaggio: l’intervista ad Amos Luzzatto, e l’articolo di Antonio Autiero, impegnativi, non verranno dunque ri-letti, magari insieme ai genitori, da quei ragazzi trentini, che pure frequentano le scuole medie superiori della città.

Quanti avranno saputo, mi domando, fra i miei studenti, scegliere "liberamente", alla TV, il film storico dedicato a Perlasca, e alla radio il programma "Uomini e Profeti" di Gabriella Caramore, e da autentici "educatori", proporli in famiglia?

Di quale scuola "moderna" abbiamo bisogno, nell’età della scienza e della tecnica? Ad accompagnare Matteo, il ragazzo che, in ansia, nell’aula magna del liceo affollata, presenta alla cittadinanza "Il silenzio dei vivi" di Elisa Springer, vengono, dall’Iti, solo due compagni di scuola.

Sono ragazzi che, condotti dall’insegnante, in orario scolastico, partecipano con impegno allo spettacolo teatrale organizzato dal Museo storico, e intitolato ad "Alma Rosè". La musicista, tedesca di origine ebraica, nipote di Gustav Mahler, fu deportata ad Auschwitz, e vi diresse, nel lager, l’orchestra femminile per intrattenere, e divertire, le SS. Per amore della musica Alma si impegnò allo spasimo, e fu esigente, fino alla durezza, nei confronti delle altre deportate orchestrali. Vittima così, e carnefice lei stessa, fino a morirne. Su questo tema, complesso, in questi giorni i miei studenti stanno discutendo con altri ragazzi della scuola, che a teatro non ci sono venuti. Ma se alcuni, almeno, avessero incontrato anche Elisa Springer, saprebbero oggi "educare" i loro compagni con altra efficacia.

Il Forum per la pace incarica della presentazione del libro di Elisa Springer quattro studenti, e Paolo, Veronica, Erika, Matteo, ne danno interpretazioni diverse, che stimolano alla lettura, e ad approfondire.

Ma questo, della diversità, lo sperimentiamo ogni giorno, è problema che ci imbarazza, giovani e adulti, a scuola e fuori. Erano "diversi" gli ebrei, una minoranza alla quale il nazismo tedesco e il fascismo italiano dichiararono legale, e morale, sottrarre diritti, anche quello alla vita, con la "soluzione finale". E sono "diversi" gli stranieri che arrivano oggi fra noi: dare loro diritti, interagire con le loro culture, richiede un ripensamento sulla nostra cultura, una revisione del nostro modo di pensare e di vivere.

L’imbarazzo, anche solo a partecipare a un’assemblea sulla Shoah, viene, credo, dall’avvertire che in realtà lì si parla degli ebrei di oggi, degli arabi e degli albanesi, degli zingari e degli omosessuali. Hitler, il Führer, arrivava, affascinante dall’alto, in aereo, parlava alla radio illuminato dalla luce dei riflettori: non era solo un "condottiero", ma un Verführer, un "seduttore". Seppe usare la tecnica del cinema, e della prima televisione. Si rivolse ai giovani offrendo non solo lavoro, ma un sentimento di appartenenza alla comunità di popolo, come antidoto all’individualismo moderno, e un ritorno romantico alla natura, per correggere i rischi della spersonalizzazione indotta dall’età della tecnica. Per questo fu l’ebreo, non Hitler, ad apparire pericoloso, e spaventoso. In un paese, la Germania, di grande cultura, che primo, in Europa aveva sconfitto l’analfabetismo.

Per questo, pensare, e "resistere", fu difficile, e fu una scelta di pochi. A molti apparve normale, a poco a poco non scandaloso, "credere, obbedire, combattere", come ha ricordato Tina Anselmi. In Italia ci volle la guerra, e le sue sconfitte, per aprire gli occhi, e far scoprire, non a tutti, dove stavano la giustizia e l’ingiustizia.

Nell’andare alla Sala della Cooperazione, con la classe abbiamo allungato un poco la strada. Nel sottopassaggio della ferrovia, campeggia sul muro una scritta: "Moratti tr…di Berlusconi". Sul fascismo e sulla guerra, sulla scuola e sugli stranieri, da lassù, dal governo, non arrivano certo messaggi educativi. Ma quelle parole, chiunque le abbia scritte, rendono più difficile a noi la "resistenza".

Mi pare che i ragazzi non le abbiano per niente apprezzate. Vanno cancellate per questo.


Parole chiave: Olocausto, Scuola

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