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Anzitutto intervenire

Nel conflitto israelo/palestinese l’importante, ora, è fare qualcosa. Il giudizio sulle responsabilità verrà dopo.

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 20 novembre, conclude il suo editoriale sui fattacci di Roma (alcuni facinorosi in una manifestazione sul conflitto israele-palestinese hanno inneggiato a 10-100-1000 Nassyria) esortando il governo italiano “a prendere atto del fatto che le più gravi minacce alla pace in Medio Oriente non vengono da Israele”. Come dire che vengono invece dai palestinesi. E’ questo, di dare la colpa agli uni o agli altri, un atteggiamento tipico e molto diffuso, addirittura generalizzato. Ci si accosta cioè alla drammatica situazione di quelle terre con l’animo di colui che deve giudicare chi, dei due contendenti, ha più torto che ragione. Anche su queste pagine abbiamo letto due puntate di un confronto, civile e di buon livello, ma esattamente corrispondente a questo schema. Carlo Saccone (n. 15 del 16 settembre, Vogliamo evitare un nuovo Olocausto?) che mette in risalto le responsabilità di Israele e dell’Occidente e Piergiorgio Cattani (n. 16 del 30 settembre, Tutta colpa di USA e Israele?) che obietta che non è tutta colpa di Usa ed Israele e segnala le malefatte dei palestinesi e del mondo arabo.

Mi domando dove ci porta la logica di queste analisi inquisitorie. E’ la cosa più facile di questo mondo rinvenire nei densi annali di questa tragica storia errori ed orrori imputabili all’una ed all’altra parte. Un circolo vizioso che ancora oggi imperversa. Un groviglio insanguinato di guerre, di attentati terroristici, di complicità a sfondo religioso, di traffico di armi, di vittime innocenti dall’una e dall’altra parte, di proclamazioni tracotanti e minacciose, di territori occupati e di profughi incarogniti. Immergersi in un contesto così complicato per selezionare chi ha più colpa può servire soltanto ad esprimere, appunto, un giudizio, una sorta di sentenza. Ma è questo ciò che conta? Spetterà agli storici un tale compito. Avventurarsi ora in questa impresa serve solo a simpatizzare per una delle due parti, giungendo magari perfino ad odiare l’altra, volendola distrutta. In ultima analisi, ad esasperare il conflitto, ad alimentare, giustificandole, le ritorsioni, ad allargare l’area della crisi. Ma non appartiene alla politica il giudicare e basta, suo compito è risolvere i problemi. La crisi ha raggiunto dimensioni mondiali e la comunità internazionale è investita dal dovere di porvi mano e risolverla.

E’ unanime la convinzione che la soluzione del problema risieda nella formula “due popoli due stati”. Ma la situazione attuale è che esiste solo lo stato di Israele. Ed è uno stato democratico, con tutte le strutture ad esso appropriate, un’economia avanzata e fiorente, un elevato livello culturale medio della sua popolazione, un’attrezzatura militare fra le più potenti del mondo. Su questo versante dunque non c’è nulla da costruire, c’è già tutto. Sull’altro lato non c’è che il caos e la miseria. Non vi è territorio definito, non vi sono gli organismi tipici di uno stato, il popolo è disperso ed in miseria. Colpa della loro arretratezza e dei dirigenti palestinesi corrotti ed incapaci o del colonialismo e dell’Occidente? Non è pregiudiziale sciogliere questo dilemma per dedicarsi a porre rimedio alla situazione esistente.

E’ da tale situazione che si origina il dramma. E’ essa che deve essere rimossa. Ed è precisamente su di essa che deve intervenire la comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa, Russia e Cina e tutto il resto del mondo, compresi Iran e Siria, utilizzando tutte le sedi internazionali disponibili, a cominciare dall’ONU. La politica e la diplomazia sono le alternative civili alla guerra ed al terrorismo. Nonché massicci interventi economici, cominciando a correggere i meccanismi che governano l’economia mondiale. Come ha esortato recentemente anche il papa.

Le misure da proporre ed adottare sono: fine dell’occupazione e della colonizzazione delle terre palestinesi, compresa Gerusalemme est, concordata nei tempi e nei modi dalle due parti con pari dignità e sotto l’egida delle istituzioni della comunità internazionale; cessazione delle ostilità in ogni forma, garantita dall’interposizione di una forza di pace sotto le bandiere dell’Onu; trattativa con tutte le parti in causa del conflitto mediorientale nel quadro di una conferenza internazionale; creazione dello stato Palestinese con massicci investimenti culturali, sociali e soprattutto economico-finanziari per riattivare il circuito virtuoso dello sviluppo; pace definitiva nel quadro della riconosciuta esistenza e piena sicurezza di ogni stato dell’area, a cominciare da Israele.

Facile a dirsi? Ma l’alternativa, che è sotto gli occhi di tutti, dove ci porta? Non punisce solo i colpevoli, è una catastrofe per tutti.