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Il Partito Democratico fra tremori e speranze

La spinta per la fusione delle culture cattoliche e di sinistra; e il superamento della partitocrazia. Mentre a Roma si cercano strade nuove, a Trento intanto...

"Se, quando, come, perché". Questi gli interrogativi, secondo Arturo Parisi sul costituendo Partito Democratico. A Roma all’assemblea convocata dall’Associazione per il nuovo partito (nata su spinta dei cittadini proprio per spingere i partiti al gran passo) su un punto erano tutti d’accordo. "Se lo facciamo? La risposta è Sì". Poi sul "quando" e soprattutto sul "come" le risposte iniziavano a divergere.

Tre sindaci all’incontro per la costruzione del Partito Democratico tenutosi a Roma il 4 luglio: da sinistra, Sergio Cofferati (Bologna), Leonardo Domenici (Firenze) e Sergio Chiamparino (Torino).

Al punto da far ipotizzare che non si fosse d’accordo nemmeno sul "se". Per cui è meglio passare al "perché": se i "perché" sono forti, tutto il resto viene a ruota.

Di fatto, il "perché" principale viene dalla società stessa: "basta guardarsi intorno, ascoltare – diceva Parisi – Tutti i nostri elettori esordiscono dicendoci ‘mi raccomando’: non litigate, state uniti. E ci chiedono, e si aspettano, il nuovo partito". "Si è fatta largo in questi anni una macro-apparteneneza, dentro un grande campo, il centro-sinistra – rincarava Walter Veltroni – Caratterizzato da un nuovo meticciato culturale. E’ da dieci anni che gli elettori ci dicono questo, con testardaggine pari solo alla nostra nel non ascoltarli.". "Tutta una serie di provvedimenti (legge elettorale, finanziamento ai partiti) favoriscono la frammentazione. Prodi la ha subita, si è piegato alle esigenze dei partiti, e ne abbiamo pagato le conseguenze – denunciava Franco Bassanini – A questo punto non possiamo non venire incontro alla protesta dei cittadini contro l’invadenza della partitocrazia". Chiudeva Fassino: "La transizione iniziatasi nel ’92 è incompiuta. Si è visto che non basta cambiare le regole delle istituzioni, bisogna cambiare anche i soggetti politici, che sono invece rimasti figli della precedente cultura istituzionale".

Se i "perché" sono corposi, ci sono però anche gli ostacoli.

Due i principali. Il primo (su cui su QT molto ha scritto Piergiorgio Cattani, vedi La Chiesa, al di là delle elezioni ) sono le divergenze sui temi dell’etica e dei rapporti con la Chiesa. "Ma questo è l’albero. Dobbiamo invece guardare la foresta – invitava ancora Fassino – E la foresta è costituita da tutti gli altri temi, dalla politica internazionale a quella sociale, su cui concordiamo". E sul rapporto laici\cattolici, etica\politica, si registravano gli interventi, di grande spessore, di Pietro Scoppola e Claudia Mancina (di cui non abbiamo spazio per riferire adeguatamente; si possono trovare su www.perilpartitodemocratico.it).

Il secondo ostacolo è la nomenklatura: che da un terremoto quale la costituzione su basi nuove di un nuovo partito, si vedrebbe messa in discussione la seggiola, che spesso è anche posto di lavoro.

Tali resistenze si stanno arroccando sul fronte del "come". Il nuovo partito lo accettano; ma seguendo il Gattopardo, cambiare tutto perché nulla cambi. L’ideale dell’immobilismo sarebbe una bella Federazione di partiti, come si è più volte pasticciato a sinistra a Trento, ("la federazione non affronta i problemi, li diplomatizza; e congela le appartenenze" ammoniva Claudia Mancina).

E se proprio la Federazione fosse impraticabile, l’altra opzione è il partito come somma di oligarchie, con primarie e partecipazione dei cittadini tenute ben distanti.

L'on. Giovanni Kessler.

"Intanto registro che siamo riusciti a imporre il Partito Democratico al centro dell’agenda – ci dice l’on. Giovanni Kessler, tra i promotori dell’Associazione – Poi è vero, un partito partecipato si farà solo se riusciremo a creare una forte pressione. E i più avvertiti dei dirigenti capiscono che, senza una svolta radicale nel modo di rapportarsi alla politica, non dureranno".

Intanto segnaliamo come proprio a Trento, dal 28 al 30 luglio, si terrà un seminario nazionale organizzato dall’Associazione, assieme ad altri gruppi (Cittadini per l’Ulivo, Libertà e Giustizia). Temi: la riforma elettorale (minacciando un referendum) e quella dei partiti.

E in Trentino? Nel vantato "laboratorio politico"? E’ tutto fermo (a parte Kessler e il gruppo che si muove con lui)?

In Trentino giocano due fattori. Nei Ds c’è il fattore Andreolli. Il segretario è tanto geloso del suo potere quanto sicuro di perderlo, in un nuovo grande partito. Per cui, a parte qualche apertura di prammatica, in realtà è contrario. E il partito, in preda a faide interne, non sta dando alcun contributo.

Il secondo fattore è Dellai. Che non ha ancora digerito la (sostanziale) sconfitta del 9 aprile, ribadita dal referendum: con un’incombente frana di consensi nelle valli.

In effetti Dellai si trova tra Scilla e Carridi: da una parte l’insofferenza dell’ala conservatrice del suo partito; dall’altra la necessità di presentarsi come il portatore del nuovo. Ora, se la Margherita nazionale dà vita al nuovo Partito Democratico, che fa quella trentina? Fa finta di niente? Oppure si accoda? Per Dellai la via d’uscita sarebbe presentarsi ancora una volta come un "anticipatore". Ma non si fida. Prende tempo.

"Anche in Trentino ci sono tanti segnali, dalle primarie alle richieste dei giovani, che dicono che il Partito Democratico è maturo – ci dice il capogruppo in Provincia, Giorgio Casagranda, che su questo si è speso al parlamentino della Margherita – Non possiamo andare avanti con progetti come la Casa dei Trentini che nascono e muoiono in pochi mesi. Io penso che dobbiamo anticipare il processo nazionale e dar vita a una nuova realtà, che tenga conto delle nostre specificità, e che guardi verso il futuro, non verso la conservazione".